Di solito si dice che le sentenze “si rispettano” e “non si commentano”. Questa volta, però, mi dispiacerebbe far passare questa “storia” sotto silenzio anche perché sembra scritta per il superministro Brunetta.
Ma partiamo dall’inizio. C’era una volta un comune siciliano: Castelvetrano, in Provincia di Trapani. E c’era un funzionario pubblico che si occupava di espropri. Il nostro funzionario, al quale una signora sottoposta ad esproprio aveva richiesto chiarimenti, non aveva risposto entro i trenta giorni previsti dalla legge.
Nella sostanza era accaduto che la signora aveva chiesto notizie al Comune circa alcuni terreni sui quali era prevista la realizzazione di un parcheggio, terreni un tempo appartenuti alla sua famiglia. Il funzionario (nonostante un sollecito della signora) aveva volontariamente omesso “di dare anche un benché minimo cenno di risposta alla richiesta”.
Anche ieri sera Milena Gabanelli ha confezionato un’ottima puntata del suo Report, costruita intorno al servizio di Bernardo Iovene sulla vicenda della frequenze radiotelevisive e sul caso Europa 7.
Ed anche ieri in molti saranno rimasti esterrefatti di fronte a certe immagini, a certe affermazioni, alle espressioni compiaciute di alcuni personaggi.
Giuliano Amato che “non ricorda” come siano andate le cose benché abbia firmato dei documenti in proposito (e ride appagato dello stratagemma trovato per non applicare una sentenza). Il sottosegretario Paolo Romani e Fedele Confalonieri quasi infastiditi dalle troppe domande sulla vicenda Rete4 ma certi del fatto che la vittoria elettorale del loro datore di lavoro abbia messo una pietra tombale su ogni fastidiosa questione in proposito. L’ex ministro Pd, Paolo Gentiloni, spiega che purtroppo non c’era abbastanza unità nella coalizione di governo per far applicare delle sentenze della Corte Europea. Luciano Violante e Piero Fassino che fanno a gara nel rassicurare l’impero Mediaset e nel disattendere la promessa di regolamentare il settore.
E voi, chi avete trovato più spudorato?
È passata quasi sotto silenzio un’importante sentenza che è destinata a fare giurisprudenza e in qualche modo ci riguarda da vicino. Esiste un vecchio contenzioso sulla liceità o meno di riprodurre filmati protetti dal copyright, come quelli relativi a trasmissioni televisive. Entrano infatti in contrasto elementi che da entrambe le parti possono essere invocati come essenziali. In sostanza, il diritto di cronaca contro la proprietà esclusiva.
Oggetto del contendere, nello specifico, i filmati tratti dalla trasmissione televisiva Grande Fratello che il Corriere della Sera pubblica sistematicamente sul suo sito web, solitamente in occasione di eventi rilevanti, come nel caso del bicchiere lanciato da un concorrente contro un altro qualche settimana fa.
In buona sostanza il giudice ha deciso una volta per tutte che è lecito pubblicare filmati anche protetti dal diritto d’autore, purché rientrino nel diritto di cronaca suddetto. Su 59 filmati portati in causa da Mediaset, solo i 4-5 appartenenti al Grande Fratello sono stati esclusi da questo diritto, e vanno pertanto rimossi.
Il gruppo Mediaset si è comunque detto soddisfatto della sentenza, annunciando in un comunicato stampa “nuove azioni legali contro siti web e provider” che diffondano contenuti Mediaset senza autorizzazione.
Ci sono molte cose che i giornali stranieri fanno fatica a capire dell’Italia: una su tutte, le disavventure giudiziarie di Silvio Berlusconi e il modo in cui gli italiani (non) reagiscono ad esse. Prendiamo ad esempio i commenti di questa settimana sulla condanna di David Mills per essere stato corrotto dal Presidente del Consiglio.
Molte testate tendono a commettere un errore di prospettiva: ragionando sulla base di quello che succederebbe nel loro paese, immaginano che questo episodio nuocerà molto al Cavaliere. El Pais, ad esempio, sostiene che “la sentenza getta un’ombra inquietante sui comportamenti giudiziari del Cavaliere”. Negli USA, Il Washington Post e il Financial Times affermano che “la condanna crea imbarazzo politico per Berlusconi”.
Il Times inglese addirittura si immagina che questa condanna “indiretta” per il premier possa mettere in forse la sua aspirazione a diventare il prossimo Presidente della Repubblica. Altre testate invece dimostrano invece di conoscere meglio il nostro paese, e puntano il dito contro l’”indifferenza” degli italiani.
Continua a leggere: Condanna Mills - Berlusconi: il punto di vista della stampa estera
Si è conclusa dopo 6 anni la vicenda giudiziaria di Giovanni Petrali, il tabaccaio settantenne che il 17 maggio 2003 sparò e uccise un rapinatore in Piazzale Baracca a Milano. La pena è sostanzialmente mite rispetto alle richieste del pm (9 anni) visto che l’omicidio è stato riconosciuto come colposo con l’attenuante della provocazione, ma è ugualmente destinata a suscitare polemiche.
Ricordiamo che i due rapinatori puntarono la pistola contro il tabaccaio, che era alla terza rapina in tre mesi, minacciandolo di morte. È vero che il Petrali recuperò la sua arma nello sgabuzzino quando i delinquenti si erano già dati alla fuga e che aprì il fuoco fuori dal negozio configurando il tutto, a detta dell’accusa, come “una vendetta”, ma è anche evidente lo stato di stress in cui si trovava a seguito della situazione generale.
In altre parole se la pena infilitta al Petrali è relativa alla pericolosità del suo gesto per l’incolumità dei passanti, allora è pienamente giustificata; se invece è stata comminata come punizione per essersi legittimamente difeso contro un criminale che non aveva esitato a puntargli la pistola, allora è palesemente ingiusta. Ricordiamo che qui non stiamo parlando di ladri da strapazzo che sottraggono qualcosa dagli scaffali, ma di efferati delinquenti che minacciano la vita di onesti lavoratori, oltretutto esasperati da innumerevoli precedenti.

Nel luglio scorso la sentenza del Tribunale di Genova sugli abusi compiuti dalla polizia contro gli attivisti fermati e reclusi nella caserma di Bolzaneto ha aperto la strada all’autoassoluzione e alla completa impunità per i rappresentanti delle forze dell’ordine responsabili dei reati legati alla repressione della manifestazione di Genova del 2001. Una strada poi seguita con le miti condanne e le numerose assoluzioni per l’assalto alla scuola Diaz.
In entrambi i casi il punto di vista degli ultrà della politica del manganello è stato enunciato con chiarezza: dato che c’erano gli scontri di piazza la polizia era autorizzata a reagire agli attacchi. Forse è vero, anche se opinabile. Ma in questi due casi non c’erano scontri di piazza, c’erano persone che dormivano e giornalisti soli e disarmati che sono stati picchiati fino a finire in coma (nel caso della scuola Diaz) e c’erano persone tratte in arresto e recluse (nella caserma Bolzaneto).
Un solo esempio, per capire di cosa si sta parlando. Nelle motivazioni della sentenza (che potete leggere qui) c’è scritto che Anna Poggi viene condannata a 2 anni e 4 mesi. Per quali motivi?
“Sottoponeva a misure di rigore non consentite dalla legge le persone ristrette presso la Caserma per il periodo in cui erano a disposizione della Polizia di Stato più precisamente tollerava, consentiva e comunque non impediva che le persone ristrette in Bolzaneto (in alcuni casi visibilmente ferite in conseguenza degli scontri di piazza): fossero costrette, nelle celle di pertinenza della Polizia di Stato, senza plausibile ragione (e senza necessità legata alla detenzione) a rimanere per numerose ore in piedi, con il volto rivolto verso il muro della cella,