Le elezioni in Israele hanno emesso il loro verdetto definitivo, anche se al conteggio mancano ancora i 175.000 voti dei militari. L’ex-Ministro Tzipi Livni che tanto ha fatto parlare di sè durante la campagna di Gaza ha trascinato Kadima, il partito fondato dal carismatico Sharon, alla vittoria pur se per un solo seggio nei confronti del favorito Netanyahu, che a sua volta ha ottenuto un buon successo.
Il problema è che la frammentazione l’ha fatta da padrona, e i 55 seggi conquistati dalle due forze principali (sui 120 complessivi) non saranno sufficienti per realizzare un governo di coalizione, fatto che può aprire diversi scenari. Vediamoli.
Innanzitutto, come molti temevano, il leader di estrema destra Lieberman, ex-immigrato russo che ha fatto incetta dei voti della consistente comunità russo-ebraica, farà da ago della bilancia con i 15 seggi del suo Israel Beitenu. Poi non si può escludere il ripescaggio del grande sconfitto di queste elezioni, il leader laburista Barak, che pur essendo uscito con le ossa rotte e 13 miseri rappresentanti, potrebbe teoricamente garantire la maggioranza assoluta se si alleasse a Livni e Netanyahu.
Questa la situazione provvisoria secondo l’aggiornatissimo sito del New Yotk Times: risultati da prendere con le pinze. Si può notare ad esempio come il Texas, storico baluardo repubblicano, sia assegnato per il momento ad Obama.

Die Freiheitlichen, testualmente I Libertari. Sì, ma chi sono costoro, si chiederanno in molti? La risposta viene direttamente dalle elezioni provinciali in Sud Tirolo, o Alto Adige per dirla all’italiana, in cui il partito guidato da Ulli Mair e Pius Leitner ha triplicato i propri voti, raggiungendo il 15%. Tutto questo soprattutto a scapito della Südtiroler Volkspartei (Svp) che per la prima volta vede il proprio consenso calare sotto il 50% (-7,5%).
Se la Svp piange di sicuro i partiti nazionali non ridono, visto che Pdl e Pd rimangono ampiamente sotto la soglia del 10%, mentre Lega, Udc e Idv da questa parti vantano percentuali da prefisso telefonico per adottare un vecchio adagio caro a Umberto Bossi. Il resto dei voti è frammentato, distribuito su un coacervo di piccole forze tra cui spicca la buona prestazione dei Verdi (5,8%), qui storicamente forti.
Ma torniamo alla lista trionfatrice e analizziamone le radici. Die Freiheitlichen nasce nel 1992 e aumenta progressivamente il proprio consenso fino a raggiungere il 9,4% alle scorse politiche. Il partito si caratterizza fin dalla nascita per le sue posizioni dure, soprattutto su immigrazione, autonomia e protezione dei sudtirolesi, e per molti aspetti appare contiguo agli austriaci del Fpö, la forza fondata e portata alla ribalta dal recentemente scomparso leader nazionalista Jorg Haider.
Continua a leggere: Amministrative in Alto Adige: trionfano i nipotini di Haider
Comincia oggi una serie di post dedicati a spiegare perché i sondaggi politico-elettorali vengano così spesso smentiti dai risultati ufficiali.
C’è stato un grosso fraintendimento: i sondaggi non servono a prevedere i risultati elettorali. Questa perlomeno l’opinione di Renato Mannheimer e Nando Pagnoncelli, due volti notissimi al pubblico televisivo italiano, intervenuti al convegno “Statistica e previsioni elettorali: uno sguardo ai numeri 2008”, tenutosi presso la Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Milano Bicocca il 7 maggio scorso.
Secondo il loro punto di vista il sondaggio è una semplice “fotografia” della popolazione in un momento dato, e non una “palla di cristallo” da chiromante,. Immaginate una maratona: se si scatta una fotografia dei corridori a 1km dall’arrivo, questa ci dà delle informazioni sui vantaggi provvisori, ma non può assolutamente assicurarci nulla sul vincitore, né tantomeno sui ritardi dei secondi e terzi all’arrivo.
I sondaggi infatti sono, in un certo senso, fatti per essere smentiti: il leader di un partito dato per perdente farà di tutto per rovesciare la situazione, ecco quindi che la pubblicazione del sondaggio “retroagisce” sulla realtà stessa, contribuendo paradossalmente ad invalidare le sue stesse previsioni.
Che il post-Blair si presentasse assai difficile non è notizia di oggi. Il successore dell’ultralongevo e carismatico ex-premier non poteva non pagare dazio alla personalità del suo predecessore, in una sorta di effetto-Thatcher sull’altra sponda del Tamigi, ma certo che in queste proporzioni la sconfitta sa di terrificante disfatta, quasi ai livelli italiani. E’ pur vero che Gordon Brown non ha potuto contare sui risultati della natia Scozia, anche se è tutto da vedere che lo premiasse, ma alla fine è l’Inghilterra che conta (votava comunque anche il Galles) e gli elettori albionici hanno bocciato senza appello la politica laburista.
Ma vediamo i termini della disfatta. A due terzi di scrutinio i Lab sarebbero attestati su un modestissimo 24%, a venti punti secchi dai Tories, e addirittura dietro i liberaldemocratici, che guadagnerebbero il 25% (risultato tra l’altro neanche troppo entusiasmante). Ragionando di seggi, su un totale di 4.102, il partito di Gordon Brown ne perderebbe 161, regalandone 148 ai conservatori e dieci ai liberaldemocratici. I Laburisti perderebbero sei consigli comunali, mentre i conservatori ne recupererebbero sette.
Mentre il premier commentava con toni apocalittici la peggior sconfitta laburista da quarant’anni a questa parte, la memoria tornava alle prime elezioni sostenute da John Major, quando un giovane Tony Blair infliggeva una storica batosta ai nipotini della Thatcher, esattamente nelle stesse proporzioni di oggi. E’ indubbio che questa debba considerarsi la grande vittoria del giovane leader tory David Cameron (nella foto), e trampolino di lancio per la sua futura carriera politica.
Continua a leggere: Amministrative inglesi: batosta per i laburisti
L’euforia è palpabile nel quartier generale di via Bellerio; la Lega Nord ha conquistato un risultato oltre ogni previsione, tornando ai risultati dei primi anni novanta. E pensare che le prime proiezioni (quelle completamente bucate dalla Consortium) avevano gettato acqua sul fuoco dando solo un lieve vantaggio alla coalizione di centrodestra, con la Lega sotto il 6%. Poi piano piano, soprattutto con i dati del Viminale, ci si rendeva sempre più conto delle proporzioni del successo, fino a valicare addirittura la soglia dell’8% sia alla Camera che al Senato.
Dalle urne esce dunque una Lega numericamente indispensabile al Governo, e non inferiore ad AN in termini di quote elettorali. Le prime conseguenze di ciò si ritrovano nella composizione del nuovo esecutivo, i cui 12 ministri saranno con ogni probabilità suddivisi in questo modo: 6 a Forza Italia, 3 ad AN e 3 ai seguaci del Senatùr. Il quadro potrebbe cambiare se la Lega ottenesse gli Interni e la presidenza della Regione Lombardia, come si diceva ieri; in questo caso potrebbe accontentarsi di due dicasteri.
Ma quello che ci preme ora è di analizzare il trionfo leghista in termini territoriali e di flussi elettorali. A nord e al centro i consensi sono praticamente raddoppiati. In Lombardia e in Veneto la Lega supera abbondantemente il 20%, ma anche in regioni tradizionalmente ostiche come Emilia Romagna, Umbria e Marche il partito comincia a far sentire la propria presenza, anche se i maggiori serbatoi di voti rimangono le province di Bergamo, Varese e Treviso. A Varese Dario Galli sarà presidente dell provincia con un consenso plebiscitario (65%), a Treviso Gian Paolo Gobbo sarà sindaco trascinato dal 35% ottenuto dal partito.
Walter ammette la sconfitta: ha telefonato a Berlusconi e gli ha dato atto della vittoria che ormai le proiezioni, come PolisBlog sta documentando in tempo reale dalle 15 di oggi pomeriggio, stanno delineando. Semplice e chiaro il discorso del leader del Pd, che augura buon lavoro all’avversario, augurandosi che non si concretizzino le paure di una parte dell’elettorato, e cioè un predominio delle posizioni leghiste e una difficoltà di tenere insieme posizioni a suo parere poco conciliabili fra loro. Intanto assistiamo a una nuova prassi, in Italia mai cosi presto lo sconfitto parlava in diretta per ammettere i risultati. Migliori i risultati rispetto alle precedenti elezioni (considerando Margherita e Ds insieme), ottima la performance dell’Italia dei Valori, ma non basta.
Berlusconi commenta la telefonata di Veltroni con poche parole più di un’ora dopo, definendola breve, annunciata, e dichiarando che lavorerà con l’opposizione sulle riforme. A Porta a Porta il leader del Pdl commenta con entusiasmo la vittoria, già annunciata dai sondaggi che citava, ammettendo però con lucidità che il paese dovrà affrontare mesi e sfide difficili. Chiara nella mente del nuovo premier la squadra di governo, dopo aver parlato con gli alleati Fini e Bossi, e annuncia che non ci vorrà molto per la sua composizione, e dice anche ci sarà posto per 4 donne, per ora nessun nome. A Matrix altra telefonata, e ancora certezza che il Pdl porterà a compimento il programma presentato, e annuncia che la prima visita di Berlusconi premier sarà in Israele.