
Come si diventerà professori associati e professori ordinari in base alle nuove regole che verranno introdotte dalla riforma universitaria?
Ebbene, secondo la vecchia normativa occorreva fare degli appositi concorsi, indetti dalle singole università. Le commissioni erano costituite da un membro interno selezionato dallo stesso ateneo che bandiva la procedura concorsuale e da altri componenti eletti da tutta la comunità scientifica. I concorsi per ricercatore e per associato erano per titoli ed esami (due scritti e un orale per il concorso di ricercatore, una discussione sui titoli e una prova didattica per quello di associato), quelli per ordinario solo per titoli.
Nei concorsi per ricercatore le commissioni erano costituite da un professore ordinario, da un professore associato e da un ricercatore, tutti del settore disciplinare di riferimento. Le commissioni dei concorsi per associato erano formate, invece, da tre ordinari e due associati e quelle dei concorsi per ordinario da cinque professori ordinari del settore di riferimento.

Immaginiamo che un giovane neolaureato italiano decida, nonostante tutto, di provare a intraprendere la carriera universitaria nel nostro Paese e riesca a vincere un dottorato di ricerca con borsa, che gli consentirà di tirare avanti per tre anni. Cosa potrebbe succedere dopo? Vediamo cosa stabilisce la riforma universitaria tanto elogiata in questi giorni dalla maggioranza e dal Presidente della Camera.
Intanto, come ormai tutti sanno, scompare la figura del ricercatore a tempo indeterminato. Le università possono stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo determinato con soggetti che intendono svolgere attività di ricerca, di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti.
Ecco, dunque, arrivare la figura del ricercatore a tempo determinato. La selezione dei nuovi ricercatori dovrà avvenire mediante procedure pubbliche disciplinate dalle università con apposito regolamento e nel rispetto di alcuni criteri enunciati dallo stesso disegno di legge di riforma (art. 21, comma 2).
Come saprete, qualche giorno fa il Ministro Mariastella Gelmini ha voluto indirizzare agli studenti in rivolta un video messaggio pubblicato direttamente su Youtube, invitandoli a non farsi strumentalizzare dai baroni.
Questa la presentazione del video: “Cari ragazzi, mi rivolgo direttamente a voi attraverso questo canale per chiedervi di non farvi strumentalizzare dai baroni e di non mescolare la vostra protesta con quella dei centri sociali. Non dovete avere paura della riforma dell’Università. E’ un provvedimento indispensabile per migliorare la vostra condizione all’interno degli Atenei, un disegno di legge che mette al centro i vostri interessi, a partire dal diritto allo studio”.
Poco dopo, un gruppo di ricercatori ha deciso di rispondere al Ministro con un altro videomessaggio, pubblicato sempre su Youtube, nel quale si invitano gli studenti a non farsi strumentalizzare dalla Gelmini. Trovate quest’ultimo video dopo il continua.
Continua a leggere: Il videomessaggio della Gelmini agli studenti e la risposta dei ricercatori

In occasione di un incontro congiunto con il Consiglio di amministrazione e il Senato accademico dell’Università del Salento, il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha dichiarato, un paio di giorni fa, che la riforma dell’Università, di prossima approvazione, è “una delle cose migliori di questa legislatura”, in quanto fa proprio il principio insindacabile del merito.
Se questa è una delle cose migliori che il Governo abbia saputo produrre - verrebbe da dire - è meglio non pensare alle altre… Ma vediamo se è vero che la riforma in questione premia il merito e infligge un colpo micidiale ai cosiddetti “baroni” dell’Accademia.
Procediamo con ordine, seguendo i diversi passi della carriera accademica, partendo dal dottorato di ricerca, che dovrebbe costituire il primo traguardo di un neolaureato che volesse avventurarsi nel fantasmagorico mondo della ricerca universitaria.

Dalle ore 16:15 collegatevi a questo link e potrete vedere il videobackstage della puntata odierna del programma di Rai Due. Sarà il sottoscritto l’ospite che rappresenterà il nostro blog.
La puntata si intitolerà “Guerriglia”, e avrà come ospiti Nunzia De Girolamo, Giampiero Mughini, Pancho Pardi, Debora Serracchiani, Flavio Tosi, Adolfo Urso. Si parlerà di riforma Gelmini, caos rifiuti a Napoli, lo scontro tra la Carfagna e Cosentino, l’Ok Corral del 14 Dicembre.
Potete interagire con noi direttamente dal sito web del programma, da Facebook, da Twitter.
Stay tuned!

Come ampiamente previsto, l’apertura dell’anno scolastico è stata l’occasione per sfogare tutti i livori della categoria docente e di parte degli studenti contro la riforma fortemente voluta dal ministro Gelmini e da noi ampiamente trattata nei mesi scorsi.
Senza entrare nel merito tecnico, di cui abbiamo già parlato a lungo, l’occasione viene buona per alcune considerazioni di carattere filosofico e sociale sul “metodo” del sistema-istruzione nel nostro paese. E anche una piccola digressione storica non nuoce alla comprensione degli eventi targati 2009-2010.
Torniamo per un attimo indietro di 40 anni: è il 1968 e nel mondo occidentale cominciano a scatenarsi i primi barlumi di contestazione che sfoceranno poi negli eventi anche drammatici dei decenni successivi. Il motivo fondamentale tuttavia è uno e ben chiaro. L’assurdo nozionismo e l’imperante severità di una scuola che non ha saputo mettersi al passo con i tempi, alzando una barriera insormontabile tra il personale docente e gli studenti.

Oggi è una “giornata storica” per il Ministro dell’Istruzione: è il giorno in cui, con l’avvio dell’anno scolastico, parte anche quella che la Gelmini definisce la “riforma attesa da decenni”, una riforma che, tra le altre cose, ridisegna la struttura della scuola superiore, “all’insegna della chiarezza e della modernità”, impone il rispetto del tetto del 30 per cento di alunni stranieri per classe (al fine di evitare la formazione di “classi ghetto”) e stabilisce che il superamento di 50 giorni di assenze in un anno comporterà l’automatica bocciatura dello studente.
Ai tanti precari che, in queste ore, protestano furiosamente contro gli ennesimi tagli disposti dal Governo, la Gelmini risponde con promesse che odorano di campagna elettorale: entro il 2018 ne dovrebbero essere assorbiti 220 mila (dati che, peraltro, contrastano con quelli forniti da qualche pubblicazione dello stesso Ministero dell’Istruzione).
In realtà, quello della scuola in Italia non è certo il migliore dei mondi possibili. In base al rapporto Ocse 2010 sullo stato dell’Istruzione nel mondo, presentato a Parigi lo scorso 7 settembre, tra i 33 paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Italia si colloca al penultimo posto per spesa nell’istruzione pubblica (subito sopra la Slovacchia). Se la media Ocse di investimenti nel settore è del 13 per cento della spesa complessiva, il nostro Paese impiega soltanto il 9 per cento delle risorse disponibili.
Continua a leggere: La scuola italiana: il migliore dei mondi possibili?

Da Frascati, durante la “Summer School 2010″, organizzata dalla fondazione Magna Charta, il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, con la sua solita franchezza, è entrato nel merito del dibattito sul precariato nel mondo della scuola. Almeno tre le dichiarazioni degne di nota.
La prima: “Il sistema [scolastico] costa tanto e rende poco. Non è neanche vero che gli insegnanti sono pagati poco, perchè in altri paesi guadagnano di più perchè lavorano di più”. E’ davvero così? No. Prendiamo l’esempio della Germania: come ha scritto su MicroMega dello scorso luglio Mila Spicola, se lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore in Italia dopo quindici anni di insegnamento è di 27.500 euro lordi annui, quello di un collega tedesco, nelle stesse condizioni, è di 45.000 euro all’anno.
E in paesi come l’Inghilterra e la Spagna la situazione non è tanto diversa da quella della Germania. Tornando a quest’ultima, le ore di lavoro di un insegnante tedesco sono praticamente le stesse di quelle di un italiano (anzi, a ben vedere, un po’ di meno): rileva ancora la Spicola che “gli insegnanti tedeschi hanno una media di 22 ore di lezione frontale alla settimana contro le 18 degli insegnanti del nostro paese, ma bisogna tenere conto del fatto che le ore di lezione in Germania sono solo di 45 minuti”.

La riforma che sta per essere varata dal Parlamento (manca il sì definitivo della Camera), oltre ad invadere pesantemente la sfera dell’autonomia universitaria, è chiaramente ispirata alla logica del risparmio. O, più esattamente, all’idea che meno si spende per le università pubbliche, meglio è.
L’eliminazione delle facoltà e la creazione di grandi dipartimenti che dovranno occuparsi di tutto è una revisione irragionevole, poiché la distinzione delle strutture è una condizione di efficienza e di efficacia nell’organizzazione delle attività didattiche e di ricerca. Ma serve a ridurre personale. E tanto basta.
Così come la prevista “federazione” degli atenei. Un accorpamento che rischia di creare gravi disagi anche a quel corpo studentesco di cui tanto si preoccupava qualche giorno fa il Ministro Gelmini condannando le iniziative di protesta dei ricercatori.

Malgrado le proteste che, nel corso degli ultimi mesi, hanno infiammato il mondo accademico italiano, il Senato ha approvato ieri il testo della riforma Gelmini che rivoluzionerà il sistema universitario del nostro Paese.
Tutto ciò dopo che, nei giorni scorsi, il Presidente del Consiglio dei ministri aveva benedetto università telematiche il cui corpo docenti è costituito quasi integralmente da ricercatori precari e da illustri personaggi del mondo della politica e dello spettacolo come Marcello Dell’Utri e Vittorio Sgarbi.
Dopo che lo stesso Presidente, proprio mentre visitava una di queste università, ha manifestato il proprio vivo apprezzamento per le grazie di alcune neo-laureate ed ha espresso, nel contempo, severi giudizi sull’aspetto fisico del vice-presidente della Camera.