
Prosegue il ciclo di interviste organizzate da polisblog.it per capire meglio le storie delle persone che hanno deciso di aderire allo sciopero degli immigrati. Previsto per il prossimo 1° marzo. Dopo l’intervista a Stefania Ragusa e a Daimarely Quinterno vi proponiamo oggi quella ad Almir San Martin.
Perchè hai deciso di fare parte dello sciopero degli immigrati?
Ho deciso di far parte di questa iniziativa perché sono stufo di essere trattato diversamente dai concittadini italiani. Sono stufo di dovere passare tra le strade e di essere percepito come un diverso. Sono stufo di non avere gli stessi diritti di alcuni italiani.
Sono stufo di non poter esprimere il mio diritto di voto. Sono stufo di non sentirmi italiano dopo 15 anni che sono in Italia.

Prosegue il ciclo di interviste organizzate da polisblog.it per capire meglio le storie delle persone che hanno deciso di aderire allo sciopero degli immigrati. Previsto per il prossimo 1° marzo. Dopo l’intervista a Stefania Ragusa vi proponiamo oggi quella realizzata a Daimarely Quintero, portavoce di primomarzo2010.blogspot.com.
Perché ha deciso di far parte del comitato organizzatore dello sciopero degli immigrati?
Per aver la possibilità di costruire insieme ad altre donne un percorso storico, che porti alla riflessione della opinione pubblica sulla situazione politico-sociale degli immigrati.
È stata vittima di episodi razzisti?
Nel 1997 sono stata accusata d’aver rubato in un grande magazzino. Mi ero recata da loro per acquistare dei prodotti, mi sposavo da lì a pochi giorni. Giravo in negozio con un atteggiamento “a dir loro” sospettoso a “dir mio”era solo curiosità, era la seconda volta che entravo in un negozio con quelle caratteristica in vita mia, ero arrivata in Italia da poco!!!

È stato indetto, per il prossimo 1° marzo, uno sciopero nazionale degli immigrati. L’iniziativa è nata prima degli scontri di Rosarno. Solo dopo però ha cominciato a far riflettere tutte quelle persone che non erano convinte del progetto.
Polisblog, da oggi, fino al primo marzo incontrerà alcune delle persone che hanno deciso di aderire alla manifestazione provando a capire con loro cosa gli amministratori dovrebbero fare per i cittadini immigrati residenti nel nostro paese.
La prima persona che ha deciso di aderire a questo ciclo di interviste è la giornalista Stefania Ragusa.
Perché ha deciso, con altre persone, di organizzare lo sciopero degli immigrati? È vero che vi siete ispirati a un progetto analogo francese?
Primo Marzo 2010 nasce per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell’antirazzismo. Siamo io, Nelly Diop, Daimarely Quintero e Cristina Sebastiani.

Per qualche settimana, almeno, si continuerà a sostenere che il 2010 sarà l’anno della ripresa. Delle riforme. Della rinascita dell’economia. Ad oggi però non è dato sapere come tutto questo verrà gestito dal Governo.
Da un’amministrazione che degli scioperi, come testimonia il globale disinteresse di chi ha sempre difeso Mediaset tranne in questi giorni dove i lavoratori hanno deciso di manifestare, se ne frega.
Se il telegiornale non da notizia dei disagi, penserà qualcuno, vuol dire che non esistono. Eppure le condizioni dei lavoratori (immigrati e no, come precisava qualcuno nei giorni scorsi) peggiorano. Per capirlo è sufficiente riflettere sullo stabilimento Fiat di Termini Imerese.
L’annus horribilis, dopo oltre quindici anni di una transizione che non finisce mai, si chiude con l’appello all’”amore” di Silvio Berlusconi.
Un “vogliamoci bene” che i più sentono come l’ennesimo spot del Cavaliere per continuare a farsi i fatti propri a scapito del bene del Paese.
L’antipolitica è stata la “furbata” del berlusconismo per fare la politica di Silvio Berlusconi. Il “nuovo”, così come le riforme, è fatto solo di promesse non mantenute.
Il Premier traballa ma è lui “l’uomo solo” al comando: gli altri sono ombre clonate, con bulli, pupe, nani e ballerine ad accendere la politica dell’inutile, quando non del “nulla”.
La crisi ha colpito duro e non allenta la morsa, con le famiglie impoverite e impaurite, i ceti medi ridotti all’osso, i lavoratori appollaiati sui tetti, per una protesta disperata, iceberg della crisi della sinistra e dei sindacati. L’opposizione è sfarinata, alla ricerca di angoli di potere.
Gli spazi di libertà non si sono ristretti. Si è però “ristretta” l’Italia, che è la “peggiore” dal dopoguerra in qua. Il sempiterno Marco Pannella vede “iene, corvi e parassiti”. Si è passati dalla partitocrazia dei partiti alla partitocrazia senza partiti. La crisi è mondiale. Ma solo nel Belpaese lo show è becero e stantio e, come il pesce andato a male, puzza dalla testa.
E’ vero: c’è un’altra Italia “trasversale” che lavora, studia, e crede nel futuro. Vietato illudersi, però. L’Italia è il paese delle caste. Forse ai più va bene così: con un Governo senza progetto, una opposizione senza rotta, un premier “barocco”, un po’ sultano, un po’ caudillo e (purtroppo) capace di tutto. Comunque meglio la farsa della tragedia. Anche se è solo una questione di filo di lana.
Aspettando il “colpo di reni”, lo scatto che sblocchi questo quadro, buona fine e buon principio a tutti. Proprio a tutti.
Continua a leggere: Ore 12 - Si chiude l'annus horribilis. Aspettando ... Godot?

Torniamo ad occuparci della questione Termini Imerese in uno sforzo analitico scevro da populismi e facili esercizi di retorica. Nel titolo ci proponiamo di stabilire di chi sia la colpa se lo stabilimento chiuderà a ottobre del 2010, ma è evidente che non esistono verità iscritte nella pietra, e tantomeno verità “facili”.
Ciò che invece è sicuramente vero, è che sulla pelle dei lavoratori si sta svolgendo un gioco di interessi e piccole astuzie che abbiamo già visto molte volte negli anni, ultima della quale la crisi Alitalia. Come detto, la situazione non è facile, e si inquadra in una crisi generale del comparto auto davanti alla quale non possiamo chiudere gli occhi. Molti vecchi potentati (vedi Opel e Chrysler) sono andati in bancarotta e l’accordo americano della Fiat non ha fatto che gettare fumo negli occhi.
La realtà di un paese normale sarebbe semplicemente che i due stabilimenti del sud (Termini e Pomigliano d’Arco) sono improduttivi e non stanno in piedi, anche se la loro situazione non è poi molto dissimile dagli altri 3 nel resto d’Italia. I 5 stabilmenti italiani, come ha ammesso lo stesso Marchionne, producono lo stesso numero di vetture dello stabilimento polacco che però conta più del 30% degli operai in meno. E addirittura un numero inferiore al Brasile con meno della metà di persone impiegate (7.300 contro 22.000).
Continua a leggere: Termini Imerese: cosa sta succedendo e di chi è la colpa
Lo stabilimento di Termini Imerese terminerà le proprie produzioni per la Fiat a partire dal dicembre 2011 quando, con molto probabilità, l’attuale crisi economica sarà un ricordo per molte delle persone che hanno dovuta gestirla.
L’annuncio è stato dato nel pomeriggio di ieri dall’Amministratore Delegato di Fiat, Sergio Marchionne dopo l’incontro avvenuto a Palazzo Chigi con il Governo e i sindacati ai quali ha dato la propria disponibilità per convertire l’azienda il cui fallimento rappresenta un paradosso tutto italiano.
Dopo esserci soffermati sulle dichiarazioni del Ministro dei Trasporti Altero Matteoli, che a pochi giorni dall’annuncio sui nuovi limiti di velocità ha dovuto fronteggiare un’emergenza neve, proviamo a capire perché la chiusura – di questo si tratta – di Termini Imerese non debba essere accettata dall’attuale Governo.
C’è un filo sottile, almeno nell’analisi politica, fra il “veggente” e il “menagramo”.
Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere. Dice il saggio.
Stavolta è l’autorevole settimanale inglese Economist (confermato dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dalle Nazioni Unite) a lanciare l’allarme.
Nel 2010, causa la crisi economica mondiale (oltre 60 milioni di disoccupati rispetto al 2008!), 78 Stati (su 166 monitorati) sono ad “alto rischio di rivolte popolari”.
Ammonisce Gianni Rossi su Aprile.online “Attenzione al malessere generalizzato, che potrebbe esprimersi fuori da qualsiasi schema e senza che le organizzazioni storiche del consenso (partiti, sindacati ecc.) potranno controllare e convogliare in dissenso democratico”.
Insomma, senza più partecipazione diretta, mediazioni, filtri e paletti, si rischia il caos con violenze e terrorismo, contraccolpi reazionari e addio democrazia!
In questo quadro potenzialmente “fosco”, il Governo italiano resta “ottimista” e si trastulla attorno a leggi censorie contro Internet (Facebook in primis), programmi tv, giornali e giornalisti “sgraditi”, accusati persino di essere incubatori del terrorismo.
Per l’Economist stiamo vivendo la “calma prima della tempesta”. Dentro la tempesta, l’Italia, si sa, è la zattera più a rischio.
Continua a leggere: La "calma prima della tempesta". Se lo dice l'Economist ....
Che tempi, ragazzi! La crisi morde, e non solo ripulisce le tasche: “svuota” il modo di pensare e di essere delle persone.
In Sardegna, in 200 mila (duecentomila!) hanno preso parte a un “gioco” di una catena di distribuzione “Vinci il tuo posto di lavoro”. In palio c’è un posto di … commesso/a al supermercato.
Massimo Gramellini su La Stampa si scandalizza: “Non riesco a credere che il lavoro sta diventando un premio sorteggiabile come una pentola o un biglietto della Lotteria”. Tant’è.
“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” recita l’articolo 1 della Costituzione. Intanto la protesta degli operai che hanno perso il lavoro (o stanno per perderlo) torna ancora sui tetti. Da Pomigliano d’Arco (Fiat) a Lesmo (Yamaha) si riprendono forme di lotta (molto) discutibili ma esempi dello stato di esasperazione e di “squagliamento” politico dei lavoratori e dei sindacati, dell’impotenza e della nullità della politica.
E’, anzi, il frutto dell’antipolitica di questi 15 anni, una “furbata” di populisti menestrelli per fare la cattiva politica, la politica dei propri interessi, per fare finti partiti, scatole vuote per il potere fine a se stesso: i ricchi e i privilegiati sono cresciuti a danno di tutti gli altri e della nazione.
Continua a leggere: Ore 12 - E l'Italia nemmeno si vergogna!
Gli operai tornano a fare notizia.
Fanno notizia i lavoratori del gigante Usa dell’alluminio, l’ Alcoa, manganellati dalla polizia perché protestano contro la chiusura degli stabilimenti italiani.
Fanno notizia quelli dell’ex Olivetti –Geotronics-Bull-Eutelia- perché l’amministratore delegato dell’azienda, in stile new Rambo, armato di piede di porco e alla testa di un manipolo di prezzolati (ma svogliati) vigilantes, ha fatto irruzione nella sede occupata di Agile, per “ripulirla” dagli operai occupanti.
Fanno soprattutto notizia i lavoratori della Yamaha di Gerno di Lesmo (a due passi dalla villa del Super Cav.) licenziati e che si affidano a … Valentino Rossi con un messaggio “da ultimo pane” affidato alla prima pagine de L’Unità di Concita De Gregorio.
C’è poco da ridere. C’è da piangere. Gli operai sono ridotti a giocare la carta della disperazione: cercano un appiglio (una pagina di giornale, un telecamera) per farsi sentire e vedere.
Quando i lavoratori sono ridotti così, non sono solo le fabbriche a chiudere i battenti, ma l’intero Paese.