In Italia il numero dei suicidi è in costante aumento. Dall’inizio dell’anno, stando alla notizie delle scorse settimane, in carcere 21 persone si sono tolte la vita. Ogni sette giorni una persona nel nostro paese decide di morire da colpevole.
Il fenomeno non è però limitato ad una parte della popolazione. La crisi, il conseguente peggioramento delle condizioni di vita, hanno indotto anche molti libero professionisti a farla finita soprattutto nelle regioni da sempre considerate benestanti.
Luca Zaia, Governatore leghista del Veneto, per diminuire il numero di suicidi registrati nella Regione da lui amministrata ha deciso di collaborare con le banche oltre a stanziare per il rilancio del proprio territorio 120 milioni di euro.
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Mentre alcuni esponenti della maggioranza sono impegnati a dimostrare la propria innocenza, un parte del Governo è in queste ore impegnata a gestire chi al momento in carcere già si trova. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, avrebbe elaborato un piano carceri che secondo il collega Roberto Maroni, Ministro degli Interni, sarebbe persino peggio dell’indulto promosso dal 2006 da Clemente Mastella, allora Guardasigilli.
Il preoccupante aumento dei suicidi nelle strutture penitenziari (secondo i dati riportati dal Giornale una persona ogni sei giorni decide di suicidarsi prima di uscire dalla prigione) avrebbero allertato il Ministro Alfano secondo il quale lo spostamento di 12 mila detenuti agli arresti domiciliari potrebbe risolvere il problema tanto a cuore alla radicale Rita Bernardini che per la causa, sull’esempio di Marco Pannella, ha iniziato uno sciopero della fame.
Secondo quanto fatto intendere da Roberto Maroni a chi sull’argomento questa mattina l’ha intervistato il piano di Angelino Alfano potrebbe risultare fallimentare poiché buona parte dei carcerati spostati alla detenzione casalinga non ha un alloggio dove stare.
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Al di là dei risultati (qui e qui trovate quelli dei sondaggi fatti da polisblog.it), della campagna elettorale che terminerà tra poche ore c’è da augurarsi che rimanga ben poco. Mai come le ultime settimane scrivendo di politica in molti hanno avuto l’impressione di raccontare un argomento distante dai cittadini.
Distante dalle loro esigenze. Distante dalle loro realtà. Distante dagli obiettivi che un buon amministratore dovrebbe darsi gestendo la cosa pubblica. Poche persone hanno accesso l’interesse dell’opinione pubblica.
Oltre a Nichi Vendola, candidato alla presidenza della Regione Puglia, una delle protagoniste più importanti di questa campagna elettorale è stata Emma Bonino che a polisblog.it spiega perché ha deciso di candidarsi.
Continua a leggere: Elezioni Regionali 2010: polisblog incontra Emma Bonino
Il Pd spera che il cambiamento arrivi in Italia sull’onda dei fatti internazionali. Stavolta è il successo di Obama sulla riforma sanitaria americana e soprattutto la rinascita dei socialisti francesi a far credere possibile una “svolta” Made in Italy.
Già di per sé non convince la saldatura dei due eventi d’oltralpe e d’oltre Oceano. Ancor meno c’entra poi il segnale di un “vento di gauche” nel Belpaese. In Francia la sinistra, al di là dei travagli, c’è e si vede. Dov’è in Italia la sinistra? E come può questo Pidì mettersi una maschera che non è (più) sua?
Il Partito democratico si barcamena con la faccia onesta (e non è poco) e il buon fare di Bersani, ma gira intorno al pero: non ha ancora definito né il suo profilo identitario, né la sua strategia politica e di alleanze. E’ tutt’ora in uno stato “confusionale”.
Spera solo nelle disgrazie altrui: che il Cavaliere venga ingabbiato e travolto dalle beghe giudiziaria, disarcionato dalla Magistratura. Ma così, tutt’al più, il Premier subirà qualche ammaccatura, ma resterà in sella. Ci vuole la politica, il progetto, le idee, il radicamento sociale, il messaggio, le leadership adeguate per chiudere un ciclo e aprirne un altro.
Cos’è, se non l’ammissione di impotenza (di fallimento), la frase di Bersani: “La cacciata di Berlusconi avverrà quando sarà pronta una alternativa”? E’ questo il nodo. Che non lo si risolve con alleanze a geometria variabile adottate dal Pd in queste regionali soprattutto per “convenienza”: vedi l’accordo con l’Udc in Piemonte, con i Radicali nel Lazio e ancora con l’Udc nelle Marche, dopo aver silurato (sciaguratamente?) tutta la sinistra, Sel compresa.
Sono questi i “laboratori politici” da cui far scaturire l’alternativa a Berlusconi e al berlusconismo? Ha ragione chi dice che per vincere ci vuole un argomento migliore da contrapporre, dopo aver confutato gli argomenti dell’avversario. Non pare proprio che il Pd e le opposizioni siano oggi in grado di fare questo salto di qualità.

Pensare che Silvio Berlusconi rappresenti tutto il Popolo della Libertà, o che il partito sia immagine e somiglianza del Presidente del Consiglio, è sbagliato. La coalizione di centro-destra è molto più complicata di quanto si possa pensare.
Il progetto politico ha infatti inglobato anche una parte dei radicali che nel 2005, in occasione della nascita dell’Unione di Prodi, hanno lasciato il partito per militare a destra. Una delle persone che ha fatto questo tipo di scelta è Benedetto Della Vedova che, intervistato da polisblog.it, spiega perché il Pdl debba fare proprio anche delle battaglie sociali. Bandiere, per molto tempo, del centro-sinistra.
Cominciamo spiegando agli utenti di polisblog.it che non la conoscessero il suo cammino politico.
Ho una storia radicale anche se poi mi sono iscritto al partito solo nel 1992. Nel ’94 poi ho cominciato a fare politica in modo militante.
Continua a leggere: Intervista - polisblog incontra Benedetto Della Vedova

La favola politica di Renata Polverini non poteva finire in un giorno peggiore. Lei, proclamatasi portavoce delle donne lavoratrici, scopre di non essere una moderna Cenerentola proprio l’8 marzo, giorno in cui il Tar del Lazio ha respinto il ricorso avanzato dal Pdl per permettere alla propria candidata di scontrarsi contro Emma Bonino.
Eppure per coronare il proprio sogno (politico) a Renata Polverini serviva davvero poco. Persino la protagonista della fiaba a cui si deve la nascita del feticismo per i piedi aveva capito che per essere apprezzata, argomenti a parte, è sufficiente essere puntuali.
Ad Emma Bonino, e ai radicali che hanno civilmente protestato affinché in un paese moderno nel 2010 tutti i cittadini italiani siano davanti alla legge uguali, bisogna riconoscere il tentativo di aver dato valore a delle nuove storie.
I primi cento giorni Pierluigi Bersani li ha superati senza infamia e senza lode. I prossimi cinquanta, o poco più, saranno decisivi per il segretario del Pd e per lo stesso partito.
I fatti, cioè l’andazzo di un partito in balia dei sussulti autodistruttivi interni e degli altalenanti eventi esterni, dimostrano che il Partito democratico era e resta una “amalgama mal riuscita” e che le primarie (oltre tre milioni di militanti ed elettori votarono per Bersani) erano e restano un bluff.
Cento giorni sono passati invano: il partito “pesante” è una chimera (nel territorio dominano i cacicchi e al centro le antiche divisioni correntizie si consumano in vecchie e nuove lotte fratricide) e la strategia delle “larghe” alleanze per un nuovo Ulivo fa acqua da tutte le parti (da una parte con l’Udc da “terzo forno”, e dall’altra con Idv e Radicali che giocano al gatto col topo).
I ko in Puglia e a Bologna non sono incidenti di percorso, bensì l’iceberg dello stato di salute del Pd. In ognuna delle tredici regioni chiamate al voto di marzo il pidì è una “gruviera”, va “a rimorchio”, sempre sotto il tiro di “amici” e “avversari”.
E non c’è capo o capetto, a Roma o fuori, che non esprima dissenso, infischiandone della linea del partito e della sua leadership.
Chi temeva un Bersani “autoritario” e “sbaracca tutto” si è dovuto ricredere: il segretario si è distinto per il suo minimalismo e per una ordinaria amministrazione che lascia il caos che c’era già.
Al Pd servono invece idee nuove e scatti da grimpeur. Ma servono adesso. Fra due mesi può essere troppo tardi. Sia per Bersani che per il Pd.

È direttamente tratto dal grande successo cinematografico di questi giorni, il kolossal Avatar, il nuovo spot radicale che sostiene la candidatura di Emma Bonino a presidente della Regione Lazio.
Una scelta sui generis che ha già scatenato qualche polemica, ma anche approvazione per l’originalità dell’iniziativa. Noi per l’intanto vi proponiamo Emmatar in versione integrale.
A voi ogni giudizio.
Ha scelto youtube Nichi Vendola per sconfessare le accuse che da questa mattina rincorrono su di lui. Con un video il Presidente della Regione Puglia prova a zittire il nascente dibattito che attorno a lui in queste ora sta nascendo a causa anche delle dichiarazioni che sul suo conto ha rilasciato Massimo D’Alema.
Fermo restando che fino a prova contraria non può, e non deve, essere accusato nessuno Nichi Vendola sorprende. Di nuovo. Avrà, come sosteneva giustamente qualcuno su questo sito, sbagliato con il Partito Democratico.
Di fatto la sua presenza in politica, tanto quella di Emma Bonino, rappresenta semmai ce ne fosse bisogno che l’evoluzione di un paese nel corso della storia è affidato alle anomalie. Non certo a chi vuol star più comodo sulle sedie. A sinistra come pure a destra.
Continua a leggere: Video. Nichi Vendola su youtube: "Non ho mai violato le regole"
La candidatura di Emma Bonino alla presidenza della regione Lazio passa nel Pd all’unanimità. Ma è un en plein di facciata. Tutte quelle mani alzate all’Hotel Aran Mantegna di Roma nascondono i volti della delusione e del malumore di dirigenti e militanti che non sanno più “che pesci pigliare”.
Quel che succede nella regione della capitale è la cartina di tornasole di un partito “vuoto” . “spiazzato”, e “a rimorchio” di chiunque.
E Bersani? Accerchiato, criticato, sobillato. Il segretario sbanda, ora cercando di rimettere in riga gli “agitati”, come un “kapò”, ora subendo gli umori di chiunque dica la sua, “prigioniero” di amici (in forte calo) e nemici (in forte crescita).
Situazione peggiore di quella già vissuta dal Pd di Veltroni e di Franceschini? Sì. Come allora, pur se a parti invertite, c’è chi rema contro e addirittura “tifa” per la sconfitta del Pidì alle Regionali. Un errore politico perseguito per tre volte di seguito non può che portare alla disfatta.
Le primarie, previste per statuto e obbligatorie per le cariche pubbliche, sono oramai solo un ricordo. Alleanze senza strategia, alla giornata, imposte da convenienze e dalle circostanze, più che altro “subite” per non perire. Nel Lazio costretti a prendersi la Bonino, ma non c’è uno straccio di accordo con i radicali; l’Udc sta con la destra (se Berlusconi non pone il suo veto…) nelle regioni che contano e dice sì al Pd in Calabria (prendendosi il candidato presidente) e in Puglia, dove il Pd è nel caos, idem in Umbria. Con la sinistra radicale ecc. è frattura quasi ovunque. Con l’Idv è un continuo stop and go.
Per la prima volta, la componente cattolica ex Margherita (“figli di un dio minore”) è con le valige in mano, pronta dopo le elezioni di marzo, a sbattere la porta.
Il nodo è l’identità. Ancora nessuno sa cos’è il Pd: se un partito di sinistra che si allea con un centro costituito dall’Udc o un partito di centro sinistra in un assetto bipolare. Si “sbanda” sulle alleanze perché non è ancora definita la vera natura del partito.
A poco più di due mesi dalle elezioni, il Pd è senza rotta. E Bersani è nella bufera. Sarà il “tutor” Massimo D’Alema a salvarlo?