Avete mai sentito parlare della flexicurity? Si tratta di un termine nato durante le riforme del mercato del lavoro degli anni ‘90 di Olanda e Danimarca, che ambivano a coniugare una maggiore flessibilità con un contemporaneo miglioramento della sicurezza sociale e dell’occupazione.
Possibile? Pare di sì, tanto che l’Unione Europea e l’OCSE l’hanno resa la loro linea politica ufficiale. Non dappertutto però: in Italia flessibilità continua a fare rima con insicurezza e precarietà. Berton, Richiardi e Sacchi (ricercatori del Collegio Carlo Alberto di Torino), in questo ottimo volume si incaricano di spiegare in lungo e in largo le ragioni di questa situazione.
Il loro primo passo è distinguere analiticamente alcuni concetti troppo spesso confusi nel dibattito: flessibilità e precarietà non sono, infatti, sinonimi. E non è neppure vero che la prima implichi la necessariamente la seconda: questo accade, però, in Italia. Per una serie di ragioni che gli autori non mancano di elencare.
Oggi i “quattro gatti” del mondo dello spettacolo e della cultura scioperano e fanno un sit-in davanti a Montecitorio per protestare contro i tagli del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo.
Insomma il governo non vuole scucire più un soldo, anzi vuole tagliare 130 milioni di euro, lasciando cinema e teatro (come la ricerca e la scuola) in brache di tela.
La cultura Made in Italy, il mondo dello spettacolo, cinema in testa, non è senza macchie: deve anzi fare un bell’esame di coscienza e una forte autocritica: per “come” si gestisce e per “cosa” produce.
Così come gli enti locali che pur di raccattare consensi e voti gettano al vento montagne di soldi in nome di una cultura che invece sta spesso sotto il nome di sagre, quando non proprio di monnezza. Tant’è.
Comunque il ministro Bondi finge di stare dalla parte della “cultura” del Made in Italy. Ma patron Berlusconi la pensa diversamente e punta tutto sulla televisione, mai così asservita al potere e volgare e demenziale come negli ultimi decenni.
Il cinema e il teatro “disturbano” il potere: tutto il potere, oggi come ieri e sempre. E per il berlusconismo della bassa politica (o delle veline e affini …), cinema e teatro vanno lasciati cuocere nel brodo della loro crisi, indeboliti e rimessi in riga: così come la stampa e tutti i media.
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Ecco una notizia che “non fa notizia”. La povertà rende i Paesi più vulnerabili: sia alle calamità naturali che ai conflitti bellici.
Lo afferma la ricerca “Nell’occhio del ciclone” fatta da Caritas italiana in collaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno presentata a Roma in un volume edito da Il Mulino.
Il primo dato è agghiacciante: Nel decennio 1990/2000, 17 dei 33 Paesi più poveri del mondo hanno subito guerre civili. Fortunatamente sono diminuiti nello stesso periodo i conflitti nel mondo (24 all’inizio del 2008).
A pagare di più, come sempre, sono i civili: 573 mila vittime dal 1994 al 2004, soprattutto a causa di forze governative, con un aumento del 500% delle vittime imputabili a terrorismo tra il 1998 (erano 2346) e il 2006 (12.065).
Il dato più inquietante è l’aumento straordinario (del 900% dagli anni ’60 ad oggi) delle vittime di catastrofi naturali, a causa delle “peggiorate condizioni di vita della metà più povera della popolazione mondiale”. Nel 2007 ci sono stati 950 disastri naturali, soprattutto in Asia, con danni superiori ai 70 miliardi di dollari.
La ricerca registra anche, nel mondo, l’aumento di 12 miliardi di dollari negli aiuti allo sviluppo, anche se più del … 60% (!!!) sono aiuti “fantasma”, ossia sprechi o errori di consegna o riciclaggio.
Siamo però ancora allo 0,28% del Pil, molto distanti dall’obiettivo dello 0,7%. L’Italia è addirittura allo 0,19%.
Nessun commento. Solo l’invito alla riflessione.
Il decreto Gelmini per la parte relativa alle università da ieri è legge. La proposta è passata alla Camera con 281 voti a favore e 196 contrari (Idv e Pd), avvalendosi anche dell’astensione tecnica dell’Udc. I centristi hanno così inteso concedere “un’apertura di credito” al provvedimento. Giudizi di merito in questi mesi ne sono stati dati a iosa. Scopo di questo post è invece analizzare i punti salienti della legge, cercando di animare un dibattito.
1) Atenei virtuosi. Tutte le università italiane addirittura 26 su 58 al momento) che spendono più del 90 per cento del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) in stipendi non potranno più bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo. I cosiddetti atenei virtuosi, cioè i migliori secondo i suddetti criteri avranno invece accesso ai fondi stanziati ad hoc (7% del Ffo più fondo straordinario della finanziaria 2008).
2) Trasparenza. Da ora in avanti in sede di bilancio consuntivo i rettori saranno tenuti a pubblicare i risultati delle attività e tutti i finanziamenti pubblici e privati ottenuti (sì lo so che sembra incredibile che non fosse già obbligatorio, NdR). Inoltre in tutte le commissioni di concorso per la selezione di docenti e ricercatori sarà obbligatoria la presenza di docenti esterni, sorteggiati e in maggioranza rispetto ai membri interni.
Mercato del lavoro e welfare: due ambiti assolutamente centrali per la società e per la vita di ogni singolo individuo. In Italia, due settori in grave affanno, che richiederebbero urgenti riforme: e mentre i politici tendono spesso ad ignorare la questione, i famosi economisti ed editorialisti Tito Boeri e Pietro Garibadi pubblicano “Un nuovo contratto per tutti”, agile pamphlet pieno di proposte concrete.
Nell’Italia degli ultimi 10-15 anni c’è più occupazione e sempre meno disoccupazione. I problemi però non mancano: non c’è stata altrettanta crescita economica, non si è investito in ricerca e innovazione, ed eccoci con i salari più bassi d’Europa. Le forme di flessibilità del lavoro hanno sì creato lavoro, ma hanno finito per instaurare un sistema “duale”: precariato e posto fisso restano mondi paralleli, non comunicanti. Difficilissimo dal primo passare al secondo.
Non si sono colmati poi gli svantaggi dei veri soggetti deboli del nuovo mercato del lavoro: i giovani (non gli anziani!), le donne e i meridionali. Anzi, in molti casi la loro penalizzazione rispetto ai maschi adulti col posto fisso è addirittura aumentata. In particolare, è sempre più difficile per le donne conciliare lavoro e responsabilità familiare, ed ecco che si attiva quella spirale che sta trasformando l’Italia sempre più in un paese per vecchi.
Ieri in Consiglio dei ministri è stato licenziato il decreto Gelmini sulle università. Non mancano le sorprese e anche i cambiamenti parziali di rotta, segno che le richieste dei rettori almeno nella loro parte più ragionevole (esempio ne è stato la lettera di Ballio, Politecnico di Milano) sono state accolte. Vediamo insieme i principi della riforma.
Blocco del turn-over. Il limite del 20% è stato innalzato al 50%, con l’intesa che le nuove assunzioni riguarderano solo i ricercatori. E così per ogni due docenti in pensione potrà essere assunto un ricercatore.
Premi ai virtuosi. I 500 milioni di incentivi per la ricerca andranno esclusivamente agli atenei che abbiano rispettato i parametri di legge nelle assunzioni (torniamo qui al caso del Politecnico milanese). Chi abbia sforato il tetto del 90% nel rapporto fondi/stipendi non solo non riceverà nulla, ma (finalmente) non potrà bandire ulteriori concorsi.