Tocca all’ottantaquattrenne Emanule Macaluso difendere il recente accordo siglato da Cgil-Cisl-Uil e Confindustria sulla contrattazione e la rappresentanza dei lavoratori. Contro l’ottusità e la protervia padronale? Macchè!
Il direttore del Riformista se la prende (giustamente) con “tre vecchi militanti del movimento dei lavoratori” (così si definiscono Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati e Gianni Ferrara) che sul Manifesto scrivono: “Allarma la falla che si è aperta nella società italiana e che incrina alcuni principi economico-sociali della nostra democrazia”.
Insomma, i tre illustri “soloni” bocciano l’accordo raso terra contrapponendo il “paradiso” di ieri all’”inferno” di oggi. E addirittura il Manifesto incalza e a firma di Giuseppe Aragno paragona l’intesa sindacale di pochi giorni fa al patto del 1925 di Palazzo Vidoni tra Confindustria e Corporazione fascista. E’ il solito gridare “al lupo al lupo” per farsi sentire, per acquisire quel consenso negato dai lavoratori.
Ribatte Macaluso, che di sindacato qualcosa sa: “Chi legge l’accordo con serenità capisce che non è vero che viene escluso il giudizio dei lavoratori sui contratti. Semmai è una visione manichea dei referendum sempre e su tutto, che nega la funzione dell’iscritto al sindacato. Se il sindacato, e chi vi aderisce, non decide mai e nulla, perché deve esistere?”. Già.
La vicenda Fiat, invece di un punto di rilancio per l’industria e l’economia italiana, rischia di diventare un nuovo elemento di debolezza, l’ennesima occasione perduta.
La matassa si è ingarbugliata e cercare nella Fiom e nella Cgil (le cui responsabilità sono evidenti) il “capro espiatorio” serve solo a sprofondare nelle sabbie mobili.
Marchionne, criticabile per certi suoi atteggiamenti da padrone delle ferriere, porta acqua al proprio mulino, in una visione che punta a sviluppare la Fiat in un mercato “specifico” sempre più difficile, in profonda trasformazione, dove le regole sono imposte dalla globalizzazione, in cui a competere non è solo una singola azienda ma il sistema Paese.
Quel che è inaccettabile è l’assenza di Governo e Confindustria, semplicemente spettatori, o peggio, come l’esecutivo, interessato per motivi politici a isolare e colpire il più forte sindacato italiano. Un modo davvero irresponsabile, come se l’incendio delle relazioni sindacali, non interessasse poi l’intero Paese.
L’errore di fondo è che tutte le parti in causa spingono sulla vicenda impostandola e vivendola come una sfida, anzi come “la” sfida, dove chi vince prende tutto e chi perde viene cancellato. Così non si va da nessuna parte.
La Fiom e la Cgil non vanno “punite” ed escluse perché non sono d’accordo, ma nel contempo non possono pensare di uscire dall’angolo a colpi di “niet” e di scioperi generali. I risultati del referendum dei lavoratori devono pesare per tutti.
Come era facile prevedere, causa le sottovalutazioni e le coperture, sono ripresi gli episodi di intolleranza e di aggressione contro il sindacato della Cisl.
Stavolta una serie di blitz, attaccata addirittura la sede nazionale di via Po a Roma da esponenti coperti da una fantomatica sigla: Action. A Merate, nel lecchese, irruzioni di militanti Fiom con tanto di dirigenti.
Non vogliamo aggiungere niente a quanto già scritto dopo i fatti della settimana scorso a Treviglio, nel bergamasco: nessuna esasperazione e nessuna ragione dei lavoratori legittima azioni che, al di là degli aspetti che riguardano l’ordine pubblico con tutte le conseguenze del caso, sono inqualificabili e intollerabili, da condannare sul piano politico.
Questo non significa sottacere le gravissime responsabilità di aziende private e pubbliche impegnate solo in un’opera selvaggia di licenziamenti e le ancor più gravi responsabilità del governo, totalmente assente.
Ma il clima di intolleranza serve solo a isolare i lavoratori e danno fiato alle forze che strumentalizzano tali azioni per dividerli e attaccare conquiste e diritti. Solo l’infantilismo politico può produrre tali azioni.
Immediata la condanna anche della segreteria della CGIL nazionale: “”Per la cultura e la storia della Cgil le sedi sindacali, tutte le sedi sindacali, sono un simbolo democratico e del lavoro e nessuna ragione può giustificare la loro violazione. Nell’esprimere solidarietà ed affetto alle lavoratrici Cisl che hanno subito l’intimidazione e alla Cisl tutta, la segreteria Cgil affronterà lunedì nell’incontro con la segreteria Fiom questo come primo argomento: è infatti inammissibile ed inaccettabile che non vi sia la più netta sanzione di tali comportamenti e che si possano ripetere”.
Si torna allo sciopero generale, si torna alla piazza. La Cgil chiama oggi i lavoratori e il Paese alla lotta.
Se la “manovra” del Governo bastona i “soliti noti”, colpisce salari e pensioni, non toccando minimamente le rendite finanziarie e gli evasori e non innescando la svolta per il rilancio dell’Italia, cosa deve fare il sindacato?
Deve fare esattamente ciò che sta facendo la maggiore e più autorevole delle organizzazioni dei lavoratori. Cisl e Uil sembrano latitanti, dimostrando falle pesanti sul piano dell’autonomia e dell’unità. Un sindacato sta sempre dalla parte di chi sta peggio, di chi è più debole, di chi è senza difese di fronte a una crisi devastante che colpisce redditi e distrugge diritti.
Il referendum di Pomigliano come confine “storico”, incipit di una “nuova” epoca in cui tramontano formalmente i diritti, cala il sipario sul Contratto nazionale e sullo Statuto, sono abrogati ufficialmente la Costituzione e il sindacato. Il capitale vince sul lavoro, si sarebbe detto un tempo, lo stesso in cui cominciava la stagione delle lotte operaie e contadine, mentre nasceva la rappresentanza organizzata del mondo del lavoro.
Il Governo delle false promesse preferisce colpire i più deboli, come le donne della P.a. per cui innalzano l’età pensionabile di 5 anni, dimenticando che nei fatti già si ritirano dal lavoro a 65 anni perché faticano a maturare i contributi (la discontinuità nell’occupazione ha soprattutto il volto femminile).
Tagliano pesantemente i fondi agli enti locali, mettendo Regioni e Comuni spalle al muro: o aumentare le tasse per mantenere in piedi i servizi erogati oppure a tagliarli (dalla scuola ai trasporti, dalla sanità alla ricerca).
Ma la Cgil chiama il paese anche a difesa dei suoi diritti, riaffermando la centralità della contrattazione nazionale (unico argine a quella territoriale che rende il lavoratore nudo di fronte al datore di impiego), dello Statuto e della Costituzione come garanzie irrinunciabili.
L’unità dei lavoratori si costruisce con il consenso, non con l’imposizione. Come l’unità del Paese.
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“I governi, tutti i governi degli ultimi 15 anni, hanno tradito i pensionati”
Raffaele Bonanni
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Prima di mezzogiorno è stato raggiunto l’accordo fra la Federmeccanica e la Fim Cisl e la Uilm Uil. La Fiom Cgil lo ha subito bollato come “ accordo vergogna”.
Ed è difficile non dare ragione (stavolta) al più forte sindacato italiano delle tute blu, perché l’accordo “separato” siglato è debole nel merito e (quanto meno) incoerente nel metodo.
L’intesa prevede un aumento retributivo medio di 112 euro, con la prima tranche di aumento (28 euro) in busta paga da gennaio 2010: una miseria. O, se la parola è pesante, una mancia.
Ancor più grave è la violazione delle regole democratiche, visto che l’intesa è stata firmata da sindacati di minoranza.
Un’altra brutta pagina nelle relazioni sindacali e un altro duro colpo all’unità dei lavoratori. Le conseguenze? L’ingovernabilità nelle fabbriche, quanto meno quelle più significative, dove la Fiom può fare e disfare come vuole.
Ora la strada da imboccare è una sola: dare la parola direttamente a tutti i lavoratori. Non rimane che il referendum. Per i lavoratori è un’altra mazzata, stretti fra il martello della crisi e l’incudine della divisione.
Il governo, ancora una volta, ha brillato per l’assenza. I partiti hanno altro da fare: pensare solo a se stessi. Vergogna.
L’opposizione, la sinistra in particolare, cerca di battere un colpo. Ma quale opposizione, quale sinistra?
Neppure di fronte a un premier logorato, “anatra zoppa”, trovano una linea comune. Il fronte non berlusconiano vive di riflesso gli alti e bassi del premier: non comprende la realtà del Paese perché non la vive. C’è una saldatura tra crisi politica (drammatica) e crisi sociale (drammatica).
Ma la sinistra non è neppure capace di mettersi attorno a un tavolo e tracciare una linea di convergenza, almeno una strategia a breve. La “grande manifestazione di popolo” di cui parla Dario Franceschini è legittima, ma rischia di arrivare a tempo scaduto, un minestrone riscaldato.
In mancanza di un progetto politico di governo, la protesta di piazza rischia di alimentare divisioni fra i partiti promotori, di diventare solo un rito che non coinvolge gli italiani e lascia tutto come prima.
Nella frantumata costellazione della sinistra senza identità, ognuno pensa a se stesso, cioè alla propria sopravvivenza. Ci si attarda ancora su dispute nominalistiche e si grida al regime che non c’è, come dimostra la bocciatura della Consulta di una legge scudo fondamentale per il capo del Governo, presunto “dittatore”.
E non si tesse quel filo politico cui far aggrappare l’”altra Italia” che c’è ma non trova la sponda politica: né di un partito, né, tanto meno, di una coalizione credibile e vincente.
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Dopo la prima puntata di lunedì, in cui si è parlato della situazione generale di welfare e ammortizzatori sociali italiani, e in particolare delle conseguenze per i giovani, eccovi la seconda parte dell’intervista realizzata con Emilio Reyneri, ordinario di Sociologia Economica dell’Università di Milano-Bicocca.
Al centro dell’attenzione, questa volta, il Libro Verde sul Welfare del Ministro Sacconi, il mercato degli ammortizzatori sociali in deroga e le responsabilità dei sindacati nell’arretratezza italiana. Buona lettura.
Come valuta il Libro Verde sul Welfare del ministro Sacconi?
“Il suo impatto sul dibattito pubblico è stato prossimo allo zero: credo di essere uno stato uno dei pochi che se lo è letto. E’ molto provinciale, sfiora tutti i problemi che ci sono sul campo senza affrontarne nessuno. E’ di un livello assolutamente incomparabile con quelli che si fanno in Europa. Attendiamo il Libro Bianco, che dovrebbe essere pubblicato tra poco, ma non credo che dirà molto di più
Una grande manifestazione nazionale affinché l’Italia non torni indietro. Per costruire un futuro diverso, più democratico, giusto e solidale. È questo lo slogan scelto dalla Cgil per lanciare la mobilitazione intitolata Futuro Sì - Indietro No che si svolgerà il 4 aprile al Circo Massimo, a Roma.
Un Governo che non decide è un Governo che vuole scaricare i costi della crisi su lavoratori e lavoratrici, su pensionati e pensionate, sui giovani. Non contrastare la crisi, dividere il sindacato sono le due facce di una stessa politica. Quella politica che nega il lavoro, la sua centralità.
Le 4 richieste principali contenute nella piattaforma della Cgil per il 4 aprile sono: un più efficace contrasto della crisi da parte del Governo italiano; maggiori investimenti per le politiche industriali; difesa dei posti di lavoro e limitazione dei licenziamenti; difesa di salari, stipendi e pensioni. La protesta riguarda anche l’accordo separato firmato il 22 gennaio dall’Esecutivo e dalle altre sigle sindacali escludendo la Cgil. Secondo la Confederazione si tratta di una intesa che non tutela i salari, non allarga la contrattazione, rompe il modello contrattuale unico e limita il diritto di sciopero.
Piaceva a Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti. Anche perché, con “avversari” quali l’ex leader di Rifondazione e l’attuale segretario del Pd, il Cavaliere ha fatto cappotto riconquistando Palazzo Chigi, rendendo extraparlamentare la sinistra, riducendo il Pd quasi a comparsa.
Oggi Bertinotti, (ex sindacalista Cgil, socialista, psiuppino, poi pci e derivati fino alle varie successive scissioni sempre da sinistra, nonchè felpato ex presidente della Camera), fa il “pensionato”. Di lusso, si capisce. Anzi dice di essere in una fase di “riflessione”.
Ieri a Roma, alla manifestazione della Cgil, Fausto ha stretto mani, si è commosso in mezzo al mare di bandiere rosse.
Lavoratori e bandiere che indubbiamente rappresentavano la testimonianza di una parte significativa del mondo del lavoro e della società italiana. Ma, appunto, una “parte”.
Una parte del sindacato (c’è rottura fra Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra) e una parte della cosiddetta sinistra (divisa trasversalmente e divisa dentro i vari partiti e partitini).
Oggi Bertinotti, cui va riconosciuta la vocazione alla scissione e l’ispirazione anche dell’ennesimo strappo in casa comunista, dice di non “militare” direttamente nella politica e quindi – accentua – “non è giusto che mi pronunci”.
Continua a leggere: Fausto Bertinotti, "maestro" con la bacchetta, ma senza più parola