Qualche giorno fa vi abbiamo riferito della decisione della giunta di centrodestra di Milano di assumere 46 nuovi insegnanti di religione per la scuola dell’infanzia (3-5 anni), in assoluta controtendenza rispetto al dichiarato intento della Riforma Gelmini di ridurre il numero degli insegnanti, considerati in sovrannumero rispetto alle esigenze della scuola italiana.
A fronte delle critiche di sinistra e CGIL non ha tardato ad arrivare la risposta dell’assessore all’Educazione Mariolina Moioli: “le richieste delle famiglie sono aumentate quindi noi abbiamo dovuto assumere le nuove maestre per garantire questo diritto, sancito dal concordato fra Stato e Chiesa“
Una spiegazione semplice e lineare. Peccato che quando le richieste dei genitori riguardano servizi diversi dall’inserimento di un nuovo insegnante nominato dalla Curia, non vengano altrettanto ascoltate. Non si spiegherebbe altrimenti perché, a Roma, decine di genitori siano costretti a passare la nottata all’addiaccio per assicurare ai propri figli un posto nell’unica classe a tempo pieno della scuola: trovate tutto documentato nel video qua sopra.
L’incontro di ieri col governo ha partorito il proverbiale topolino, ma tanto basta perché i sindacati esultino, spalleggiati dalla sinistra veltroniana e non. Avrete tutti letto i titoloni dei giornali: rinviata la riforma delle superiori! Abolito il maestro unico! Maestro unico solo su richiesta! Basta leggere la Repubblica di oggi, cui appartiene l’ultimo titolo citato, per sfogliare un trionfante campionario di ritagli e frattaglie che portano all’inesorabile conclusione: “Le importanti novità rappresentano un’autentica marcia indietro dell’esecutivo”.
Ah, beato wishful thinking, che tante vittime mieti, consapevoli e non. La realtà, che forse per convenienza nemmeno i giornali di destra hanno sottolineato, è che non è cambiato nulla di nulla. È stato semplicemente mascherato da accordo il frutto della concertazione su aspetti assolutamente secondari, mentre la verità, cioè che le novità sono pressoché ininfluenti, non la sottolinea nessuno. Non la sinistra, che preferisce dimostrare alla piazza di aver ottenuto qualcosa con le sue proteste. Non la destra, che presumibilmente preferisce lasciar credere all’opposizione di aver dialogato.
Vediamoli allora questi successi conseguiti dall’Onda Studentesca o chi per essa, che Veltroni ha definito: “Una completa marcia indietro del governo.” - soggiungendo - “Ora tutte le prediche che ci avevano fatto, le lezioncine rivolte a noi e a quanti osavano criticare, che fine hanno fatto?”. E poi ancora, dalle parole del responsabile scuola PD, Maria Coscia: «L’inversione del governo sul maestro unico è un risultato importante che conferma la fondatezza delle nostre critiche».
Ieri in una conferenza congiunta con il ministro Gelmini, il premier Berlusconi ha sparato una bomba delle sue, annunciando che avrebbe mandato la polizia negli atenei per far rispettare la legalità e che a breve avrebbe convocato il ministro degli interni Maroni per illustrargli il da farsi. Tutto questo per garantire il sacrosanto diritto a frequentare della stragrande maggioranza degli studenti che non partecipa alle manifestazioni.
Al di là delle discussioni di merito di un’iniziativa così roboante vi diciamo subito che non si può fare. La polizia nelle università non può entrare per legge a meno che venga chiamata dal rettore stesso (o per eccezionali motivi di emergenza). Quindi già il discorso viene parzialmente a cadere e riprende le sue vesti di “avvertimento” senza colpo ferire. Ma ammettiamo per un momento che la cosa diventi fattibile, e domandiamoci a chi gioverebbe. Se le sole immagini dei mini-scontri di Cadorna hanno rievocato in qualche vecchio nostalgico il fantasma del sessantotto/77, quando si era più giovani e gli anni, per citare il vecchio Capanna, erano “formidabili”, figuriamoci cosa accadrebbe se qualche sparuta decina di okkupanti venisse sgomberata dalle forze dell’ordine.
Già nelle interviste di questa mattina sui vari giornali radiotelevisivi si notava nei (pochi) ragazzi in sciopero la voglia di farsi notare, tradotta nella speranza di un intervento (possibilmente all’acqua di rose) della polizia. “Che vengano, noi resisteremo!” Ma resisteremo a che? Non siamo più in guerra, ragazzi, e nessuno rischia la pelle come nel 1944-45 sui monti e nelle valli del nord. Il rischio semmai è un altro, e cioè di assurgere uno sparuto gruppo di protestatari a martiri dell’antiriforma, quando la maggior parte di loro non sa nemmeno cosa sia il FFO, e che i tagli allo stesso non fanno parte della cosiddetta Riforma Gelmini, bensì del decreto di riordino economico deciso da Tremonti.
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Non è un mistero che l’attuale scenario di battaglia politica abbia luogo intorno al pianeta scuola, per via della strana congiuntura che ha incrociato le manifestazioni di piazza contro la riforma Gelmini e il voto parlamentare a favore della proposta leghista sulle classi ponte. Si sono sprecati fiumi di parole, per citare un celebre tormentone, e di paroloni su entrambi i progetti, ma cosa c’è di vero? Poco, pochissimo, quasi niente. Fatta eccezione per la posizione di comodo di chi deve pur fare opposizione in qualche modo e in mancanza di appigli si aggrappa al nulla.
Qual è la principale contestazione che si muove al decreto Gelmini? Non più tanto la questione del tempo pieno, che ormai agli occhi di tutti si è rivelata una bufala colossale, quanto i supposti tagli alla scuola pubblica che in un’ottica dietrologica sarebbero imposti ad arte per traghettarla verso la privatizzazione. Leggete questa lettera pubblicata da corriere.it per accertarvi delle motivazioni dei manifestanti direttamente alla fonte. Peccato che i tagli non esistano. Non è previsto infatti alcun licenziamento o taglio di stipendio nella scuola pubblica. Nix. Nada.
Che cosa prevede invece la riforma? Semplicemente il non rimpiazzo dell’80% dei pensionamenti. E perché tutto questo? Perché la scuola è allo sfascio a causa del fatto che il 75% delle risorse ad essa destinate vanno in stipendi del personale, il cui numero è in molti casi del tutto sproporzionato rispetto a quello degli studenti. Se un’azienda ha mille dipendenti ed è in forte passivo, il minimo che possa fare è non assumere, vi pare? Che c’è da manifestare? Chi si lamenta perché ha studiato per diventare insegnante che faccia un concorso in un altro settore come tutti gli altri. O credete che tutti coloro che hanno studiato filosofia diventino filosofi? O che tutti gli studenti di archeologia si trasformino in Indiana Jones?
Foto: da Tiscali notizie
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