Giornata campale oggi. Il Governo sta mettendo a frutto una serie di provvedimenti e tocca commentarli. Qualcosa è sacrosanto, come le riforme strutturali alla pubblica amministrazione promesse da Brunetta; in particolare l’informatizzazione e l’uso sempre più esteso di internet. Qualcosa è una presa in giro, come il cosiddetto sconto Irpef di novembre, fatto passare come un alleggerimento fiscale mentre di fatto non lo è. Vediamo perché.
Innanzitutto è bene chiarire che alla manovra non sono interessati i lavoratori dipendenti nè le grandi aziende, ma solo e unicamente le imprese personali e gli autonomi. In parole povere, il cosiddetto popolo delle partite Iva. Costoro compilano il modello Unico e pagano due rate di acconto, per una percentuale del 40 e del 60% (del 99%). L’acconto viene calcolato sulla base del reddito precedente e vale per l’anno successivo. Per questa ragione la terza rata (minima, ovvero nella misura del restante 1%) può anche trasformarsi in un rimborso.
Lo sconto Irpef prevede dunque uno sconto del 20% sulla seconda rata, ma in realtà… non è affatto uno sconto. In pratica la seconda rata passerà dal 40 al 20% (sempre del 99% complessivo), portando la terza dall’1 al 21% circa. Sì, avete capito bene. Ciò che risparmiate ora (se rientrate nelle categorie interessate) lo dovrete ugualmente pagare a giugno 2010. La beffa - perché tale appare - è aggravata dal fatto che tutti gli interessati hanno ormai calcolato le due rate, per cui in molti casi chi glielo fa fare di ricominciare daccapo? Lo faranno solo quelli che dichiarano una cifra tale da valere la perdita di tempo.
Continua a leggere: Sconto sull'Irpef. La nuova presa in giro per il cittadino contribuente

Mettere a confronto le parole di Giulio Tremonti di ieri (“per me l’obiettivo fondamentale è ancora il posto fisso”) con quelle pronunciate a ripetizione, nell’ultimo quindicennio, dal suo capo Silvio Berlusconi, sarebbe troppo facile.
Più significativo può essere fare un piccolo promemoria delle azioni degli esecutivi di centrodestra dal 1994 ad oggi nel campo del mercato del lavoro, tenendo bene in mente che il tributarista di Sondrio è stato Ministro dell’Economia già nel primo governo Berlusconi, poi nel periodo 2001-2006 (se si eccettua una breve pausa tra il 2004 e il 2005) e infine dal 2008 ad oggi, per un totale di quasi sei anni.
Cominciamo dal primo governo Berlusconi, che lancia subito una campagna per garantire la maggiore flessibilità del lavoro con la legge n.451 del 1994. Essa prevede, tra le altre cose la fiscalizzazione degli oneri sociali a fronte di assunzioni di lavoratori a tempo parziale e l’innalzamento dell’età massima per la stipula dei contratti di formazione e lavoro a 32 anni.

Su queste pagine mi sono lamentato più volte del fatto che la pressante necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali italiani venga colpevolmente trascurata da molta - anche se non tutta - classe politica. A differenza del governatore di Bankitalia Mario Draghi, che ha dichiarato oggi:
“Molti lavoratori restano ancora esclusi dalla tutela pubblica (..). Dal sovrapporsi dei vari strumenti emerge una configurazione intricata che rende estremamente eterogenea la copertura assicurativa dei lavoratori, a seconda del settore, della dimensione di impresa e del contratto lavorativo (..). Nonostante vari interventi, non si e’ ancora giunti a un ripensamento complessivo del sistema orientato a criteri di equita’ ed efficienza”
Continua a leggere: Età pensionabile e ammortizzatori sociali: ha ragione Draghi
Caso Englaro, Costituzione in pericolo, elezioni in Sardegna, crisi del PD, battute di Berlusconi sui desaparecidos. A guardare alle cronache di queste ultime settimane, si direbbe che in Italia ci siano sempre troppe (pseudo)emergenze per occuparsi di quello che, in tutti i paesi sviluppati, è al centro dell’attenzione: la crisi economica e le possibili strategie per farvi fronte.
Tra queste ultime spicca sicuramente quella riforma degli ammortizzatori sociali di cui nel nostro paese si parla ormai da oltre vent’anni. Eppure pochi sembrano interessarsene: ci ha provato il PD - in uno dei suoi rari momenti di lucidità - ma questa scelta non sembra avergli giovato molto dal punto di vista del consenso.
Chi non demorde è invece il gruppo di studiosi di lavoce.info, guidati da Tito Boeri. In un ottimo articolo dell’altroieri intitolato “Chi ha paura dei sussidi di disoccupazione?” alcuni ricercatori di economia spiegano ad esempio perché l’accordo tra Governo e Regioni per il finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga per i prossimi due anni (8 miliardi di euro) non è assolutamente quello di cui il paese ha bisogno.
I destinatari di questi miliardi verranno infatti decisi dalla contrattazione coi sindacati, e quindi probabilmente risulteranno esclusi i lavoratori più deboli, quelli delle piccole imprese, dei settori meno forti e i precari, che sono meno rappresentati degli altri nelle grandi organizzazioni.
Di fronte all’esplosione della cassa integrazione ordinaria (+ 525% a dicembre!) il ministro del welfare Maurizio Sacconi getta acqua sul fuoco delle preoccupazioni e rassicura sul futuro.
Addirittura il premier Silvio Berlusconi salta a piè pari le cifre schok e vede addirittura una “ripresina” della nostra economia.
Eppure i dati dell’Inps non ammettono interpretazioni o letture di parte.
I trattamenti complessivi di integrazione del reddito nell’industria e nel settore dell’edilizia hanno registrato un aumento del 110,28% rispetto a dicembre 2007 (+ 129,66%) nella sola industria). E la cassa integrazione ordinaria (Cigo) è letteralmente esplosa: + 525,82% rispetto al dicembre 2007.
Nel 2008 c’è stato un aumento del 24% di ore complessive Cig, pari a 223 milioni di ore. Particolarmente pesante è il dato del settore meccanico: su 17.700.000 ore complessive di Cigo, 11.2000.000 hanno riguardato l’industria meccanica.
Continua a leggere: Crisi, impennata della cassa integrazione. Per Berlusconi e Sacconi, no problem!
Come promesso ci inoltriamo nei principali provvedimenti inseriti nel decreto approvato dal governo e denominato pacchetto anticrisi. Dell’aumento dell’Iva per i canali a pagamento abbiamo abbondantemente parlato, vediamo il resto.
Detassazione degli straordinari. Lo sgravio previsto di fatto è saltato e non sarà prorogato per il 2009, come già annunciato nei giorni scorsi; sarà rimpiazzato dal solo innalzamento del tetto per la detassazione dei bonus, che passa da 30.000 a 35.000 euro annui.
Famiglie a basso reddito. Le famiglie con un reddito massimo di 22.000 euro (35.000 in caso abbiano a carico portatori di handicap) otterranno un bonus di importo variabile tra i 200 e i mille euro. Inoltre tutte le famiglie che già godono di un’agevolazione sulle bollette dell’elettricità, ne otterranno una anche per il gas di importo indicativo intorno al 15%.
Continua a leggere: Pacchetto anticrisi. Tutte le norme varate nel decreto
Si fa un gran parlare in questi giorni della “social card“, feticcio del ministro Tremonti e centro delle strategie del governo per dare sollievo ai cittadini alle prese con la crisi economica. Secondo molti osservatori tuttavia le misure previste dal Consiglio dei Ministri sono totalmente insufficienti rispetto alla portata della crisi dei salari in atto e all’obiettivo di rilanciare la crescita economica.
Non solo: si tratta anche di una grande occasione sprecata. Il nostro sistema di ammortizzatori sociali ha infatti, come non si stanca di ripetere Tito Boeri, urgente bisogno di un ammodernamento, in quanto quello attuale è frammentato in una miriade di schemi di sostegno diversi e all’origine di profonde ingiustizie.
Gli interventi del governo Berlusconi non fanno che confermare, pavidamente, tutte queste linee di disuguaglianze: si sostengono con la social card i pensionati, ma non le persone che, con qualche anno di meno, si trovano nelle stesse condizioni economiche. Le famiglie con figli piccoli, ma non chi dovrebbe essere messo in condizione di poter procreare (i giovani).
Continua a leggere: Social Card e dintorni: l'ennesima occasione sprecata
Giorgio Napolitano: miopia imperante. Voto + 10. Il capo dello Stato Napolitano in visita ufficiale a Gerusalemme e a Betlemme lancia un nuovo monito: “Di fronte alla crisi finanziaria e ad altri processi che su scala mondiale tendono a sfuggire a ogni controllo c’è miopia e debolezza da parte delle classi dirigenti e delle leadership politiche nazionali. Bisogna mettere l’accento contro le chiusure e i protezionismi nazionali ”. L’Italia è lontana. Berlusconi non vede e non sente. Bossi pure.
Governo: spot. Voto – 9. C’è chi dice, sui provvedimenti anti crisi prospettati dal governo, “meglio di niente”. Un bonus familiare, l’una tantum, che andrebbe da un minimo di 200 euro a un massimo di 1000 euro: sono le ipotesi del governo che oggi dovrebbero essere varate nel piano anti-crisi. Il tetto di reddito salirebbe a 22.000 euro. Niente detassazione sulle tredicesime. Meglio di niente? Forse. Ma siamo ai soliti provvedimenti spot. “Regali” di Natale da … ricambiare. Con gli interessi.
Mercato del lavoro e welfare: due ambiti assolutamente centrali per la società e per la vita di ogni singolo individuo. In Italia, due settori in grave affanno, che richiederebbero urgenti riforme: e mentre i politici tendono spesso ad ignorare la questione, i famosi economisti ed editorialisti Tito Boeri e Pietro Garibadi pubblicano “Un nuovo contratto per tutti”, agile pamphlet pieno di proposte concrete.
Nell’Italia degli ultimi 10-15 anni c’è più occupazione e sempre meno disoccupazione. I problemi però non mancano: non c’è stata altrettanta crescita economica, non si è investito in ricerca e innovazione, ed eccoci con i salari più bassi d’Europa. Le forme di flessibilità del lavoro hanno sì creato lavoro, ma hanno finito per instaurare un sistema “duale”: precariato e posto fisso restano mondi paralleli, non comunicanti. Difficilissimo dal primo passare al secondo.
Non si sono colmati poi gli svantaggi dei veri soggetti deboli del nuovo mercato del lavoro: i giovani (non gli anziani!), le donne e i meridionali. Anzi, in molti casi la loro penalizzazione rispetto ai maschi adulti col posto fisso è addirittura aumentata. In particolare, è sempre più difficile per le donne conciliare lavoro e responsabilità familiare, ed ecco che si attiva quella spirale che sta trasformando l’Italia sempre più in un paese per vecchi.