Dal bignami di perle del sindaco Matteo Renzi: “I politici devono avere una data di scadenza come gli yogurt”. Yomo sapiens
Il giovane rottamatore è una specie di pokerista spregiudicato che rilancia anche quando non ha il punto. Il suo è tutto un bluff? Piatto (Ba)ricco, mi ci ficco
Il governo greco vuole un referendum popolare sugli aiuti Ue. Il governo italiano punta sul piano presentato all’Ue per salvarsi dal giudizio popolare. Papi-ndreou
Italia troppo grande per fallire? Secondo l’Ocse non è così, dunque meglio non illudersi, non adagiarsi. Ma intanto qualche ministro si gingilla con la fantomatica resurrezione del terrorismo. Brigate rOcse
Maurizio Sacconi: fuorigioco. Voto 4. Il ministro del Welfare lancia l’allarme: “Articolo 18, rischio attentati”, nuova ondata di terrorismo nello stile che nel 2002 ha ucciso il giuslavorista Marco Biagi. Realista o inquinatore e incendiario?
Piero Fassino: fuoricampo. Voto 4. Il sindaco di Torino attacca il “rottamatore” sindaco di Firenze Matteo Renzi che al Big bang liquida il Pd dei burocrati: “E’ solo un figlio di papà, un portaborse miracolato”. E nel merito? Benzina sul fuoco.
Al movimento degli Indignados, e più in generale alle opposizioni e alla sinistra, non sono chiari il carattere e la natura dei gruppi violenti e del partito dell’estremismo protagonisti dei gravissimi fatti di sabato a Roma.
I partiti non possono limitarsi alle prese di distanza e alle condanne formali contro i black bloc. Gli Indignati non possono limitarsi a ripetere che hanno tentato di isolare, fermare, espellere i delinquenti dal corteo. Al di là dei limiti organizzativi rispetto ad esempio all’inesistenza di servizi d’ordine, ci sono limiti di incomprensione politica e culturale rispetto alla protesta violenta e al terrorismo che possono portare a “comprendere”, se non proprio sostenere, chi mette a ferro e fuoco una città in nome della rivoluzione contro il capitalismo, i capitalisti, gli sfruttatori responsabili di questa crisi mondiale.
La gente, gli italiani (anche quelli contro Berlusconi) vogliono ordine. Se si salda la protesta pacifica con quella violenta, riprende fiato il governo di destra moribondo, vince la reazione.
Solo un esempio – tempi diversi ma non troppo – quando nel 1938 la borghesia francese (e non solo quella) preferì Hitler agli scioperanti che tutti i giorni invadevano le piazze per la continuazione del Fronte popolare delle sinistre. In Italia era accaduto più o meno la stessa cosa 15 anni prima con l’occupazione delle fabbriche in nome dei soviet e di Lenin e la risposta affidata a Mussolini.
Se, come possibile, i fatti di sabato si ripeteranno, sotto la spinta di un’opinione pubblica sempre più allarmata, il governo si inventerà leggi speciali e si eleveranno persino i cori per la pena di morte. Per ora il sindaco di Roma proibisce di fatto i cortei della Fiom-Cgil e presto toccherà a quelli del Pd.
Negli anni ’70, con il piombo delle Br e dei terroristi rossi e neri, scorreva il sangue, le città di sera erano deserte e saltò, con l’assassinio di Moro, l’alternanza di governo e l’evoluzione democratica del Paese. Non arrivò un ordine nuovo ma si covò un ordine involutivo, fondato sul populismo e sulla demagogia “pre” autoritaria del nuovo salvatore della patria, tutt’ora al comando.
La condizione prima della sconfitta dell’estremismo e della violenza è il suo isolamento culturale, politico e morale. Non c’è nessuna giustificazione politica, nessuna spiegazione sociologica. E non c’è uscita dalla crisi, nessun risanamento se non si batte sul nascere la protesta violenta, l’estremismo, che confondono e dividono le forze mobilitabili per il rinnovamento. Il partito della violenza e dell’estremismo ha in comune col fascismo metodi (la violenza), base sociale (per lo più piccolo-borghese), obiettivi (distruzione delle Istituzioni e dello Stato repubblicano). La storia si ripete?
Silvio Berlusconi: l’eversore. Voto 2- Il Cav si confidava al telefono con l’amico faccendiere latitante Lavitola: turpiloquio e insulti da black bloc contro Quirinale, magistratura, sinistra, parlamento europeo, media che gli impediscono di fare lo “zar”. Fermarlo.
Roberto Maroni: l’inversore. Voto 3- Il ministro dell’Interno coglie l’assist di Di Pietro per una legge Reale bis antiterrorismo. Contro i black bloc servizi di sicurezza o incapaci o complici: Maroni dimissionario! Le leggi ci sono, manca buon senso e capacità politica.

31 anni fa, a Bologna, una bomba piazzata nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, uccise 85 persone e ne ferì 200. Per il secondo anno consecutivo, nessun membro del governo ha partecipato alla manifestazione di commemorazione (il sindaco Merola ha detto che è necessario avere “il coraggio delle proprie responsabilità“). Sul sito ufficiale dell’associazione dei parenti delle vittime della strage, trovate tutte le informazioni necessarie per farvi un’idea su quel terribile giorno e sui processi che seguirono. Qui invece trovate lo speciale di Repubblica.it. Tra gli altri interventi, vi riportiamo uno stralcio di quello scritto da Stefano Benni:
“Trent’ anni fa Bologna era diversa. Era stata colpita perché era diversa, perché era una speranza. Ora è una città come tante del Nord Italia, né brutta né bella. Ma tante persone ricordano quella data. E non certo per nostalgia del dolore. Per la speranza che combatté quel dolore.”
A questo indirizzo trovate una selezione di prime pagine del 3 Agosto, mentre qui è presente un interessante ricordo di Marco Marozzi, giornalista bolognese di Repubblica:
“Marozzi, è vero che è appena saltata la stazione?”. Ma va, chi ci credeva seppur in quegli anni di piombo e bombe? […] Vero, tutto vero. Via. In stazione arrivai insieme a Imbeni, segretario del Pci, corso con la sua 128 blu. Diversi, sempre. Da allora amici. Senza mai spiegarci perché. Un silenzio immenso, le sirene ci piombavano dentro come pugnali, la polvere volava, le facce bianche, una cava. Il pensiero egoista: “E’ sabato, quanti dei miei hanno preso un treno?”. Un telefono, dagli alberghi di fronte. “Ci sei? Chiama…”. Una catena di Sant’Antonio, paura e speranza. Una strage è anche questo.”
Seguiteci dopo il salto, parleremo anche delle parole usate da Carlo Giovanardi per “ricordare” la strage.
Continua a leggere: Anniversario della strage di Bologna, tra Giovanardi e Stefano Benni
C’è modo e modo, specie nei momenti di forte crisi, di rappresentare le Istituzioni, di interpretarle e comunicarne il “contenuto” ai cittadini.
Nessuna retorica a difesa del capo dello Stato e nessun accanimento contro il Premier. Ma la distanza fra l’inquilino del Colle e quello di Palazzo Chigi diventa sempre più incolmabile. Non è una questione di fair play ma di correttezza istituzionale e di possibile corto circuito delle Istituzioni.
A poche ore di distanza dei rispettivi interventi sulla giustizia, si può misurare l’abisso e, forse, l’inconciliabilità, fra due impostazioni culturali, due concezioni dello Stato, due esperienze “professionali”, due scuole politiche e di pensiero.
Giorgio Napolitano ricorda con commozione i magistrati vittime del terrorismo e della mafia. Silvio Berlusconi con arroganza spara ad alzo zero contro la magistratura e chiede una commissione d’inchiesta per la procura di Milano, impegnato solo a difendere se stesso, ad accendere le sue tifoserie, a strappare voti in libera uscita.
Il presidente della Repubblica tenta di svolgere un ruolo di tessitura e di ricostruzione del tessuto democratico, istituzionale e sociale. Oramai lacerati. Il capo del Governo tenta di resistere per salvare se stesso e il suo governo, costi quel che costi, anche lo sfascio dello Stato e del Paese.
Al Quirinale, con Napolitano, domina la responsabilità, per difendere la legalità di una intera Nazione e di un intero popolo. A Palazzo Chigi, con Berlusconi, domina l’irresponsabilità: il premier prima attacca i magistrati vivi e poi, nell’usuale stop and go, si inchina sui magistrati uccisi, a seconda delle convenienze. Così, prima o poi, il big bang.

Barack Obama ha deciso di non pubblicare le foto del cadavere di Bin Laden (mentre la Reuters ha pubblicato altre foto del blitz in Pakistan, le trovate qui). Troppo forte il rischio di incrementare, in tutto il mondo arabo, l’ostilità e l’odio verso gli Usa. Vittorio Zucconi, su Repubblica, ha scritto che
“Nella civiltà della immagini, non si può restare senza immagini senza generare mostri, sapendo che comunque potranno affiorare o, peggio, essere falsificate da mani interessate a screditarlo. La trasparenza è il prezzo durissimo che le democrazie vere pagano a se stesse, per restare tali.”
La diffusione delle immagini servirebbe anche a mettere a tacere le voci che vorrebbero Bin Laden ancora vivo (ricordate la storia di Hitler scampato alla tenaglia sovietica nel 1945 e fuggito in Sudamerica?). Non servirebbero, però, a debellare il terrorismo internazionale. Infatti, Bin Laden è ancora vivo. Seguiteci dopo il salto.
Continua a leggere: La morte di Bin Laden e la morte dell'idea di terrorismo
Dopo aver stanato Osama, adesso la Cia ha nel mirino un altro celebre ‘desaparecido’: Daniele Capezzone. Secondo fonti di intelligence, sarebbe barricato in una dependance di Villa San Martino, ad Arcore. Ma ormai avrebbe le ore contate. Pakistanco
Dichiarazione solenne di Scilipoti sulla morte dello sceicco del terrore: “E’ un grande giorno anche per tutto il mondo della medicina naturale”. Bin Laiden
Gli 007 adesso considerano quasi certa una ritorsione di al Qaeda. Ma sotto quale forma potrebbe manifestarsi? Un attentato kamikaze di tipo tradizionale? Un attacco batteriologico? O un raddoppio dell’appuntamento tv con Giuliano Ferrara? No-fly (pan)zone
Svelato un altro pizzino di Ciancimino Jr. in cui si sotiene che Bin Laden era il fantomatico “signor Franco”, misteriosa figura di collegamento tra lo Stato, la mafia e Don Vito. Bush-etta
Nuova gatta da pelare per il premier Berlusconi. Stavolta a preoccupare non è il “traditore” Fini ma l’amico e fedele alleato Bossi.
Il Senatur al governo non muove un dito per affrontare la crisi generale del Paese ma, come un segugio, fiuta sempre l’aria per “distinguersi”, capire dove tira il vento e sfruttare le correnti per guadagnare voti.
Il gran capo della Lega, come già Bertinotti nel centro sinistra, è un campione nell’arte del partito “di lotta e di governo”, cioè del ricatto nella coalizione e della demagogia e del populismo sul piano elettorale.
L’ultimo sondaggio, dopo l’ennesimo lutto dei nostri alpini, parla di italiani contrari alla missione? E subito Bossi suona la tromba della ritirata (e tira le orecchie a La Russa che vuole le bombe sui caccia tricolori) dimenticandosi che in luglio aveva votato il rifinanziamento della missione militare, beffandosi degli impegni internazionali, del terrorismo, delle Torri gemelle, dei talebani e di Bin Laden.
Bossi è solo interessato al messaggio mediatico, smarcandosi anche da Berlusconi, per assecondare la pancia pacifista e buonista degli italiani, ricavandone voti.
Alla sinistra che chiedeva a Prodi il ritiro delle truppe, Calderoli replicò sferzante: “Delirano”. Con il ghigno benevolo del Senatur.
Adesso Berlusconi dirà che Bossi va “interpretato”. E il teatrino continua. Il biglietto, salato, lo pagano gli italiani.
Sono trascorsi 30 anni dalla morte di Walter Tobagi. Sembra ieri. Il 28 maggio del 1980 il giornalista veniva assassinato da un commando di 5 uomini, appartenenti alla sedicente Brigata XVIII Marzo, capitanata da Marco Barbone.
Gli altri uomini che gli spararono erano Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano, tutti figli di famiglie borghesi; tutti ansiosi di compiere un gesto eclatante per segnalarsi all’ambita area “che contava” del terrorismo rosso .
Il capo, Marco Barbone - figlio di un alto dirigente editoriale della casa editrice Sansoni - si prese l’incarico di finire Tobagi, sparandogli un colpo dietro la nuca. In seguito si pentì e svelò i nomi dei compari, che comunque uscirono quasi tutti di galera nel giro di poco grazie a un’interpretazione largheggiante della legge sul pentitismo.