Qualche giorno fa il nostro Marco Paganini si era chiesto se il Pdl fosse sull’orlo del baratro, oggi invece la domanda è un’altra: il Pdl sarà anche a pezzi, così come la maggioranza ed il governo, ma il Pd? Perchè non utilizza questa gravissima crisi di credibilità e di fiducia per proporsi come alternativa seria e responsabile? Giovanni Sartori ha scritto, in un editoriale pubblicato dal Corriere della Sera:
“Se la destra non ride, la sinistra dovrebbe piangere. A dispetto di tutto, il centrodestra di Berlusconi nei sondaggi regge. Lui, Berlusconi, è in calo di popolarità; ma il suo partito, inclusi comprati e alleati, tutto sommato tiene. […] Le opposizioni e la sinistra restano dove sono. I loro guadagni sono magrissimi. Perché?“
La risposta di Sartori è: crisi di identità e mancanza di un leader serio. A voler essere sinceri, c’è anche altro. Ad esempio, la cronica (e ormai incredibile) capacità della sinistra italiana di riuscire a mandare mille messaggi contraddittori sullo stesso tema. Normale, direte voi, in una coalizione che, quando va bene, include tre partiti e quando va male (l’Unione del 2006) circa diciannove. Già ma il problema non è stato solo quello di tenere insieme, come si diceva qualche anno fa, Mastella e Bertinotti. Fortunatamente, entrambi sembrano essere scomparsi dalla scena politica nazionale. Il problema riguarda il Pd.
Basta ricordare come l’atteggiamento dei democratici nei confronti dei referendum del Giugno 2011 sia stato perlomeno ambiguo: alcuni sostenevano la privatizzazione dei servizi pubblici, altri non volevano neanche raccogliere le firme perchè pensavano che il quorum non sarebbe mai stato raggiunto, altri raccoglievano le firme. Vi sembra normale questa mancanza di unità, questa incapacità di parlare ad una sola voce? Certo, avere nella coalizione Vendola e Di Pietro (non proprio due comparse) non aiuta, ma questo non elimina le responsabilità del gruppo dirigente democratico.
Un recente articolo di Marco Travaglio ricorda tutti gli avvenimenti degli ultimi dieci anni (G8, Girotondi, movimento pacifista, movimento referendario, eccetera) che hanno visto i dirigenti del centrosinistra fregarsene delle delle idee dei propri elettori. Travaglio si augura che Bersani rassegni le dimissioni. Questo, però, non risolverà i problemi del Pd, che non dipendono da Bersani, o da Letta o da Franceschini o da D’Alema (o meglio, non solo da loro): dipendono dalla mancanza di una precisa idea di partito. Che non comparirà magicamente se Bersani dovesse andare a casa. Tralasciando le inchieste che coinvolgono esponenti (o ex esponenti) di primo piano del partito (che fa pensare ai cittadini: “sono tutti uguali”), il Pd deve decidere che tipo di partito vuole essere: laico o vicino alla Chiesa come l’Udc, vicino agli industriali o vicino ai lavoratori, contro il precariato o a favore del precariato, liberista o statalista. Impresa difficile, certo, ma non ci sono alternative. Devono decidere, e anche alla svelta.
Silvio Berlusconi: quaquaraquà. Voto 3. Il premier ostenta sicurezza: “’La maggioranza e’ solida e coesa. E’ la sinistra che inventa nostre divisioni inesistenti”. E gli asini volano in cielo. O svolazzano? Premier e Governo incartati. Paralisi Italia.
Umberto Bossi: quaquaraquà. Voto 3. Pronta retromarcia del Senatur dopo lo strappo con Berlusconi sulla Libia: “Io non voglio far saltare il Governo, come la sinistra spera”. Celodurismo in Padania, a Roma calabrache. Portaborse&poltronisti.
Non è vero, come dice Silvio Berlusconi, che la protesta di ieri delle donne è “faziosa”. Ed è falso il grido del Pdl: “La piazza è golpista”. Il premier e il suo partito la fanno fuori dal vaso. Ma è da dimostrare che, come dice Bersani, dalla piazza “parte la riscossa etica e civile del Paese”.
Una cosa è certa: la grande straordinaria risposta delle donne in piazza è un segnale che va colto, sia da premier governo e maggioranza che dalle opposizioni. Ma non sarà così.
C’è anzi il rischio di assuefazione alla protesta e poi rischio di boomerang, perché quando la lotta non paga, il movimento si ripiega in se stesso. Bisogna dare continuità e credibilità alla lotta, con lo spontaneismo non si va da nessuna parte.
Diciamo la verità, al di là della protesta sacrosanta per la “dignità” delle donne, le manifestazioni di ieri avevano un unico obiettivo: uno scossone per “portare a casa” lo scalpo di Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere, così, non cederà la poltrona di Palazzo Chigi.
Ha ragione Massimo Cacciari: “Manca la politica. Finchè non c’è alternativa, Berlusconi non cade”. E la politica (quella avversaria del premier) non c’è perché non ha una strategia, a meno che gridare “basta!” sia considerata una linea politica.
Allora? Allora prima di stanare Berlusconi, bisogna trovare la sinistra e cercare l’opposizione. Dove sono oggi la sinistra, il centrosinistra, il Pd, il Terzo Polo? Chi sono? Cosa vogliono? E’ un continuo stop and go. Chi ci capisce qualcosa alzi la mano.
Delle due, l’una: o le opposizioni bluffano e gridano “al lupo al lupo!” tanto per farsi sentire e legittimare un ruolo purchessia, o le opposizioni credono davvero che è a rischio la democrazia (causa Berlusconi).
Chi vuole mandare a casa il Cavaliere? In questo caso, si mettano tutti attorno a un tavolo, mettano nero su bianco cinque idee cinque e chiamino il popolo italiano a sostenerle in piazza bloccando il Paese con uno sciopero generale.
Altrimenti basta con le manfrine stantie quanto inutili e basta con tutti i minuetti stucchevoli di Bersani, Fini, Casini e compagnia cantante e teniamoci Berlusconi.
Chiudiamo l’anno con una “banalità” che, però, non fa male ripetere: democrazia non vuol dire che la maggioranza (sempre pro tempore) ha ragione. La maggioranza ha (solo) il diritto di governare.
“Democrazia – come afferma Umberto Eco - non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia”.
Ora, la polemica che a San Silvestro si è riaccesa (se cioè nel 2011, come sostiene Eugenio Scalfari, Silvio Berlusconi cadrà e il berlusconismo verrà cancellato), non ha politicamente senso. In politica contano i fatti.
E’ indubbio che il Cavaliere ha “qualità” e “meriti”, non solo sul piano imprenditoriale. La sua discesa in campo portò l’Italia dalla prima alla seconda Repubblica, unificò la destra e spazzò via le velleità trionfalistiche delle sinistre.
Non c’è dubbio che il Cavaliere interpretò quel senso di cambiamento voluto dagli italiani dopo gli ultimi anni grigi e immobili (partitismo, consociativismo, statalismo, burocratismo ecc.) della prima Repubblica e il caos di Tangentopoli.
Gli italiani volevano diboscare il partitismo, cambiare e decidere l’alternanza con il voto: o di qua o di là. Questo era il senso “nobile” dell’alternanza con il bipolarismo.
Non c’è pace nella sinistra italiana, non c’è pace nel Pd.
Tutto serve per darsi “botte” fra amici e compagni, per guadagnare la leadership di una parte. La vecchia storia di “accontentarsi” di essere i primi degli ultimi. Comunque alla testa dei … perdenti. Vincere le primarie e poi perdere le elezioni.
La auto candidatura di Nichi Vendola ha riaperto il “fuoco amico”, anche perchè ha il sapore di una fuga intempestiva. C’è un governo in carica, c’è soprattutto nel centro sinistra il vuoto politico: non c’è un programma né una coalizione.
Né Vendola, né Bersani, né nessun altro, tracciano un nuovo perimetro del centro sinistra, con un progetto alternativo credibile, con le alleanze.
Vendola è una figura valida, ma la sindrome minoritaria è il male da cui deve guarire. Nichi fa battere il cuore della sinistra, agitare bandiere rosse, rianimare il confronto. Non è poco, nell’era berlusconiana.
Ma così si rischia di muovere i nostalgici, di finire come finì nel ’94 la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. In tal modo, ancora una volta, si aprirebbe una partita interna alla sinistra.
Cioè una partita persa in partenza perché non si parla all’Italia di mezzo, non si portano via i voti dei delusi di Berlusconi, si lascia la destra al governo.
Bersani e il Pd “ufficiale” non vogliono Vendola il … “rompiscatole”. Ma né Bersani e né il Pd sanno cosa vogliono e dove vogliono andare.
Arieccoli, quelli dell’opposizione autolesionista. Premier, governo, maggioranza con l’acqua alla gola? Che fa il principale partito d’opposizione?
Mobilita la piazza, “sbaracca” il Parlamento, tesse alleanze sociali e politiche per preparare l’alternativa credibile e fattibile a Berlusconi? Macchè!
Il Pd è già … oltre, pensa a nuove primarie di partito e di coalizione, pensa a un nuovo ribaltone interno.
Addirittura un gruppo di deputati piddini prende posizione pro-Vendola.
Già, Nichi l’autocandidato (furbo o improvvido?) alla leadership della nuova sinistra-centro, bollato da Bersani perché (la autocandidatura del governatore) è “fuori contesto”.
«Aprire una discussione sulle primarie - ha detto Bersani - non è utile, al momento. Oggi dobbiamo parlare delle difficoltà del governo, dobbiamo incalzarlo; le difficoltà sono dall’altra parte». Giusto.
Ma chi l’ascolta (dentro e fuori il Pd), il segretario “assente”, l’ex ministro delle “lenzuolate” promesse e non realizzate all’epoca del governo Prodi?
E’ la solita minestra riscaldata: nella sinistra o sinistra-centro, invece di pescare nel mare mosso del Pdl, cercano di rubarsi i voti l’un l’altro.
Questi capi della sinistra, se non ci fossero, Berlusconi dovrebbe inventarseli …
Gianfranco Fini: cuneo. Voto 8. Il presidente della Camera non abbassa la testa e lancia il dardo sulle intercettazioni e sull’unità nazionale: “Sulla legalità non desisto dal mio ruolo politico”. Il cofondatore del Pdl, vera spina nel costato dell’Unto del Signore. Golgota?
Nichi Vendola: scossa. Voto 8. Il presidente della regione Puglia … scollina. Le intercettazioni? “Considerate negative perché violano i santuari del potere”. Quindi: “Giusta la pratica della disobbedienza. E’ battaglia di civiltà”. Nella sinistra si accende una lampadina?

Nonostante tutto, è la festa del 1° maggio.
Anche in questa Italia della Seconda repubblica, dove il “berlusconismo” ha colpito e colpisce diritti e conquiste date troppo semplicisticamente per “acquisite” e ha smontato e smonta pezzo per pezzo l’identità e la memoria storica di una nazione e di un popolo.
Non senza responsabilità e addirittura connivenze dei sindacati, oggi irresponsabilmente divisi; delle sinistre (e del cosiddetto centro sinistra), incapaci di fare i conti con il proprio passato (non sempre eroico e luminoso: tutt’altro!) e ancor meno capaci di interpretare i cambiamenti e le grandi trasformazioni del secolo nuovo. Tant’è.
Ma va rinnovato l’impegno di fare del lavoro il fondamento della dignità della persona umana, la pietra di paragone di una reale giustizia, la condizione per una libertà vera, che era e resta liberazione dal bisogno, dallo sfruttamento, dall’oppressione.
Scriveva Antonio Gramsci sull’Ordine Nuovo del 1919: “Noi siamo diventati socialisti non perché ritenessimo che nella vita vale più il mangiare, ad esempio, che studiare, ma perché abbiamo provato che non si può studiare se non si mangia o se si mangia male”. Una lezione e un monito. Per tutti.
Non solo per Berlusconi, che ha convinto la maggioranza degli elettori a cullarsi in un paese dei balocchi, un luna park di cartapesta. Sarà, prima o poi, un amaro risveglio.
Oggi è 1° maggio di Festa. Poi, passata la festa, si torni all’impegno, alla partecipazione, alla lotta. Per il lavoro. Per i lavoratori. Per l’Italia. Senza retorica. Ma senza bende negli occhi e senza bavagli.
Non è il ritorno a “Lotta Continua” degli anni ’70. E’ solo l’addio al popolo “viola” del NoBday dello scorso 5 dicembre.
E così la corrente “Resistenza viola” si trasforma in “Resistenza continua”, consumando l’ennesima scissione dei movimenti di sinistra, o comunque di chi è antiberlusconiano per vocazione.
Non sempre, in politica, la diversità e l’originalità è sinonimo di posizione più avanzata, di idee lungimiranti, di stimolo e “spinta” per le forze politiche e sindacali tradizionali. Quasi sempre è il frutto di confusione ideale e progettuale, di ricerca di visibilità, di distinguo da lana caprina: cioè di infantilismo politico.
Lo sbocco è quell’”estremismo malattia infantile del comunismo” che si ripete, come se la storia non insegnasse nulla. Il pluralismo rivendicato per la scissione dei “viola” va incasellato nell’ “eclettismo” snobistico. E il grado più alto di lotta culturale, di battaglia delle idee, tanto conclamati, non è altro che l’ennesima furbata del capoccia di turno che ritiene se stesso e il suo movimento, indispensabili e insostituibili.
Più che la ricerca orgogliosa di autonomia per un “passo avanti”, si riproduce lo stantio refrain del nulla.
“Resistenza continua” vuole condurre la battaglia antiberlusconiana senza “contaminazioni”, in beata solitudine. Per sostituire la “prassi” con un’altra “prassi”. Buon pro gli faccia.
Rimirare il proprio ombelico è una virtù cui certa sinistra ha sempre dedicato le migliori energie.
E quelli a sinistra del Pd? Stanno peggio di quelli del Pd.
Quella miseria del 2,74% (dal 3,5% delle Europee) è come un chiodo nel costato della storia dei “comunisti” italiani, dal 1921 ad oggi. Quei comunisti, fuorilegge e braccati per 20 anni dal fascismo, erano paradossalmente più forti allora di oggi. Come mai? Allora rappresentavano una speranza, il nuovo mondo, oggi sono solo l’ombra di se stessi, ultime foglie appese di una pianta che è morta da tempo.
Nemmeno il governo del (non) fare di Berlusconi e la società di cartapesta del “berlusconismo”, la crisi mondiale del capitalismo, riporta in auge i comunisti italiani.
Tutta colpa del “destino cinico e baro” di saragattiana memoria? Ognuno è libero di dare la propria risposta. Ma i fatti sono una sentenza di liquidazione di una esperienza irripetibile perché fallita. Tutti i “se” e i “ma” sono un contorno inutile, per allungare una agonia che aiuta solo il “nemico”.
Il rimedio non sta nella disponibilità degli ultimi comunisti di una alleanza con le altre forze del centro sinistra che, attorno ad una proposta di salvaguardia della democrazia e della Costituzione, si impegni fin da oggi a battere Berlusconi alle prossime elezioni politiche. Questa è solo propaganda cui non credono più nemmeno gli ultimi compagni che cuociono le salsicce nelle feste sempre più misere della falce e martello.
Il Pd non vuole i comunisti loro alleati. Non li vuole non perché brutti e cattivi, ma perché li fa sprofondare fino in fondo. La famosa chiamata alla “resistenza” delle forze “democratiche” contro Berlusconi è per il Cavaliere una polizza a vita.
Gorbaciov voleva riformare l’irriformabile comunismo sovietico. Ma Eltsin fece saltare Gorbaciov e il comunismo. E’ la storia. E le lancette della storia non si possono rimettere indietro. Allora?
Allora bisogna avere l’umiltà (e il coraggio) di capire gli errori e la lezione della storia. Dopo si ricomincia. Ma solo dopo.