Ieri in Consiglio dei ministri è stato licenziato il decreto Gelmini sulle università. Non mancano le sorprese e anche i cambiamenti parziali di rotta, segno che le richieste dei rettori almeno nella loro parte più ragionevole (esempio ne è stato la lettera di Ballio, Politecnico di Milano) sono state accolte. Vediamo insieme i principi della riforma.
Blocco del turn-over. Il limite del 20% è stato innalzato al 50%, con l’intesa che le nuove assunzioni riguarderano solo i ricercatori. E così per ogni due docenti in pensione potrà essere assunto un ricercatore.
Premi ai virtuosi. I 500 milioni di incentivi per la ricerca andranno esclusivamente agli atenei che abbiano rispettato i parametri di legge nelle assunzioni (torniamo qui al caso del Politecnico milanese). Chi abbia sforato il tetto del 90% nel rapporto fondi/stipendi non solo non riceverà nulla, ma (finalmente) non potrà bandire ulteriori concorsi.

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Oggi proviamo a fare una cosa diversa, analizzando punto per punto la posizione sulla Riforma Gelmini-Legge 133 (ma meglio sarebbe dire sui tagli di Tremonti) di un insider di lusso come il Magnifico Rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio. Ringraziamo per questo l’utente Proust che ci ha girato la lettera inviata dal Rettore a tutti gli studenti dell’ateneo. Vi anticipo che a breve contatteremo direttamente il dott. Ballio per avere una sua intervista diretta sull’argomento.
Sulla stampa, in molti striscioni, nelle manifestazioni si richiamano due realtà completamente diverse: la proposta del Ministro Gelmini sulla Scuola elementare e la legge 133/08 relativa al contenimento della spesa pubblica, il cui testo ricalca le proposte del Ministro Tremonti. Vi intratterrò soltanto sulla seconda che riguarda anche le Università […] Le riduzioni previste sono indistinte e colpiscono indiscriminatamente, senza considerare le differenze di funzioni, compiti e risultati delle varie tipologie di amministrazioni.
Per quanto è relativo alle Università statali come la nostra, le due conseguenze più rilevanti di questa legge approvata prima dell’Agosto 2008 sono le seguenti:
* una riduzione del finanziamento statale al sistema universitario (FFO = Fondo di Finanziamento Ordinario) a partire dal bilancio 2010 (quindi dal 1 gennaio 2010);
* la drastica riduzione del turn over (ogni 10 persone che vanno in pensione, ne possono entrare soltanto 2 fino al 2012 e poi 5 dal 2013)
* la possibilità di trasformare le università in Fondazioni di diritto privato.
Fin qui il preambolo, che distingue chiaramente tra Riforma Gelmini e tagli alle università, un po’ come noi abbiamo cercato di dimostrare in queste settimane. I punti individuati sono 3, vediamoli uno ad uno.

Come abbiamo detto nel precedente articolo sulla Legge 133, il titolo del post è improprio; nel senso che la parte relativa alle università, soprattutto con riferimento ai tagli di spesa, non sarebbe da includere nella Riforma Gelmini in senso stretto. Si tratta comunque di questioni di lana caprina, visto che siamo qui per analizzare e per quanto possibile comprendere le motivazioni della protesta e di un governo che ha deciso di tagliare i fondi universitari, dunque andiamo a vedere che cosa dice il Decreto legge 112.
L’articolo che ci interessa è il 66, denominato molto opportunamente Turn over. L’articolo determina innanzitutto una fortissima riduzione del rimpiazzo del personale che abbia cessato l’attività nell’anno precedente. Il provvedimento riguarda tutte le amministrazioni dell’art.1 comma 523 legge 27-12-2006 n.296, e non solo le università di cui ci occuperemo fra poco:
523. Per gli anni 2008 e 2009 le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, ivi compresi i Corpi di polizia ed il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, le agenzie, incluse le agenzie fiscali di cui agli articoli 62, 63 e 64 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, e successive modificazioni, gli enti pubblici non economici e gli enti pubblici di cui all’articolo 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, possono procedere, per ciascun anno, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 20 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell’anno precedente.
In mezzo ai venti della contestazione e nel giorno della definitiva approvazione della Legge 133 proviamo a tornare un momento sui contenuti del decreto, al fine di capire che cosa preveda veramente e quali potrebbero essere i motivi che hanno spinto il governo e proporlo e una fetta del mondo della scuola a rigettarlo. Innanzitutto vi proponiamo un rapido glossario per districarsi in mezzo ai tanti numeri che sono stati sparati, a volte anche a casaccio.
Tutto parte dal Decreto legge 112, che consiste in una sorta di dichiarazione di intenti del nuovo governo, constando di 85 articoli. Il Dl contiene un po’ di tutto, e la parte relativa alla scuola ne occupa solo una piccola porzione; si parla infatti di enti locali, pubblica amministrazione, internazionalizzazione delle imprese, sterilizzazione dell’Iva sui prodotti petroliferi eccetera eccetera. La Legge 133 non differisce dal Dl 112 poiché ne costituisce semplicemente il decreto attuativo.
Ecco perché gli slogan di questi giorni del tipo “abrogare la legge 133″ o chi propone addirittura un referendum per arrivare a questo scopo, mostra di non aver ben capito i meccanismi della politica. Si può tentare di emendare una legge, ma non certo abrogare 85 articoli di un provvedimento che racchiude tutto lo spirito del nuovo governo. Tanto varrebbe tornare alle urne e basta.
Ieri è andata in scena l’ennesima giornata di polemiche sulla nuova riforma scolastica, con Napolitano che volente o nolente ha replicato a Veltroni, approfittando dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale. Il capo dell’opposizione, se così vogliamo ancora chiamarlo, aveva sparato a zero sul ministro, parlando di riforma basata esclusivamente sui tagli e contestando apertamente l’idea di intervenire sulla scuola elementare, a suo dire l’unico segmento considerato tra i migliori in Europa. Così invece il Capo dello Stato:
“Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore, le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”. E sul maestro unico: “…è necessario ridurre a zero nei prossimi anni il suo deficit pubblico e per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo”. “Ed esso - avverte ancora Napolitano - comporta anche un contenimento della spesa per la scuola”.
Fin qui le posizioni delle parti. Cerchiamo invece di sintetizzare i contenuti della riforma dividendola in quattro punti fondamentali, affinché ognuno possa farsene un’idea senza lasciarsi condizionare alla propria appartenenza politica, proprio come ci esorta a fare il Presidente della Repubblica (”nel campo della scuola non si tratta di ripartire da zero ogni volta che con le elezioni cambia il quadro politico”).
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