Piero Fassino, riferendosi alla “bomba” della candidatura a segretario del Pd di Beppe Grillo, si rifugia in una inutile frase fatta “non è una cosa seria”.
L’ex segretario dei Ds si sbaglia. E’ il Partito democratico che non è una cosa seria.
L’ultimo atto del (presunto) stupratore romano (e le polemiche conseguenti), dimostrano lo stato di un partito allo sbando, in decomposizione.
Grillo non è Pannella e darà seguito alla sua provocazione: mettergli il veto, non dargli la tessera, è quello che il comico vuole. Sarà come buttare benzina sul fuoco, un roteare di sciabole sul nulla.
Il nodo vero resta uno solo: il fallimento del Pd. Partito nella tenaglia della debolezza politica che genera altre debolezze. Dalla debolezza politica nasce la commistione fra potere , partito, affari, nasce la questione morale, cui l’ultimo atto dello stupratore romano è “solo” una scheggia impazzita.
Non c’è nessun cambio di passo in questa fase precongressuale. E nessun cambio di passo ci sarà al congresso. Le ripetute debacle elettorali sono state catastrofi annunciate, frutto di leadership inesistenti, di scelte politiche sbagliate, di una situazione di paralisi, smottamento e smarrimento.
Il trasformismo, riprovevole sotto l’aspetto etico, è uno dei mali del partito che ovunque ha rotto l’antico radicamento politico e sociale e anche nelle regioni rosse ha evidenziato una gestione del potere sempre più paternalistica e burocratizzata.
Continua a leggere: Ore 12 - La "bomba" di Beppe Grillo sulle macerie del Pd
Silvio Berlusconi: pressing Cei. Voto – 8. La Chiesa sempre più in campo contro Premier e governo: sulla questione morale (no al libertinaggio) e sulle badanti (sì a una sanatoria). Voto dei cattolici addio? Da oggi il Cav è nel bivio del G8. O sale o scende.
Governo: braccio di ferro. Voto – 8. E’ scontro aperto nel governo sul ddl sicurezza. Dopo il “no” del sottosegretario Giovanardi, Maroni va contro La Russa. Il ministro dell’Interno: “Chiunque lavori in nero è clandestino. Nessuna sanatoria”. Volano stracci.
Vi riproponiamo il video integrale dell’intervento di Marco Travaglio ieri ad Annozero, incentrato sulla questione morale.
Con questo la trasmissione di Michele Santoro si congeda dai telespettatori per riprendere probabilmente a settembre
Dopo Ballarò (manco si fossero messi d’accordo) anche Annozero chiude la stagione con l’ultima puntata. La banda Santoro avrebbe potuto almeno attendere l’esito dei ballottaggi e invece ci lascia orfani di un eventuale commento post-voto; commento che, par di capire, latiterà anche questa sera.
Invece che alle elezioni la puntata sarà infatti dedicata alla questione morale e alla legalità, traendo spunto dalle famose parole di Enrico Berlinguer, storico segretario del Pci, del quale proprio oggi ricorre il 25° anniversario della morte: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, corrotti, concussori nella politica e nell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti e correnti, con la loro guerra per bande.”
Questione morale e legalità sono ancora all’attenzione del mondo politico? Quando vengono composte le liste elettorali, la moralità è uno dei requisiti richiesti? Le recenti elezioni europee ed amministrative perché non hanno avuto al centro della discussione anche la questione morale, la legalità, la crisi economica, la ricostruzione dopo il terremoto, l’immigrazione?
Resta il tema del giorno. Una patata bollente.
Questo passa il teatrino della politica Made in Italy: il “velinismo”, le comparsate in tv, specchio di un Paese dove madri estasiate dai riflettori e dal potere “offrono” le figlie minorenni al sultano, per una apparizione in tv, per uno scranno a Strasburgo e dove milioni di italiani si “offrono” al garante “miracoloso” del destino comune concedendogli in cambio l’immunità morale.
Persino i vescovi scendono in campo chiedendo un “Presidente più sobrio” e ricordando che “Prima o poi arriva il momento del conto”.
Se è vero che l’Italia è investita, oltre che dalla pesante crisi economica, dal degrado della politica e da una forte crisi morale, non c’è dubbio che la vicenda “familiare” del premier non è (solo) una questione privata. C’è quanto meno un problema culturale e politico, altro che gossip!
Dal dopoguerra ad oggi non c’è mai stato in Italia (e nel mondo occidentale) un premier come Berlusconi costantemente “impelagato” in beghe personali inquietanti.
Il Cavaliere perse le elezioni del 2006, dopo cinque anni di governo, perché più impegnato a risolvere i suoi problemi con la giustizia (oltre ai suoi business) che ad affrontare i mali del paese. E oggi, a un mese dal significativo passaggio dell’election day?
Detto e fatto. Come ripetutamente scritto, l’Idv ha interrotto l’ascesa e ha innestato la retromarcia. Non solo nei sondaggi ma anche nell’unità interna.
Il partito di Antonio Di Pietro è in forte agitazione.
Oltre alla “rogna” giudiziaria dell’inchiesta Global Service che ha fatto emergere una “questione morale” anche nell’Idv, stanno venendo alla luce i limiti di una gestione del partito “padronale” e “paternalistica”, sia sul piano politico che su quello organizzativo e finanziario.
Per l’ex Pm è sempre più difficile tenere unito un gruppo dirigente eterogeneo e multicolore, che in larga misura proviene dagli altri partiti e non è così “vergine” come è stato presentato.
L’ultima scossa viene dalla Campania dove, a dimostrazione di un partito oramai a pezzi, il segretario regionale onorevole Nello Formisano ha dato le dimissioni e intende lasciare l’Idv.
Questa l’accusa di Formisano: “Credo che in un partito come l’Italia dei valori la polemica interna non debba mai trascendere in attacchi diffamatori e calunniosi come quelli che sta perpetrando l’onorevole Barbato, che sono oggetto di querela per diffamazione e che hanno consentito all’onorevole Mantovano l’intervento fatto nella trasmissione Annozero”.
La matassa s’aggroviglia e Di Pietro non sa più ritrovare il capo. Prima o poi i partiti “bostik” si scollano.

Sulla quantità c’è disputa. Ma la tendenza dell’Idv è chiara.
Il partito di Antonio Di Pietro ha fermato la sua corsa e addirittura indietreggia nei sondaggi sulle intenzioni di voto: mezzo punto in meno (ora al 7% secondo Swg per Affaritaliani.it ) e addirittura due punti in meno, stando all’Ipr Marcketing per Repubblica.it.
Il giocattolo si è inceppato e rischia di rompersi. I motivi? Forse anche qui vale l’adagio: “chi di spada ferisce di spada perisce”.
Il partito dell’ex Pm, sfruttando la latitanza della sinistra e lo smarrimento del Pd, in pochi mesi era riuscito con una linea “giustizialista” e una opposizione intransigente, a salire costantemente nei consensi. Dopo lo “storico” risultato alle ultime regionali in Abruzzo, persino il 10% alle prossime elezioni di primavera sembrava un obiettivo non impossibile.
Poi, invece, il ralenty, e adesso l’inversione di marcia.
Come scrive Il Giornale: “Ambiguità sul patrimonio immobiliare di Tonino, confusione sui rapporti con l’ex provveditore Mautone, ipocrisie sulla gestione del partito, ombre sull’operato del figliolo, critiche interne e zone buie su alcuni deputati e senatori stanno costando caro a chi ha sempre sventolato in faccia agli altri la bandiera della limpidezza”.
Continua a leggere: Ore 12 - Cala l'Idv. Di Pietro nella tenaglia della questione morale?

Un capo, un capo sconfitto ma non piegato è stato Bettino Craxi, capace di fare tutto da solo, la propria fortuna e la propria rovina. Figlioccio politico di Pietro Nenni, il leader storico del socialismo italiano, Bettino cambiò corpo e anima del vecchio PSI, innalzandolo prima sugli altari del potere e poi facendolo sprofondare nella polvere più ignominiosa.
Cocciuto autonomista, riformista con i piedi per terra, innovatore illuminato, europeista e atlantico senza riserve ma senza calare le brache davanti all’arroganza USA, fu soprattutto anticomunista totale disprezzando il burocratico rigore di Berlinguer, ossessionato da un possibile avvicinamento fra PCI e DC, il più scettico sul tentativo di rinnovamento dei comunisti italiani smontandone addirittura l’impalcatura teorica tanto da contrapporre l’eretico sconosciuto Proudon al santificato Carlo Marx.

On. Parisi, cosa pensa dell’ipotesi di un’alleanza del PD con l’UDC , auspicata da alcuni membri del suo partito?
Le alleanze sono al momento segnali che le diverse parti del Partito si rimandano l’una con l’altra. Il punto dal quale dobbiamo partire (lo diciamo, ma non sempre lo facciamo) sono le domande dei cittadini e le risposte che dobbiamo dare a queste domande, sapendo che dentro le Istituzioni la regola che vale è quella della democrazia, che ci chiama a costruire delle coalizioni che dispongano, come si suol dire, della maggioranza dei suffragi più uno.
Questo ci chiama, come PD, a costruire le alleanze più grandi possibili, cominciando ovviamente da tutto il campo di centrosinistra che è il nostro riferimento ordinario, quello con il quale abbiamo camminato in questi quindici anni e con il quale siamo chiamati a continuare a camminare dentro uno schema bipolare, cioè di democrazia che affida la scelta dei cittadini ad un confronto fra due parti.
Continua a leggere: Intervista: Arturo Parisi su alleanze a futuro del PD
I dati del crollo della produzione industriale a novembre segnalati dall’Istat (- 12,3% su base annua e – 3,6% nel confronto sui primi undici mesi del 2008) dimostrano chiaramente lo stato di acutizzazione della crisi.
Crisi che non risparmia il Nord del Paese e realtà territoriali come Milano, da sempre locomotiva a livello nazionale e oggi sempre di più strette nella morsa della recessione economica e industriale.
In tal senso è significativo l’allarme lanciato dalla Cgil. “Nel capoluogo lombardo e in tutta la regione c’è il rischio di una vera e propria desertificazione industriale”.
E’ il grido d’allarme del segretario generale della Camera del Lavoro Onorio Rosati che, partendo dal caso della fabbrica Innse presse di via Ribattino (la proprietà a maggio ha chiuso l’attività e i dipendenti continuano a produrre in autogestione), chiede l’intervento concreto delle Istituzioni. Non un intervento formale, tanto per mettere in piedi un “tavolo” di confronto fra le parti.
La proposta dei sindacati è chiara: “Bisogna mettere in sicurezza le realtà industriali che permangono ed evitare che chiudano o che delocalizzino, ed impedire che al loro posto sorgano solo appartamenti e centri commerciali. Altrimenti si rischia la desertificazione industriale”. Appunto.
Ma i partiti, a Milano e non solo, sono impegnati nelle loro beghe interne. Così come le istituzioni sono coinvolte nei “rimpasti”, utili solo alla casta e al rocambolesco giro di poltrone.
Continua a leggere: Da Milano l'allarme crisi: no alla desertificazione industriale