
Beati i giorni in cui il confronto politico avveniva attraverso una civile conversazione. Oggi, più di ieri, chi vuole cambiare il paese espone le proprie tesi urlando come se l’aumento del tono della voce possa servire a qualcosa.
Singolare, a tal proposito, ciò che sta accadendo a Roma. Nella capitale non muoiono soltanto le prostitute transessuali legate ad un presunto giro nel quale si è imbattuto il conduttore televisivo Piero Marrazzo.
A Roma sempre più gruppi politicizzati, come riporta sul suo blog Francesco Costa, stanno affiggendo cartelloni aventi messaggi poco corretti. Al gioco, riducendosi come i peggiori fedeli della destra estrema, hanno deciso di parteciparvi (come testimonia la foto sopra) anche i simpatizzanti del Partito Democratico.
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Preoccupa non pochi nel Pd, in particolare fra gli ex popolari, l’attivismo a “senso unico” di Pierluigi Bersani.
Il neo segretario, nel suo forcing di perlustrazione per “recuperare” alleati, ha puntato subito la barra a sinistra. Evidentemente non si tratta di fair play o di pubbliche relazioni, ma di scelta politica.
La preoccupazione è reale perché si teme che si cada da un eccesso all’altro: dal veltroniano partito a vocazione maggioritaria (che ha prodotto solo sconfitte), al nuovo Pd baricentro di una nuova/vecchia coalizione di setto-otto partiti e partitini, replay accozzaglia di soggetti vari che mette insieme alla rinfusa centro, sinistra ed estreme.
Sbaglia, in questo contesto, chi sottovaluta il forfait di Rutelli. Lo rileva l’acuto Pierluigi Castagnetti: “L’operazione Rutelli è un insidia per Bersani. Se il Pd delega il dialogo con i moderati ad altre forze centriste, o magari ne favorisce la formazione, che ci stanno a fare i cattolici democratici nel Pd? Perché dovrebbero rimanere anziché andare in questa nuova arca?”.
Altro che mal di pancia!. La sterzata “socialdemocratica” di Bersani (regia di Massimo D’Alema) manda in fibrillazione il Pd e prefigura nuovi strappi. Vero che fermi non si può stare, ma andare nella direzione sbagliata è ancor peggio. Urge chiarezza politica.
Perché Bersani invece di riempire l’agenda di incontri con gli spezzoni della sinistra fantasma o agonizzante non mette giù un bel discorso da fare agli italiani su cos’è adesso il Pd e cosa intende fare subito (e con chi) per la crisi del Paese?
Si muove, la politica italiana, si muove. Stavolta è il venticello sollevato dalle primarie del Pd a schiodare una situazione ferma da oltre 15 anni, anchilosata da un bipolarismo rissoso e inconcludente.
Bersani sposta a sinistra (non verso Di Pietro) l’asse del Pd, liberando una parte dell’elettorato centrista, pronto a imboccare la via della costruzione del nuovo “grande centro”. E’ questo il senso politico dell’addio di Francesco Rutelli.
Ma anche il Pdl ne sarà coinvolto (non sconvolto) e non saranno pochi i dirigenti e soprattutto gli elettorali stanchi del berlusconismo e di un partito e un governo con un uomo solo al comando.
Il fallimento non è solo quello del bipartitismo e del maggioritario, soluzioni che hanno “regalato” l’Italia a Berlusconi, ma anche quello del tentativo prodiano di saldare cattolicesimo e comunismo.
I problemi del Paese sono tutti aperti, anzi incancreniti, e c’è l’esigenza di un cambiamento.
Serve un Pd di sinistra riformista che torni a ridare fiducia ai milioni di elettori che hanno dato forfait. E serve un centro moderato moderno, non la vecchia Dc, alleato del nuovo Pd. Altra strada non c’è, se davvero si vuole costruire l’alternativa a Berlusconi e una sana e democratica alternanza di governo. La sfida è stata aperta da Bersani. Ora tocca agli altri. Berlusconi compreso.
Serve una nuova sinistra riformista, un nuovo centro moderato, una nuova destra democratica.
Si torna, da destra e da sinistra, a strumentalizzare questioni delicate e orribili quali la violenza e il terrorismo.
Le ultime due tappe (le minacce a Berlusconi, Bossi e Fini, via lettera, da fantomatiche brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente e le minacce firmate Brigate Rosse, con scritta murale, a un delegato Fiom a Torino) diventano, trasversalmente, utili strumenti di becera propaganda e di faziosa lotta politica.
Da destra, e anche dal … premier, si sostiene che è il clima dell’opposizione con il suo conflitto sociale, il brodo di cultura della sinistra, ad alimentare “la sparata di un folle” e ad attizzare l’ideologia del terrorismo. Da sinistra, che è Berlusconi, con la sua volontà di usare il potere politico a proprio uso e consumo e stravolgere la Costituzione, a “provocare”, dando di fatto via libera alla violenza e alla fin fine al terrorismo.
Perché questa contrapposizione, questo urto frontale? Perché si vuole mantenere una spaccatura, una vera e propria scissione in due del paese: un rischio mortale per le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico. E’ questa politica di divisione, artatamente alimentata, che tiene nella tenaglia l’alternanza e non permette di avviare a soluzione i gravi problemi economici, sociali e civili dell’Itali. Si continua ad accendere zolfanelli in una polveriera.
Intanto, la scorsa notte, solo per miracolo, è fallito un attentato incendiario al coordinatore del Pd di Fondi, città che è tutto dire. E la barca va a picco, con l’allarmante crollo degli ordini (-27,5% su base annuale) e del fatturato (-21%) dell’Industria, giunti ai minimi storici.

Interessante sondaggio quello pubblicato ieri da Demos-Coop: pare che gli italiani ritengano sempre meno degno di fiducia il Tg1, a causa di un suo percepito “spostamento a destra”. Un crollo che piazza il telegiornale dell’ammiraglia Rai dietro al Tg3, sostanzialmente stabile nonostante la sua analoga radicalizzazione.
A risultati simili era giunto qualche mese fa uno studio simile dei ricercatori della Brown University (riassunto da lavoce.info), che aveva preso in esame la collocazione politica e i risultati di ascolto dei principali telegiornali tra il 2001 e il 2007, mostrando come:
una percentuale significativa di spettatori abituali del Tg5, collocati politicamente al centro oppure a destra, sia passata al Tg1 dopo il 2001, e come invece spettatori abituali del Tg1 di tendenza progressista si siano nel contempo spostati verso il Tg3. Sotto questo profilo, le reazioni dei telespettatori neutralizzano, seppur solo in parte, l’effetto ideologico complessivo dello spostamento della linea editoriale del Tg1: se è vero che chi continua a guardare il Tg1 dopo il 2001 viene esposto a una copertura mediatica più sbilanciata verso destra, coloro che si spostano dal Tg5 al Tg1 e dal Tg1 al Tg3 finiscono per essere esposti a una copertura informativa più progressista rispetto a quella di partenza
Si dice e si scrive che congresso e primarie frantumeranno il Pd, desertificando la sinistra. E così sarà. Ieri si è consumato, con il rito di un esangue congressino/burla, il primo tempo. Con gli inevitabili e previsti strascichi polemici. Solo l’antiberlusconismo li lega (quelli del Pd) ancora.
I mille delegati non hanno fatto in tempo a rientrare a casa che è iniziato lo “spettacolo” dei fuochi d’artificio. Dario Franceschini ha mirato contro il candidato (favorito) Bersani, sparando su Massimo D’Alema.
E quest’ultimo, che non aspettava altro, ha sprigionato scintille al vetriolo: “E ‘ curioso che il segretario del mio partito, per andare sui giornali, debba attaccare me. Lui semina zizzania. E’ una delle ragioni per cui bisogna cambiare il segretario”. Ma il lider Maximo non si limita a questo: “La relazione di Franceschini è stata solo un comizio. Dario ha detto che ci vuole più opposizione. Chi glielo ha impedito? Con chi ce l’ha? Ci spieghi perché non abbiamo fatto abbastanza opposizione: non è che lui viene lì a protestare”.
E l’outsider Ignazio Marino non è da meno, infilzando i suoi due sfidanti: “Questi dirigenti saranno spazzati via dalla storia perché il mondo è cambiato”.
Sorvoliamo sulle affermazioni di Prodi, Veltroni, Parisi, Rutelli, Marini, Fassino e compagnia cantando. Una mitragliata di tutti contro tutti, un “carachiri” collettivo, senza uno straccio di idea politica che sia davvero tale.
Il Cavaliere sarà pure un populista, un sultano, un caimano, un puttaniere, uno “fuso”, quello che, con l’ideologia del berlusconismo, ha ammorbato l’Italia e infettato gli italiani. Ma questi, chi sono, cosa vogliono?
Trovate voi l’appellativo adatto. In attesa del secondo tempo che andrà in scena il 25 ottobre. Forse è l’ultimo treno.
L’opposizione, la sinistra in particolare, cerca di battere un colpo. Ma quale opposizione, quale sinistra?
Neppure di fronte a un premier logorato, “anatra zoppa”, trovano una linea comune. Il fronte non berlusconiano vive di riflesso gli alti e bassi del premier: non comprende la realtà del Paese perché non la vive. C’è una saldatura tra crisi politica (drammatica) e crisi sociale (drammatica).
Ma la sinistra non è neppure capace di mettersi attorno a un tavolo e tracciare una linea di convergenza, almeno una strategia a breve. La “grande manifestazione di popolo” di cui parla Dario Franceschini è legittima, ma rischia di arrivare a tempo scaduto, un minestrone riscaldato.
In mancanza di un progetto politico di governo, la protesta di piazza rischia di alimentare divisioni fra i partiti promotori, di diventare solo un rito che non coinvolge gli italiani e lascia tutto come prima.
Nella frantumata costellazione della sinistra senza identità, ognuno pensa a se stesso, cioè alla propria sopravvivenza. Ci si attarda ancora su dispute nominalistiche e si grida al regime che non c’è, come dimostra la bocciatura della Consulta di una legge scudo fondamentale per il capo del Governo, presunto “dittatore”.
E non si tesse quel filo politico cui far aggrappare l’”altra Italia” che c’è ma non trova la sponda politica: né di un partito, né, tanto meno, di una coalizione credibile e vincente.
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Destra: piazza no. Voto – 8. Can che abbaia non morde. Dopo il duro colpo subito dalla Consulta, Berlusconi fa marcia indietro dicendo no alla “sua” piazza. Salta la minacciata manifestazione del secolo. Buonsenso? No. Scelta obbligata. Divisioni interne.
Sinistra: piazza sì. Voto – 8. Can che abbaia non morde. La piazza lasciata libera dalla destra viene subito occupata dalla sinistra, che annuncia unita (compreso il Pd?) una grande manifestazione antiberlusconiana. Film già visto. Piazza piena, urne vuote.
Silenzio, parla Luca. Anzi, stavolta scrive, Luca Cordero di Montezemolo.
E su Liberal, il presidente della Fiat dice la sua sulla globalizzazione e il sistema-Paese. Una analisi a tutto tondo, di spessore, con proposte che oltrepassano i confini dell’economia: un intervento tutto “politico”, un fiore nel deserto della politica nostrana.
Luca lancia il sasso. E colpisce. Perché affonda il bisturi: “Da troppi anni l’Italia è ferma. E’ l’ora di una grande innovazione. Tutti i governi che si sono fin qui succeduti non hanno affrontato i nodi che frenano la nostra competitività. Così oggi siamo il fanalino di coda delle nazioni occidentali”.
Esattamente l’opposto delle “fanfaronate” del premier e del “nulla” del Pd e della sinistra.
Berlusconi teme Montezemolo e corre ai ripari offrendogli il contentino di una poltrona da ministro. Ma l’ex presidente di Confindustria non è una velina e arriverà (se arriverà) a Palazzo Chigi passando per il portone centrale. Scalzando proprio il Cav.
Fantapolitica? Forse. Il reality è solo alle prime puntate. E Berlusconi lo sa. Anche Montezemolo.
Nel giorno del compleanno del Cavaliere vogliamo girare la medaglia e farci qualche domanda che l’opposizione e la sinistra non si pongono neppure dopo oltre 15 anni.
Questione numero uno: chi è davvero Silvio Berlusconi, cos’è il berlusconismo?
L’evoluzione italiana della crisi del capitalismo? La vittoria dell’irrazionale? Una malattia passeggera? Un grande liberale, Giustino Fortunato, in polemica con l’ottimismo di Benedette Croce diceva che “il fascismo non era venuto dal cielo, viene fuori dalla storia d’Italia”.
Questione numero due: perché Berlusconi vince e la sinistra perde?
Semplicemente perché il Cav domina i media o soprattutto per la non credibilità della sinistra e la mancanza di una alternativa di governo?
Terza questione. Contro Berlusconi sì, ma per che cosa?
Ritornare alla prima repubblica, ritornare al governo dell’Ulivo?
Quarta questione. Strategia e tattica.
Come lottare contro Berlusconi, con l’”irruenza” mediatica dei Santoro, Travaglio, con il “giustizialismo” di Di Pietro, con il “né carne né pesce” del Pd?
Mille di questi giorni, Cavaliere! Speriamo di no.
Comunque, auguri. Agli italiani.