E’ finalmente giunto al Quirinale il testo definitivo del decreto della manovra economica composto da 39 articoli e 2 allegati.
In sintesi: per il 2012-2013 viene confermato il blocco della rivalutazione delle pensioni che superano di cinque volte il minimo di pensione Inps. Torna il taglio del 30% degli incentivi e delle agevolazioni in bolletta per le energie rinnovabili.
Spunta anche una sforbiciatina alla politica ma solo … “a decorrere dalle prossime elezioni”. Sempre dalla prossima legislatura taglio del 10% (30% complessivi) al finanziamento dei partiti. Auto blu di cilindrata non superiore ai 1600cc. Obbligatorio l’election day.
Tutto qui? Più o meno. Se non è zuppa è pan bagnato.
Anche i sindacati hanno ricevuto il testo della manovra, “un provvedimento che fa solo tagli senza pensare alle prospettive del paese”. Lo ha affermato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, nel corso di un convegno organizzato da Unicredit. “Ho ricevuto poco fa - ha detto la Camusso – il testo della manovra” e in Italia, ha aggiunto, “c’è una divaricazione tra la realtà e la politica fatta, la manovra ne è l’ennesimo esempio: si taglia e non si pensa alla prospettiva.”
Silvio Berlusconi: ingovernabile. Voto 3 -. Contumace al processo Mediaset, il premier torna all’attacco di tutti e tutto: giudici, opposizione, Corte Costituzionale e anche il Quirinale. Non sfuggono gli “arbitri comunisti che hanno fatto perdere due scudetti al Milan”. Il Cav “caporale” emula il rais colonnello? “Bunga bunga” replay.
Gianfranco Fini: insostenibile. Voto 5-. L’ex cofondatore del Pdl promette: “Se Fli fallisce lascio la politica”. Se la promessa è come l’impegno a lasciare la Presidenza della camera se fosse stato vero che la casa di AN di Montecarlo era finita nelle mani del cognatino, c’è da credere che sarà di parola allo stesso modo. Politica del “bla bla bla”.
Il Colle, relativamente all’incontro di ieri fra capo dello Stato e Premier, precisa con una nota ufficiale, non certo consueta.
«Di un incontro istituzionale ovviamente riservato - dice la nota - come quello tra il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, svoltosi ieri pomeriggio al Quirinale, sono state date sulla stampa legittime libere interpretazioni e in qualche caso anche ricostruzioni fantasiose perfino con frasi virgolettate in effetti mai pronunciate da nessuno dei due interlocutori. Si è data particolare attenzione a quella che sarebbe stata la ‘temperatura’ del colloquio che ha in effetti visto il serio confronto tra rispettivi punti di vista e argomenti. Si smentisce nettamente che sarebbero state evocate dal Presidente del Consiglio ipotesi di mobilitazioni e reazioni di piazza che si è escluso di aver voluto e voler sollecitare».
Ma il comunicato del Quirinale precisa che il Presidente della Repubblica ha insistito su motivi di preoccupazione, che debbono essere comuni, sull’asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici, e sulla necessità di un sforzo di contenimento delle attuali tensioni in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura.
In poche parole è il disco rosso per Berlusconi: se tiri ancora la corda, lo sbocco è lo scioglimento delle Camere. Con quel che segue.
Pierluigi Bersani: ragiona. Voto 7+. Il leader del Pd cerca alleati per cambiare “questo sistema che non va bene”. E vuole un bipolarismo modificato perchè “col 35% non si può fare tutto, fino andare al Quirinale”. Se due più due fa quattro. E Uolter?
Umberto Bossi: sragiona. Voto 4-. Il leader della Lega cambia grappa e accusa Bersani di aver offerto i voti del Pd al premier pur di evitare il voto. Il Senatur spara a vanvera per coprire le sue “marachelle”. Chi sta con i quattro ladroni di Roma?

Le parole pronunciate dal Presidente Napolitano da Malta, dove si trova in visita ufficiale, in merito al disegno di legge sulle intercettazioni non lasciano spazio ad alcun dubbio: come avevo ipotizzato ieri mattina, sembra essere finita l’era della “moral suasion“.
“I punti critici sono chiari”, ha detto Napolitano, precisando che “non spetta al Quirinale suggerire soluzioni”, ma solo valutare obiettivamente, nell’ambito delle prerogative presidenziali, “se verranno apportate le modifiche adeguate alla problematicità di questi punti che sono già stati messi in evidenza”.
Posto che, con tutta probabilità, i tentativi di continuare un “dialogo” funzionale a guadagnare il consenso del Capo dello Stato sul disegno di legge non cesseranno, a questo punto sono configurabili diversi scenari.

Nella riunione della Consulta della giustizia del PdL svoltasi ieri, diversi parlamentari della maggioranza si sono lamentati del silenzio del Quirinale sulle modifiche da apportare al disegno di legge sulle intercettazioni. Modifiche che consentirebbero la promulgazione del testo normativo senza rinvii alle Camere per una nuova deliberazione.
In assenza di indicazioni provenienti dalla più alta carica dello Stato - si è rilevato da più parti - non è affatto scontato che il disegno venga cambiato. Si attendono così le direttive del Governo. E, come riporta oggi Liana Milella su Repubblica, già qualcuno prospetta il ricorso al voto di fiducia anche per l’approvazione di questo contestatissimo atto legislativo.
Ma il silenzio di Napolitano costituisce davvero un comportamento scorretto e irrituale, come sembrerebbero lasciare intendere i commenti stizziti dei parlamentari del PdL? Stando a quanto prevede la Costituzione…

Dopo aver suscitato molte polemiche e raccolto diverse critiche, la legge del governo Berlusconi in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro è stata rinviata alle Camere dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Napolitano si è rifiutato dunque di firmare la legge, bloccando l’iter dell’approvazione, esercitando il potere che la Costituzione gli riconosce, ma che forse ha utilizzato meno spesso del dovuto. Il motivo del rinvio, spiegato in presidentedellarepubblichese, fa riferimento alla complessità e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale.
Insomma, linguaggio diplomatico/burocratico a parte, si tratta di una bocciatura per il provvedimento del governo che riforma anche alcune parti del diritto del lavoro, tra cui l’articolo 18 che regola le procedure di licenziamento.
Quando “scende in campo”, Silvio Berlusconi lo fa a modo suo, di corsa.
Tant’è che a ridosso di un voto definito “decisivo”, il Cavaliere 74enne sfida un giovane giornalista ad una gara sui cento metri. Per dimostrare la forma fisica, l’energia e le idee e lanciarsi sul vero prossimo e ultimo traguardo: il Quirinale. Per puntare al Colle, non sono però ammessi passi falsi “elettorali”.
Ecco perché il Premier, come sempre o addirittura più di sempre, tenta di trasformare anche questo voto in un referendum personale. Già poco importano i problemi nazionali di un Paese in declino: figurarsi se contano le Regioni, i Governatori, le Giunte locali.
Il fatto è che il partito del “predellino” è ovunque squagliato e i suoi candidati pesano poco e sono ancor meno credibili. Così calano ogni giorno le ambizioni di rivincita sul territorio, l’asticella è posta sempre più in basso, il trionfo troppo presto dato per certo poche settimane addietro, rischia di trasformarsi in una debacle per il Pdl, in una sberla per il Cavaliere.
Che, appunto, per evitarla, riattizza i fuochi, fa la vergine vittima ed è miseramente insolente (ieri con la Bindi, oggi con la Bresso), rilancia la sfida del “crociato” contro i … mulini a vento. Ma la lancia è spuntata, il messaggio, ripetitivo e stancante, non è più convincente. Continua ad annunciare sempre le stesse riforme perché quelle riforme non le ha mai fatte. E l’ombra di una astensione punitiva turba adesso il Cavaliere.
Quale futuro ha un Premier venerato da una supina e prezzolata corte medioevale, impegnato a risolvere le sue beghe di tipo giudiziario e affaristico, ad accendere pericolose micce e insensate polemiche, ad alimentare il culto della sua personalità, insofferente a ogni critica e ai contrappesi democratici?
Il Cavaliere non è il “Pinochet italiano”. Silvio Berlusconi è Silvio Berlusconi, “un doroteo a cui manca la prudenza e un giacobino sul punto di farsi incoronare”. Parola di Marco Follini, uno che se ne intende.

Intervistato da la Stampa, Pierferdinando Casini ha raccontato di quando nel Trentino Alto Adige l’Udc, di cui è il leader, non è riuscito a presentare la propria lista per delle negligenze burocratiche simili a quelle che non hanno escluso definitivamente dalla corsa elettorale Renata Polverini e Roberto Formigoni (candidati per il PdL rispettivamente in Lazio e in Lombardia).
“Quella di Berlusconi - ha dichiarato l’esponente politico al quotidiano - è arroganza. Riammettere le liste del PdL nel Lazio e Lombardia per decreto dà al paese un messaggio devastante. L’idea che le regole valgono solo per i deboli e non per i forti”.
Giganti colpiti dai loro stessi elettori che sul sito del Popolo della Libertà, come raccontato da Massimo Gramellini a “che tempo che fa”, hanno espresso il proprio disappunto per quanto successo (dopo essersi conto che solo un utente su cinque era favorevole alla candidatura del Pdl in Lombardia e in Lazio il sondaggio dedicato all’argomento è stato tolto dal portale).
Pdl e maggioranza allo sbando. E Premier in piena fibrillazione.
L’ipotesi della leggina salva-liste scuote in queste ore la politica. E’ una carta inedita e inquietante. L’opposizione è in massima allerta. Così come il Quirinale, perché senza la firma del Capo dello Stato sarebbe il naufragio del decreto e forse anche del Governo.
Gianfranco Fini è sul piede di guerra. E la rottura fra il premier e il presidente della Camera potrebbe consumarsi in tempi strettissimi. Con conseguente scissione del Pdl e un quadro dai confini attualmente impossibili da definire.
Berlusconi è capace di tutto ma, se non troverà una soluzione politica al gran pasticcio delle liste, non cederà a “colpi di testa”. Perché, con Fini contro, con l’opposizione contro e con Napolitano contro, rischia il suicidio politico.
Anche perché questa brutta patata bollente può alla fin fine tornargli utile. In caso di conferma di esclusione dei “suoi” in Lombardia e a Roma, la “sparata” di una democrazia diventata “sovietica” e la discesa in piazza come “martire”, gli porterà dei “frutti”, oggi insperati. A guadagnarci non sarà il Pdl, ma il suo padre/padrone.
Il Cavaliere mette nel conto persino il ko elettorale nelle due regioni. Ma poi, smaltita la botta delle urne, passerà all’incasso, rivoltando Pdl, maggioranza e governo, come un calzino.