Quello di Mario Monti al Senato è tutt’altro che un discorso “tecnico”, permeato da cima o fondo di politica, di politica di spessore, da troppi anni assente nelle istituzioni e nel Paese. I tre punti fondamentali sono stati rigore di bilancio, crescita, equità.
Il discorso del neo premier marca l’abisso fra questa “tecnocrazia” chiamata a salvare l’Italia e la debolezza della politica, incapace, divisa e priva di credibilità. L’operazione non è priva di rischio, specie in proiezione futura, nel rapporto fra politica, cittadini, democrazia.
Mao Tse Tung, il grande timoniere ricordava che “non importa di che colore è il gatto, importante che acchiappi i topi”. Vale anche per noi, oggi? Non importa il tipo di governo e il nome del premier, importante che porti il Paese fuori dalla crisi e lo rilanci?
Intanto al Senato il neo premier ha costruito una cornice di alto profilo inserendo nel quadro i contenuti di una strategia nuova che, partendo dalla gravità della crisi internazionale e dalle specificità italiane ancor più negative, chiama la politica e gli italiani all’unità, punta al ristabilimento della fiducia nelle istituzioni, lancia interventi immediati e drastici coniugando il risanamento (equo) con il rilancio graduale ma immediato basato su meno tasse su per i lavoro e imprese, lotta agli evasori e alla criminalità organizzata, riforme strutturali (anche pensioni e mercato del lavoro, priorità per giovani e donne oggi penalizzati) e di qualità (riesaminare il prelievo sui beni immobiliari) per una Italia dentro all’Europa con pari dignità e competitiva e rispettata nel mondo.
Monti, che non è entrato nello specifico dei provvedimenti, è pienamente consapevole dei nodi politici che rischiano di fare rimanere sulla carta il forte e non indolore programma del suo governo. Mercato del lavoro, pensioni, patrimoniale, ici sono temi caldi che diventeranno incandescenti e divideranno i partiti e i loro esponenti parlamentari quando si entrerà nello specifico.
Pare però chiaro che il premier intende parlare direttamente agli italiani, oltre che all’Europa, e pur esaltando il ruolo delle Istituzioni e dei partiti, li stringe nell’angolo delle loro responsabilità. Di fronte a questa impostazione, specie se quanto prima le parole si tradurranno in risultati positivi e visibili, sarà difficile per chiunque mettersi di traverso. Anche per Berlusconi.

La riforma che sta per essere varata dal Parlamento (manca il sì definitivo della Camera), oltre ad invadere pesantemente la sfera dell’autonomia universitaria, è chiaramente ispirata alla logica del risparmio. O, più esattamente, all’idea che meno si spende per le università pubbliche, meglio è.
L’eliminazione delle facoltà e la creazione di grandi dipartimenti che dovranno occuparsi di tutto è una revisione irragionevole, poiché la distinzione delle strutture è una condizione di efficienza e di efficacia nell’organizzazione delle attività didattiche e di ricerca. Ma serve a ridurre personale. E tanto basta.
Così come la prevista “federazione” degli atenei. Un accorpamento che rischia di creare gravi disagi anche a quel corpo studentesco di cui tanto si preoccupava qualche giorno fa il Ministro Gelmini condannando le iniziative di protesta dei ricercatori.

Malgrado le proteste che, nel corso degli ultimi mesi, hanno infiammato il mondo accademico italiano, il Senato ha approvato ieri il testo della riforma Gelmini che rivoluzionerà il sistema universitario del nostro Paese.
Tutto ciò dopo che, nei giorni scorsi, il Presidente del Consiglio dei ministri aveva benedetto università telematiche il cui corpo docenti è costituito quasi integralmente da ricercatori precari e da illustri personaggi del mondo della politica e dello spettacolo come Marcello Dell’Utri e Vittorio Sgarbi.
Dopo che lo stesso Presidente, proprio mentre visitava una di queste università, ha manifestato il proprio vivo apprezzamento per le grazie di alcune neo-laureate ed ha espresso, nel contempo, severi giudizi sull’aspetto fisico del vice-presidente della Camera.

Ieri sera, come raccontato dal Corriere della Sera, 14 senatori dell’Italia dei Valori hanno occupato Palazzo Madama per protestare contro il voto di fiducia richiesto dal Governo Berlusconi per approvare la legge sulle intercettazioni.
Il Partito di Antonio Di Pietro, secondo quanto dichiarato dallo stesso leader della coalizione, avrebbe già acquistato una serie di domini internet all’estero per poter pubblicare quanto nel nostro paese potrebbe essere disciplinato dalla nuova legge.
In attesa di capire cosa farà nel concreto l’Italia dei Valori non ci resta che analizzare le contestazioni che il Partito ha fatto contro il ddl sulle intercettazioni. Negli ultimi giorni, complice lo scandalo immobiliare scoppiato attorno ad Antonio Di Pietro, l’unico a scrivere della legge bavaglio è stato Luigi De Magistris.

Oggi, come già anticipato nelle scorse ore, il Senato si dovrà esprimere sul ddl riguardante le intercettazioni su cui tanto si è detto e scritto nelle scorse settimane. Alle polemiche fatte fino ad oggi si sono aggiunte, da ieri, anche quelle relative al voto di fiducia, l’ennesimo, chiesto dalla maggioranza per approvare la legge.
Se il ddl dovesse passare così come oggi è stato pensato, come sostiene Filippo Facci per il Post, è molto probabile che l’interpretazione della legge permetterà più libertà di quella che in realtà si pensa di non avere.
Scrive il giornalista di Libero:
“Le intercettazioni saranno possibili solo per i reati puniti con più di cinque anni, corruzione compresa. Ecco, questa è facilissima da aggirare: per rendere intercettabili certi reati, infatti, basta ipotizzarli come aggravati.
Continua a leggere: Intercettazioni: Filippo Facci spiega come si aggira la legge bavaglio
Gianfranco Fini: guardiano. Voto 8. Federalismo ‘non ineluttabile’ se realizzarlo ‘mette a repentaglio la coesione nazionale’, avverte Fini alla Camera. Il cofondatore del Pdl avanza con lo “stop and go”. Bossi buio. Il Cav nero.
Silvio Berlusconi: caudillo. Voto 3. Il governo blinda il ddl “bavaglio” e al senato si vota con il bluff fiducia. “Lui” l’aveva già decisa il 25 maggio. Cos’ha deciso ancora, “lui”? Caudillo del “predellino”, adesso basta!

Pochi giorni fa ci eravamo occupati delle primarie per la Camera dei Rappresentanti negli Stati Uniti. Ieri sono arrivati alcuni importanti verdetti: in California, per i Repubblicani, due donne provenienti dal mondo degli affari, Carly Fiorina (ex Hewlett-Packard) e Meg Whitman (ex eBay), hanno vinto le primarie per il Senato (l’altra camera elettiva USA, che si rinnova di un terzo dei suoi componenti ogni due anni) e il Governatorato della California.
Il New York Times pubblica anche una mappa interattiva sui probabili esiti della competizione del 2 Novembre: per la Camera, i democratici avrebbero 164 seggi sicuri e altri 64 “leaning” (tendenti” verso di loro, in cui è probabile una vittoria democratica), i repubblicani invece avrebbero 157 seggi sicuri e altri 20 leaning. 30 sarebbero i seggi incerti. Facendo due conti, ai democratici andrebbero 228 seggi, ai repubblicani 177. La maggioranza è di 218 seggi.
Invece, per quanto riguarda il Senato, sempre grazie al NY Times, ai democratici andrebbero 55 seggi (48 sicuri più 7 leaning), ai repubblicani 43. 6 in seggi incerti. Maggioranza: 51 seggi. La differenza così rilevante tra il numero di deputati e quello di senatori si spiega facilmente: ogni Stato americano elegge un numero di deputati proporzionale alla sua popolazione (la California ha varie decine di deputati, il North Dakota uno), ma elegge sempre e comunque due senatori. California e North Dakota eleggono entrambi due senatori a testa. Questo fu previsto nella Costituzione per garantire i piccoli Stati. Insomma, un altro “balance” della democrazia americana.
Foto | Flickr
La notizia non è di quelle che bloccano il globo terracqueo, però il respiro lo toglie. Anzi, si rischia che ti vada tutto di traverso e ci resti secco.
Il sempre attento Affaritaliani di Angelo Maria Perrino lancia urbi et orbi la dichiarazione “choc” (c’è proprio scritto così) del sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti Roberto Castelli.
Il “fenomeno”, già … rinomato ministro leghista, spinge duro per fare senatore “a vita” il suo gran capo Umberto Bossi. Perché, testuale: “Bossi sarà ricordato come il salvatore della Patria”. Con la “p” maiuscola.
Con tutti i c … i di questi giorni, finalmente gli italiani (anche il … “trota” Renzo Bossi) possono tirare un gran respiro di sollievo. Eureka!
La risposta al buon Castelli è una sola: una sonora e prolungatissima pernacchia.

Dopo essere stato licenziato dalla Camera arriva oggi in Senato per la discussione l’insieme di normative del nuovo codice della strada. Lungo il percorso molte sono state le nuove proposte e ancor di più gli emendamenti a quelle vecchie. Risulta quindi evidente che molte non passeranno l’ultimo test. Vediamo quali sono le più importanti.
Nuovo limite di velocità a 150 km/h. Se la società proprietaria del tratto autostradale lo vuole, potrà innalzare il limite a 150 km/h, ma solo nei tratti a 3 corsie e dotati di tutor.
Cinture di sicurezza sulle Minicar. Saranno finalmente obbligatorie. Inoltre chi ha subito il ritiro della patente per eccesso di velocità non potrà più utilizzare le minicar.
Continua a leggere: Nuovo codice della strada al via. Tutte le nuove norme proposte
Malgrado le difficoltà riscontrate in campagna elettorale, Renata Polverini ha oggi la strada spianata per governare nel Lazio. L’avversaria, Emma Bonino, ha deciso di proseguire il proprio cammino in Senato (dove ricopre il ruolo di vicepresidente) e non tra le file dell’opposizione del Governo regionale.
Intervistata da Sky sulla decisione presa ha dichiarato:
“Gli obiettivi che mi ero data sul Lazio, e cioè Lazio regione europea e non Lazio che fa alleanze con le regioni del Sud Italia come dice Polverini, ma anche il tema della legalità e delle regole credo siano meglio perseguibili con una triangolazione che prevede che io resti al Senato lavorando con i due consiglieri radicali che sono in Regione.
E’ una scelta politica che ho voluto fare nella maniera più trasparente possibile. Penso di potere dare appuntamento tra un anno o due per quanto riguarda l’impegno che voglio mantenere su Roma in particolare e nel Lazio.”
Continua a leggere: Emma Bonino scappa dalla Regione Lazio ma non si presenta al Senato