Romano Prodi: denuncia. Voto 4 L’ex premier vuole le primarie anche per i parlamentari: “Una volta i partiti selezionavano la classe dirigente, oggi sono soltanto macchine elettorali”. E se ne accorge solo ora?
Umberto Bossi: denunciato. Voto 3 Al leader della Lega piovono querele da tutta Italia perché pronunciò parole offensive contro Napolitano e Monti in occasione di una kermesse nel bergamasco. Bene. Era ora!
“So benissimo che è necessario evitare una pressione fiscale eccessiva e gli accertamenti devono essere rispettosi dei diritti individuali. Su questo come ministro dell’Economia vigilo e vigilerò, ma alla Gdf, all’Agenzia delle entrate e a chi con impegno e dedizione provvedono a che l’evasione finalmente si riduca, voglio dire il mio grazie e assicurare il mio appoggio”.
Con queste parole il capo del governo, durante le celebrazioni per il 215esimo anniversario della nascita del Tricolore, a Reggio Emilia, chiude le polemiche di questi giorni, innescate soprattutto da Lega e Pdl. Per il premier “l’espressione ‘mettere le mani in tasca’ agli italiani è incompleta, perchè c’è chi, come gli evasori, mette le mani nelle tasche di altri italiani, i contribuenti onesti. È inammissibile che i lavoratori compiano sacrifici mentre c’è una porzione importante di ricchezza che sfugge alla tassazione, accrescendo così la pressione tributaria su chi non può sottrarsi al fisco”.
«Abbiamo avviato con i ministri della Giustizia e della Funzione pubblica una riflessione su come dare una accelerazione potente alla lotta contro la corruzione che divora risorse, discredita istituzioni e frena investimenti esteri in Italia. Su questi punti il governo opererà con provvedimenti legislativi e amministrativi. E’ inammissibile che lavoratori debbano subire sacrifici pesanti, mentre una porzione della popolazione sfugge a ogni tassazione accrescendo l’imposizione tributaria su chi non può sottrarsi al fisco».
L’endorsement all’operato degli ispettori anti-evasione è uno dei punti salienti del discorso pronunciato stamattina a Reggio Emilia dal premier Mario Monti, in occasione della Festa del tricolore. Monti ha poi parlato a lungo della situazione in Italia e in Europa, ad applaudirlo anche l’ex premier, già presidente della Commissione europea, Romano Prodi.
«Abbiamo visto milioni di tricolori appesi alle case degli italiani. Cosa hanno voluto dirci gli italiani? È una domanda che i cittadini ci hanno posto. È un gesto che ci invita nei nostri comportamenti a cercare di essere sempre all’altezza del tricolore. Ci chiedono di spiegare la crisi e di capire in che direzione sacrifici porteranno la nostra nazione - ha detto il premier. «Nessuno può immaginare un’Europa che rinunci a crescere e nessun Paese europeo da solo è tanto forte da poter affrontare le economie globali. Vogliamo un’Europa coi conti in ordine, anche con meccanismi severi, sono nel nostro interesse. Quanto danno l’Italia ha fatto ai propri figli, che oggi non trovano lavoro, dicendo sì a ogni istanza sociale, senza riguardo al fatto che dire dei no comporta costi politici nel presente, dire dei sì comporta costi per il futuro per quelli che non sono ancora nati», ha poi chiosato Monti.
«L’Italia ha dato contributo decisivo a stabilità finanziaria in area euro con una azione coraggiosa, come ricordato ieri da Sarkozy, con una manovra approvata in via definitiva il 23 dicembre in tempi eccezionalmente brevi, che testimoniano al capacità dei politici e del Parlamento di dare il meglio di sé nell’interesse del Paese. L’Italia sta facendo la sua parte. Ora la facciano anche gli altri Paesi dell’Unione europea”.
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Arieccolo, Romano Prodi. Ma non Prodi il politico, bensì il professore. Da domani, martedì 11 ottobre, alle 23 su la7, Prodi torna in cattedra confrontandosi con una classe di studenti italiani e stranieri provenienti dalle diverse facoltà dell’Università di Bologna. Tema: la situazione economica contemporanea e i possibili sviluppi futuri. Moderatrice del dibattito la giornalista e conduttrice Natasha Lusenti.
Sono tre appuntamenti per capire il mondo che c’è e «il mondo che verrà» tenuti da Prodi alla sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio del Comune di Bologna. La sfida dei continenti e le armi per combattere la crisi, cosa fare contro l’aumento della disuguaglianza, la paura del futuro e come vincerla.
Il primo appuntamento con «il mondo che verrà» è dedicato alla cosiddetta ’sfida dei continenti’, più precisamente quello europeo, quello asiatico e quello americano, e all’evoluzione dei rapporti socio-politici ed economici tra di essi. Partendo dall’ascesa dei grandi paesi emergenti, il professore analizza l’attuale instabilità del sistema economico occidentale, la crisi dei debiti sovrani e la strada che ha portato a questa situazione difficile.
Qualche ghiotta anticipazione. L’euro sopravviverà? L’ex premier risponde: «L’euro resisterà perchè nessuno ha interesse a buttarlo a mare, non certo la Grecia, non certo l’Italia, ma soprattutto non la Germania. Perchè oggi la Germania è di gran lunga il paese più potente e più forte dell’Europa grazie all’euro». E ancora: «non si può avere una moneta comune senza avere anche un bilancio, un politica finanziaria ed economica comune. (…) O noi stiamo assieme, o la battaglia soli non la vinciamo. Neanche la Germania può farcela da sola. E’ grande per l’Europa, è piccola per il mondo».
Oltre alla situazione finanziaria, Prodi esamina infine la crisi alimentare, l’espansione demografica e il futuro delle risorse energetiche. Un’analisi del quadro presente e dei possibili scenari futuri.
In Italia, pur con Berlusconi “regnante”, c’è (ancora) la libertà di dire ciò che si vuole. Vale per tutti, ovvio.
Quindi anche per Paolo Ferrero, che in una intervista su Liberazione esce dal letargo e rilancia il messaggio del suo partito Rifondazione -questo il titolo- “Attualità e utilità del comunismo (spiegata ai ventenni)”.
Dice Ferrero: “Non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma del capitalismo in quanto tale. Si ripropone l’attualità del comunismo in quanto il capitalismo non è in grado di garantire lo sviluppo sociale e civile. Uscire quindi dal capitalismo e comunismo come gestione democratica delle potenzialità che già oggi ci sono per costruire una società senza classi sociali che veda il libero sviluppo di ogni essere umano”.
Sulla crisi del capitalismo e sulle sue responsabilità della crisi non ci piove. Ma la cura è il comunismo? Quale comunismo?
L’unico conosciuto, di matrice marxista-leninista, che ha governato i paesi del “Socialismo reale”, non ha concluso il suo ciclo storico con un inequivocabile e inappellabile fallimento? E anche la “via italiana” e l’”Eurocomunismo” non sono state cancellati dalla caduta del Muro di Berlino?
Anche fatti più recenti, alla prova del governo della “res pubblica”, non lasciano spazio alle velleità dei … “rifondatori”. Il tentativo di dare all’Italia un governo riformista, con una coalizione di centrosinistra, quello di Romano Prodi, è fallito proprio (e soprattutto) per le velleità del partito di Bertinotti (e del delfino Ferrero) che nemmeno hanno mai voluto comprendere la lezione di Lenin: “Estremismo, malattia infantile del comunismo”.
Il resto è minestra riscaldata. E oramai rancida. Utile solo al rilancio delle crociate di Berlusconi.
Ogni tanto ritornano, succede anche a Romano Prodi. L’ex premier coglie l’occasione per fare gli auguri (cui anche noi ci associamo) al nuovo direttore de l’Unità Claudio Sardo e intervenire sull’attualità politica.
Dice l’ex leader dell’Ulivo: “L’allarme per l’attacco della speculazione contro l’Italia si inserisce nel contesto della crisi dell’Europa, ma se in questo quadro l’Italia ha preso «la bastonata più forte» è perché lo scossone europeo ha coinciso con un momento di grande debolezza e di fortissime tensioni interne al governo italiano”.
Poi Prodi difende il sistema bipolare e il maggioritario criticando duramente la legge elettorale, confermando il suo giudizio sul “porcellum”.
Tutto bene? Così così. Quante leggi poteva cambiare il centro sinistra al governo e non lo ha fatto? Resta d’attualità il gioco di lanciare il sasso e ritirare la mano, o peggio. Con un Pd che predica bene ma razzola male, come col conflitto d’interessi e l’abolizione delle province. Non basta più essere “meno peggio” di Berlusconi per ottenere consenso. Capito, Romano?
Quando Prodi premier stava per cadere, Bertinotti lo definì “il più grande poeta morente” e portò sfiga al Professore. Ora Berlusconi come può essere appellato? In questo governo esiste un pizzico di poesia. Presti-giacomo Leopardi
Il Cav non potrebbe certo essere paragonato a un simbolista. Non è intimo né ermetico né enigmatico né tanto meno sfuggente. Forse più un surrealista. Paul Elu-hard
Verseggerà Bossi sul pratone di Pontida? Sarà feconda l’inclita erba? O le camicie verdi si limiteranno a brucare? Pascoli…bradi
Il pio Ferrara declama dal Teatro Capranica: “Silvio, non essere una statua di cera”. Sono queruli lai, l’urlo disperato di chi non vuole ammettere che il passato è passato. Cera…una volta
Non sale sui palchi ad arringare la folla ma si limita a prendere carta e penna Romano Prodi per dire dire alla fine: “C’ero anch’io”. L’ex Premier sostiene in una lettera Virginio Merola, candidato sindaco del centro sinistra alle amministrative di Bologna lanciando un appello nazionale, marcatamente politico.
Per risollevare le sorti dell’Italia si parta dal buon governo di citta’ come Bologna, Torino, Milano, Napoli: “Caro Virginio - scrive il Professore - la mia vita assai “vagabonda” mi terra’ lontano da Bologna nei giorni della chiusura della campagna elettorale. La mia lontananza e’ pero’ solo geografica perche’ non ho mai cessato, neppure un giorno di fare il tifo per la vittoria del centrosinistra e del PD, nella mia citta’ come in tutto il Paese. Pochi giorni ancora e i cittadini saranno chiamati alle urne per decidere chi dovra’ governarla per i prossimi cinque anni. Bologna vuole e deve rinascere, ricca come e’ di risorse che attendono solo di essere messe in rete. Bologna deve recuperare quel respiro internazionale che merita, lontano da derive populistiche e da paure che spingono solo a chiudersi senza peraltro risolvere i problemi. Mi auguro che i bolognesi vadano a votare numerosi e votino per una citta’ solidale e sicura, una citta’ aperta e all’avanguardia con un governo capace e autorevole.Per risollevarne le sorti, si parta allora dal buon governo di citta’ come Bologna, con Virginio Merola, come Torino, con Piero Fassino, Milano con Giuliano Pisapia, Napoli con Mario Morcone e in tutti quei paesi o citta’ dove un nostro candidato si batte per vincere”.
Bene? Benino. Prodi ha già cancellato il “pupillo” Del Bono, ex sindaco travolto dallo scandalo dei soldi alla sue ex segretaria/compagna? La solita mela bacata nel cesto di mele buone? A Bologna, e non solo lì, (e non solo a Napoli) il Pd ha dimenticato quei valori del “buon governo”, etici, programmatici e politici, che avevano onorato la sinistra riformista nel governo locale.
E lo stesso Prodi, da Premier, non è stato vittima dello stesso male che corrode il Pidì e il centro-sinistra? Che gli altri (partiti e candidati) siano anche peggiori, non cambia la … “degenerazione” del Pd e zone limitrofe.
La lingua batte ancora sul dente che duole. La lingua è quella di Romano Prodi che torna a strigliare il centrosinistra, in modo particolare il Pd.
“Serve più coraggio, più capacità di guardare al domani e non solo all’oggi”. L’ex premier solo pochi giorni addietro aveva buttato il primo sasso nelle acque stagnanti del Partito Democratico: “gli eredi dell’Ulivo? Non fanno che litigare tra loro”. La frustata del Professore arriva ventiquattr’ore dopo da un’altra forte e autorevole tirata d’orecchie, quella fatta da Giorgio Napolitano.
Il capo dello Stato, prendendo spunto da un incontro su Giolitti e su un testo che “dovrebbe leggere chi fa politica oggi a sinistra e sta all’opposizione”, testo che chiarisce cosa sia l’alternativa: “credibile, affidabile e praticabile”.
Se due più due fa quattro, ciò significa che la sinistra (Pd in primis) non è oggi “credibile, affidabile, praticabile”, quindi, incapace di proporsi come alternativa, è condannata all’opposizione.
La maggioranza di destra, si sa, è messa male: è divisa, ma sa marciare divisa e colpire unita. Come non ricordare che, pur vincente alle elezioni, il centro-sinistra non riuscì a reggere la prova del Governo (con Prodi) perché divisi fra “riformisti” e “rivoluzionari” come ai tempi della Terza internazionale? Ferite che bruciano ma lezioni che non insegnano nulla.
Il Pd, come dimostra l’ultima divisione alla Camera sulla Libia, non ha una propria linea politica, insegue chi gli può far comodo: un giorno abbraccia Vendola, un giorno Di Pietro, quindi Casini, in un frustrante gioco dell’oca che sfianca, disorienta e avvilisce.
L’antiberlusconismo rimane quindi l’unico collante dentro e fuori il partito, l’unico elemento di identità condivisa e la sola spinta per l’azione politica. Ma così non si va lontano. Si torna, tanto per dirla con Lenin, al celeberrimo “un passo avanti, due passi indietro”.
Fuori dai giochi com’è, Romano Prodi parla poco, specie delle questioni italiane. E se interviene, tutti a scavare sulle “critiche” dell’ex Premier, nei confronti degli “eredi” dell’Ulivo che fu.
“Quando uno è morto –chiosa il Professore- gli eredi non fanno che litigare. E più grosso è il patrimonio che lascia, più litigano”. E’ una frecciata, peraltro non nuova, contro il Pd e i suoi … alleati, discutibile nei modi e nei tempi, con un importante appuntamento elettorale oramai alle porte.
Ma Prodi affronta il nodo vero, la attuale “debolezza della democrazia italiana”. E, ovvio, questo non fa notizia. La stessa patata bollente della Libia dimostra che l’Italia non ha un Governo che governa, ma non ha neppure una opposizione in grado di proporsi come alternativa credibile.
Il bluff di Bossi sulla politica internazionale è fin troppo scoperto: gli basta una poltrona da vicesindaco di Milano e un sottosegretariato in più per non mandare a casa Berlusconi. Ma se fosse al governo il centro-sinistra? Che linea “unitaria” adotterebbero Bersani (e Casini-Terzo Polo), Vendola, Di Pietro? Sarebbe il caos.
La verità è che la politica italiana è malata perché è malato il sistema. Come uscire da questo labirinto? E’ anche la domanda di Emanuele Macaluso.
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Non è un bel periodo per l’Europa - ma quando lo è stato? - quel continente divenuto soggetto politico cui un tempo abbinavamo l’aggettivo “unita” non mi sembra sia tanto coeso, anzi. I fronti della crisi sono tanti, i motivi delle frizioni differenti, ma ce n’è uno comune che è la paura. Lo ricordava ieri Romano Prodi, lo si legge su La Stampa, Sergio Romano invece dedica al tema un ottimo editoriale
«L’Europa in questo momento ha paura di tutto, della concorrenza cinese, degli immigrati africani e degli altri Paesi europei, ha paura della non ripresa ed ha anche paura dell’euro (…) la responsabilità è dei governi europei che non prendono decisioni collettive» (…) Ciò che più lo preoccupa è come «la paura si diffonda anche a livello popolare» portando a situazioni nelle quali «singoli Stati ipotizzano l’uscita dall’Europa»
Per poi chiosare, a proposito di chi sbraita di “uscire dell’Europa”
«Coloro che fanno tali affermazioni sono leader politici che non hanno il senso della Storia, preferiscono inseguire le elezioni del giorno dopo o gli opinion polls del giorno stesso che indubbiamente riflettono gli umori di un populismo che aumenta, creando così una reazione a catena. Ma significa andare verso un suicidio collettivo»
A questo possiamo abbinare qualche piccola riflessione dopo il salto.
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