Si considera chiusa la fase di collaborazione organica con il Partito Democratico. Questa la lapidaria linea con cui la mozione Paolo Ferrero ha vinto il congresso di Rifondazione Comunista. E sempre questo in buona sostanza il motivo base per cui Vendola se n’è andato infuriato, annunciando ai quattro venti che “hanno voluto distruggere il partito”.
Ma quali sono le conseguenze pratiche della linea impostata dal nuovo leader? Sul fronte nazionale per il momento nessuna, dato che Rc non ha parlamentari, ma dal lato amministrativo sono innumerevoli le giunte che potrebbero cadere a causa dell’irrigidimento dei vertici. Il primo caso bollente è quello della Regione Calabria, che alle spalle già ha uno storia travagliata di fuoriuscite e ventilati rientri. «Entrare nella giunta regionale calabrese – ha detto Ferrero- è una cosa pessima politicamente e moralmente». Ma Scarpelli (vendoliano) ribatte che la decisione in questo senso era già presa, e che il neo-segretario “capirà”.
Più difficile la situazione a Bologna, dove gli organi locali di Rc hanno già fatto presente che “a fronte della ricandidatura dal Pd di Sergio Cofferati o di un candidato di stampo cofferatiano, il nostro partito ribadisce che sarebbe indisponibile a costruire un’alleanza elettorale con le forze moderate e sosterrà un candidato alternativo”. Ma l’attuale sindaco ha già annunciato che si ricandiderà, rinunciando dunque all’aiuto di una fetta consistente di chi lo appoggiava. A Milano dal canto suo Penati vanta il primato di presidente provinciale più detestato da Ferrero che lo ha sprezzantemente definito “uno dei volti peggiori della linea legge & ordine che oggi va di gran moda”. Per ora Rc siede in consiglio senza problemi, in futuro chissà.
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Il congresso di Chianciano che doveva vedere la rinascita del Partito della Rifondazione Comunista sta lentamente trasformandosi nel mezzogiorno di fuoco della sinistra, come anticipato ieri dal nostro Falcioni. La divisione è totale, a partire dagli accordi di compromesso che i due principali candidati Vendola e Ferrero dovranno fare con le correnti minoritarie (in particolar modo Essere Comunisti di Claudio Grassi, 7% dei delegati) per assumere la guida del partito.
Entrambi i pretendenti appaiono la versione scialba e depressa dell’ex-segretario Bertinotti, fino a ieri plenipotenziario indiscusso di Rifondazione, e oggi malinconicamente seduto in settima fila come un delegato qualunque, esiliato nel buen retiro da lui stesso deciso, e apparentemente o volutamente incapace di incidere sulla “svolta” dei suoi. Le feroci polemiche piovute su di lui dopo la batosta elettorale hanno certamente contribuito all’esilio volontario di un uomo che, ricordiamolo, in passato aveva condotto Rc a grandissimi successi, facendo da ago della bilancia in entrambi i governi di centro-sinistra.
E quindi ci tocca assistere al triste discorso di un personaggio anti-carismatico come Nichi Vendola, che già nel suo incedere bofonchiante fa venire il latte alle ginocchia, ma a questo aggiunge una terrificante prosopopea da finto secchione. O per meglio dire, quando apre bocca si capisce benissimo che declama il discorso scrittogli da un altro, come il classico studente che ha ingoiato un tomo prima dell’interrogazione di fine anno.
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