Sì, uno come Francesco Rutelli (fra l’altro per 10 anni sindaco di Roma) preferisce passare per “minchione” (dice: “Non faccio il ragioniere”, “Non leggo i bilanci”, “Non sono un padrone che controlla la cassa”) che assumersi la responsabilità politica dell’affaire Lusi, un nodo scorsoio che rischia di strozzare anche il Pd, di cui la Margherita è costola fondante.
La memoria corre a Bettino Craxi che scaricò il “mariuolo” Mario Chiesa -primo arrestato di Tangentopoli- da cui partì l’incendio di Mani pulite che sconquassò la prima Repubblica. Quale credibilità politica ha oggi un Rutelli, ex leader della Margherita cresciuto “a pane e cicoria”, oggi capo di Api, terza gamba (con Udc di Casini e Fli di Fini) del Terzo Polo?
Anche nel Psi (dove non c’era un soldo per il militante che attaccava manifesti ma miliardi per i congressi show di Panseca e correvano fiumi di champagne nelle feste dorate dei big con i vip) Craxi e i suoi colonnelli Martelli, De Michelis, Amato, La Ganga, dicevano di “non sapere”. Allora erano tangenti, oggi “rimborsi elettorali”, poco cambia nel concetto del “ruba-ruba” e della dilapidazione del denaro pubblico.
Adesso Arturo Parisi dice “perfido” che Rutelli è: “Un simpatico ragazzo”. Ma l’ex pupillo dell’inquisitore Marco Pannella preferisce essere oggetto di derisione piuttosto che esser coperto dall’indignazione popolare.
Scrive Corrado Augias su Repubblica: “Una storia incredibile, da qualsiasi parte la si guardi. Non solo per i profili di correttezza personale ma per l’evidente carenza di controlli, per lo scarso senso di responsabilità di chi firma l’attendibilità di bilanci di cui – nei migliori dei casi – non ha letto una riga, che infatti non certificano nulla”.
Appunto, o “fessi”, o “furbi”, o peggio: dal Cav al “Bello guaglione”, nel mezzo di un mare infinito di “mariuoli” e mezze calzette. E a costoro affidiamo l’Italia?
Per una (presunta) tangente da 100 mila euro è da stamattina in carcere Franco Nicoli Cristiani (Pdl), vicepresidente del Consiglio della Lombardia. Altri arresti di politici, funzionari pubblici e imprenditori sono in corso nel territorio.
Un fatto gravissimo, che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che la radice della malapolitica Made in Italy continua a produrre frutti malati. In questo caso, ad essere messo sotto accusa è un esponente importante del partito di Berlusconi. Ma la cronaca dice che la commistione fra politica e affari è profonda e trasversale e non risparmia, pur con differente intensità, nessun partito.
Perchè il Pd “gode” quando nella trappola cade un politico avversario sbandierando la propria diversità per le “mani pulite” e rivendicando la propria superiorità morale? Non è (anche) questa impostazione di infantilismo politico che provoca il continuo richiamo di Silvio Berlusconi alla crociata “contro i comunisti”?
In effetti, il Pd si porta ancora dietro il retaggio dell’arrogante settarismo del Pci berlingueriano, certo di possedere una innata superiorità morale e una totale diversità da tutti e da tutto. Come allora, la stessa concezione dei colori netti, il bianco e il nero, della realtà spaccata in due come una mela: di qua il bene da difendere e portare al potere e di là il male da annientare.
Diventare una forza politica matura comporta un diverso senso del reale e un bagno di umiltà sempre promesso e mai compiuto, in particolare dalla sinistra e dal Pd. Per rifarsi una verginità non basta poi appoggiare il governo “tecnico” del saggio e onesto Mario Monti.
Mario Monti avrebbe promesso al Cav di non candidarsi nel 2013. Tuttavia non può promettere anche per i suoi ministri e qualcuno di loro se ne frega delle intimidazioni velate da parte dell’ex premier. Non ti curar di lor, ma guarda e Passera
Il nuovo governo e il tornante della storia. I partiti forse lo hanno capito, benché qualcuno sosterrà le misure del professore turandosi il naso. Tappati le nar-Ici
In Spagna vittoria bulgara dei popolari. I socialisti sono ai minimi termini, d’altronde Rubalcaba era una vittima sacrificale. Zapa-terreo
Peccato per Pierferdy Casini. Proprio nel suo momento migliore ecco scoppiargli in casa una piccola tangentopoli. Ora ci sarà da soffrire nonostante il trionfo politico del governo Monti. Ogni giorno ha la sua p-Enav
Oscurate dalle “bombe” delle note intercettazioni sul premier, non hanno avuto il meritato rilievo due vicende emblematiche della specificità della crisi della politica italiana. La prima riguarda Umberto Bossi e la Lega, la seconda riguarda Antonio Di Pietro e l’Idv.
Il Senatur, prima di invocare a Venezia la secessione, alle sorgenti del Po annuncia ai suoi fedele che l’erede al … trono del Carroccio sarà suo figlio Renzo, il Trota, già imposto ed eletto alla regione Lombardia. L’ex Pm mette in lista alle prossime regionali molisane il figlio Cristiano, una panchina importante in proiezione di una possibile leadership nel partito.
Anche i figli dei leader possono fare politica e non vogliamo fare paragoni fra Bossi jr e Di Pietro jr, le differenze esistono anche sul piano dei rispettivi curriculum politici. Qui interessano i “criteri” politici della selezione e della scelta che sottendono una concezione familista e padronale dei partiti e della politica.
Il problema, quindi, non è solo quello di “non opportunità”o di mancanza di buon senso. Il nodo è politico e riguarda i partiti-macchine di potere politico/finanziario (chi è il proprietario, chi comanda, chi paga e chi incassa, chi seleziona e decide la classe dirigente ecc.) e quindi la democrazia delle Istituzioni, quindi di una nazione. Anche così si alimenta il distacco fra cittadini e politica e si spinge l’antipolitica che è servita a Berlusconi per fare la propria politica, cioè i propri interessi.
La decapitazione dei partiti democratici di massa dopo Tangentopoli ha permesso la nascita e l’affermarsi dei partiti personali-padronali: questi non solo non hanno risolto la questione morale e il rubaruba e non hanno migliorato l’Italia ma hanno dato il potere o a un uomo solo o a poche persone che lo gestiscono in modo demagogico e populistico riducendo l’Italia in una repubblica delle Banane.
La trappola di Berlusconi non è stata assolutamente contrastata dagli avversari politici (pochissime le eccezioni) che invece di operare per ricostruire veri partiti democratici hanno inventato altri feudi, scimmiottando il Cavaliere e il suo partito goffamente, irresponsabilmente e senza successo. Ora si raccoglie ciò che si è seminato, cioè un pugno di foglie secche. Nessuno scandalo, quindi, se Bossi e Di Pietro designano i loro eredi al trono. Berlusconi permettendo.
Non vogliamo qui ricordare le notevoli qualità e i molti meriti di Alcide De Gasperi come leader politico e come statista di livello europeo e mondiale. Vogliamo invece fare riferimento al “fattaccio” che ne decretò la fine politica.
Correva l’anno 1953 e De Gasperi, che si trovava nella morsa fra le spinte di destra della Chiesa e l’incudine e il martello dei neofascisti del Msi e dei socialcomunisti del Pci e del Psi, per tenere in piede il suo disegno (e il suo governo) centrista imbocca la strada di una riforma maggioritaria del sistema elettorale.
Presenta così una legge che già dalle elezioni del ’53 garantisca il 65% dei seggi alla lista capace di ottenere il 50,1% dei voti. Più o meno la stessa legge di fine anni 90 del dopo Tangentopoli che avviò la seconda Repubblica, anche col favore della sinistra postcomunista.
Invece, all’epoca, Togliatti e il Pci (insieme al Psi di Pietro Nenni) fecero fuoco e fiamme in tutto il Paese, bollando la proposta della Dc come “legge truffa” e accusando lo statista trentino di “biechi disegni reazionari”. La legge passò in Parlamento fra grida e insulti ma a giugno le urne la bocciarono, decapitando politicamente De Gasperi e aprendo la via al “professorino” Amintore Fanfani che rivolterà la Dc e l’Italia come un calzino.
Paragonata al “porcellum” di oggi, la “legge truffa” era la quintessenza della democrazia.
Brunetta si sposa a mezzanotte. E poi perde la scarpettina di cristallo (misura 24) mentre corre verso la zucca tramutata in cocchio. Che fatica, però, evitare media e contestatori. Cene-rantolo
Ma è ricominciata Tangentopoli? O forse non è mai finita? Sono mesi, questi, in cui emerge un magna-magna generale, diffuso, capillare. Un desco per l’estate
Crisi dei mercati: le Borse vanno giù e le banche sono tra le istituzioni più colpite. Si spera che la speculazione si fermi e che le ricapitalizzazioni non si riducano a un piatto di lenticchie. Conto (a)rancho
Le giornaliste (non tutte) del Tg1 criticano la testata per non aver dato conto dell’evento delle donne a Siena. Il “direttorissimo” ha un rapporto conflittuale con l’altra metà del cielo? MinzoLines seta ali
A tre giorni dal ballottaggio, con gli ultimi interventi del premier e del sindaco di Milano, cresce la consapevolezza che dietro alla Moratti e dietro a Berlusconi, non c’è quasi niente, se non la loro arroganza, il loro potere e il loro forte spirito di autoconservazione.
Il grande progetto liberale del cambiamento e delle riforme del centro-destra si traduce sempre più e sempre più in “trovate” dell’ultima ora, a dimostrazione non solo di una totale incoerenza e inaffidabilità personale, ma anche di una assoluta mancanza di idealità e di programmi.
Ora Berlusconi ha evocato il pericolo della città islamica e altre “amenità” populiste da piazzista, Bossi ha chiesto il trasferimento di due ministeri a Milano e la Moratti ha promesso di togliere le multe, insieme all’Ecopass che lei aveva fortemente voluto.
Se il risultato del primo turno sarà confermato al ballottaggio, Milano chiuderà dopo vent’anni la pagina del centrodestra, nato con tangentopoli e con l’espulsione dai socialisti da Palazzo Marino.
Berlusconi già mette le mani avanti e incolperà della debacle i “suoi” candidati: da lunedì la Moratti e gli altri candidati del centro-destra saranno presi come capri espiatori per salvare il Cavaliere.
Uno a uno cadono tutte le pedine del potere berlusconiano, con effetti straordinari a livello nazionale. Dopo i ballottaggi si può innestare il volano del cambiamento dell’attuale sistema politico, iniziando a sollevare il coperchio della crisi istituzionale, economica e morale della seconda repubblica.
Scrive su l’Avanti il socialista Roberto Biscardini prossimo consigliere comunale di Milano: “è un segnale di incoraggiamento nei confronti dei partiti, della loro rinascita, sfatando l’idea che solo una sinistra antipolitica avrebbe potuto vincere contro il populismo della destra. Insomma nel risultato di Milano ci sono anche i segni di un possibile ritorno della politica, non la vittoria del personalismo della sinistra contro il personalismo della destra”.
Sì, ma il “nuovo” non può rinascere sulle nostalgie del passato. Di cui, però, va recuperato il “buono”, traducendolo nell’attualità.
Se fra dieci giorni il ballottaggio di Milano boccerà definitivamente Letizia Moratti, lo sgretolamento non riguarderà solo l’asse di potere che governa il capoluogo lombardo. Il voto porrà le basi per lo stravolgimento degli attuali assetti politici nazionali.
A esserne colpito, forse in modo definitivo, sarà Silvio Berlusconi e l’impalcatura del berlusconismo. Succederà al Pdl, quasi 20 anni dopo, quel che accadde nei primi anni ’90 alla Democrazia Cristiana.
Le diversità da allora sono molte, ma anche i punti in comune. La Dc è stata, coi suoi limiti ed errori, un grande partito democratico, liberale, di massa, con forte identità e valori e profondo radicamento sociale. Il Pdl era e resta il partito del “predellino”, cioè il partito-non partito padronale ad uso e consumo del Cavaliere.
Anche nel 1992-93 la Dc (il cui consenso ultradecennale derivò soprattutto dall’essere la barriera contro il comunismo) tentò di recuperare la sua crisi identitaria avviatasi con la caduta del muro di Berlino e poi esplosa con Tangentopoli, affidandosi a un uomo solo (Mino Martinazzoli), tornando ai fantasmi dell’anticomunismo e gridando ai complotti delle procure.
Alla fine, la Dc, senza più progetto politico, accerchiato e divisa, perì sotto il colpo finale inferto dalla Magistratura. Stavolta non è così. Non sarà la “rossa” procura di Milano a incastrare il Cavaliere e a ribaltare il sistema berlusconiano, bensì le urne.
Intanto con la spallata delle amministrative. Poi, a seguire, massimo due anni, il ko totale del Cavaliere e del suo sistema. A Berlusconi non sarà concesso giocare una nuova “mano” per recuperare la partita. Il ciclo è alla fine.
Il Pd e la sinistra, però, hanno commesso un errore grave: si sono affidati ai giudici e non agli elettori. E questo peserà nel dopo Berlusconi.

Tra i tanti suggerimenti per la rubrica scelti dai lettori di questa settimana, quello più piacevole e interessante da affrontare era secondo me di marchetto73, che in un commento spiegava:
La legge è uguale per tutti. Va scritta col punto o col punto interrogativo?
Certo, anche altri temi meritavano attenzione: dal ruolo del giornalismo nella democrazia, al futuro dell’Italia se sarà mai federalista, ai leader della sinistra da venire - Vendola, su tutti - fino alle interminabili querelle tra Caprotti, patron dell’Esselunga e Coop.
Ma per stavolta, trasformeremo in una domanda - grazie a una virgola e un punto interrogativo in più - quanto vedete scritto in ogni tribunale italiano: la legge, è uguale per tutti?
Il confronto che Pierferdinando Casini ha avuto con Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha impedito al leader dell’Udc di accorgersi, evidentemente, dello scandalo che da ieri ha travolto il proprio partito.
Stando a quanto pubblicato nelle scorse ore dal Corriere del Mezzogiorno nella lista degli indagati per gli appalti truccati ai danni di Trenitalia ci sarebbe anche il nome di un esponente politico dell’Udc: Clemente Carta.
Il nome del consigliere comunale di Formia sarebbe emerso in una delle intercettazioni registrate dagli inquirenti che in quel momento stavano monitorando Fiorenzo Carassai, ex dirigente delle Ferrovie dello Stato, e Giovanni De Luca, imprenditore della “Fd Costruzioni”.