Nuova gatta da pelare per il premier Berlusconi. Stavolta a preoccupare non è il “traditore” Fini ma l’amico e fedele alleato Bossi.
Il Senatur al governo non muove un dito per affrontare la crisi generale del Paese ma, come un segugio, fiuta sempre l’aria per “distinguersi”, capire dove tira il vento e sfruttare le correnti per guadagnare voti.
Il gran capo della Lega, come già Bertinotti nel centro sinistra, è un campione nell’arte del partito “di lotta e di governo”, cioè del ricatto nella coalizione e della demagogia e del populismo sul piano elettorale.
L’ultimo sondaggio, dopo l’ennesimo lutto dei nostri alpini, parla di italiani contrari alla missione? E subito Bossi suona la tromba della ritirata (e tira le orecchie a La Russa che vuole le bombe sui caccia tricolori) dimenticandosi che in luglio aveva votato il rifinanziamento della missione militare, beffandosi degli impegni internazionali, del terrorismo, delle Torri gemelle, dei talebani e di Bin Laden.
Bossi è solo interessato al messaggio mediatico, smarcandosi anche da Berlusconi, per assecondare la pancia pacifista e buonista degli italiani, ricavandone voti.
Alla sinistra che chiedeva a Prodi il ritiro delle truppe, Calderoli replicò sferzante: “Delirano”. Con il ghigno benevolo del Senatur.
Adesso Berlusconi dirà che Bossi va “interpretato”. E il teatrino continua. Il biglietto, salato, lo pagano gli italiani.
Sono trascorsi 30 anni dalla morte di Walter Tobagi. Sembra ieri. Il 28 maggio del 1980 il giornalista veniva assassinato da un commando di 5 uomini, appartenenti alla sedicente Brigata XVIII Marzo, capitanata da Marco Barbone.
Gli altri uomini che gli spararono erano Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano, tutti figli di famiglie borghesi; tutti ansiosi di compiere un gesto eclatante per segnalarsi all’ambita area “che contava” del terrorismo rosso .
Il capo, Marco Barbone - figlio di un alto dirigente editoriale della casa editrice Sansoni - si prese l’incarico di finire Tobagi, sparandogli un colpo dietro la nuca. In seguito si pentì e svelò i nomi dei compari, che comunque uscirono quasi tutti di galera nel giro di poco grazie a un’interpretazione largheggiante della legge sul pentitismo.
Quanto dichiarato ieri da Pierferdinando Casini a la Stampa fa eco ad una considerazione sulla coscienza italiana fatta dalla Mostra del Cinema di Berlino da Francesca Comencini, regista italiana presente alla manifestazione in qualità di giudice.
In quell’occasione l’autrice italiana sottolineò i limiti del nostro cinema costruito secondo lei, sulle classiche storie d’amore più che sulle vicende caratterizzanti la memoria storica che altri paesi hanno già sviluppato.
Dell’ex terrorista Cesare Battisti, e dei quattro omicidi di cui è stato il mandante, ci siamo già dimenticati tanto che dopo il rinvio dell’incontro tra Lula e Silvio Berlusconi (si sarebbe dovuto tenere domani in Brasile) dei giornali locali già sostengono che il criminale italiano non sconterà tutta la sua pena nel paese d’origine.
Verrebbe voglia di definire questo spazio “la vergogna della settimana”. Ce n’è di materiale.
Prendete il “niet” della messa in onda tv del filmato su Vittorio Bachelet, splendido personaggio della cultura italiana, cittadino integerrimo e cattolico martire del terrorismo brigatista.
Ebbene, la Rai ha posto il veto, annullando la trasmissione sul primo canale “A sua immagine” sul professor Bachelet, nel trentennale dell’assassinio (colpito da un commando Br il 12 febbraio 1980 sulle scale della facoltà di Scienze Politiche alla Sapienza mentre parlava con la sua assistente Rosy Bindi) perché il figlio Giovanni è … deputato del … Pd.
Quindi, il filmato turberebbe la par condicio elettorale. Meglio rinviare tutto a dopo le elezioni regionali. Fontapolitica? No, politica Made in Italy. Insorgono, inutilmente, Pd, Udc, Idv, Fnsi.
Non è solo un atto di inspiegabile miopia nell’attuazione di una norma. Forse non si tratta di ottusità burocratica ma di scelta politica. E’ un’offesa alla memoria, uno sfregio al buon senso. Due pesi e due misure: meglio lasciare scorrazzare nei vari talk show i delinquenti e assassini degli anni ’70 che pontificano liberamente, novelli maestri ancora grondanti del sangue degli innocenti.
Non si macchia solo la figura di un grande personaggio stroncato dalla furia dell’odio. Si offende la memoria collettiva e si prende per i fondelli, oltre la storia, un popolo intero.
E’ rissa, rissa fra “nani”, per la dedica di una via di Milano a Bettino Craxi. Che fu un capo, un capo sconfitto ma non piegato, capace di fare tutto da solo, la propria fortuna e la propria rovina.
Figlioccio politico di Pietro Nenni, il leader storico del socialismo italiano, Bettino cambiò corpo e anima del vecchio PSI, innalzandolo prima sugli altari del potere e poi facendolo sprofondare nella polvere più ignominiosa.
Cocciuto autonomista, riformista con i piedi per terra, innovatore illuminato, europeista e atlantico senza riserve, ma senza calare le brache davanti all’arroganza USA, fu soprattutto anticomunista totale, disprezzando il burocratico rigore di Berlinguer, ossessionato da un possibile avvicinamento fra PCI e DC, il più scettico sul tentativo di rinnovamento dei comunisti italiani smontandone addirittura l’impalcatura teorica tanto da contrapporre l’eretico sconosciuto Proudon al santificato Carlo Marx.
In tal senso resta memorabile, una vera e propria bomba dagli effetti dirompenti nella sinistra, il documento manifesto scritto da Craxi nel 1978 e pubblicato da L’Espresso che diede il via al nuovo corso socialista.
Fu leader orgoglioso, suscitatore di venerazione e odio da vivo e mai lasciato in pace, da morto. A dieci anni dalla sua scomparsa nella terra tunisina di Hammamet dove si era rifugiato per sfuggire alla morsa politico-giudiziaria di tangentopoli, c’è ancora oggi chi sfoggia ipocrisia o cinismo per appropriasi delle spoglie di un personaggio che ai vecchi amici proconsoli del sottogoverno concesse all’epoca poteri e prebende e ai nuovi amici, in particolare gli ex PCI, per decenni suoi implacabili accusatori, concede ancora la possibilità di fare mea culpa e di rientrare nella storia.
Quanti accostamenti e quante analogie evoca Craxi! Paragonato persino, lui tessitore di beghe correntizie contro i Manca, Signorile, De Michelis, allo Stalin delle trappole assassine contro Trotzkij, Kamenev, Bucharin, i padri, sotto l’egida di Lenin, della Rivoluzione d’ottobre .
Non furono costretti a bare la cicuta e non videro il gulag De Martino, Riccardo Lombardi, Giacomo Mancini, Antonio Giolitti ma l’uno dopo l’altro caddero sotto la scure impietosa di Bettino ed ebbero le carriere stroncate, liquidando l’identità storica socialista. Della vecchia guardia , solo Pertini si salvò, salito sul Colle nonostante Craxi, grazie al Pci che lo propose
Continua a leggere: Ore 12 - Chi era Bettino Craxi? Nè eroe, nè mariuolo

Il giorno di Natale è perfetto per ragionare su una decisione politica presa negli Stati Uniti di cui tanto abbiamo parlato con Christian Rocca lo scorso novembre. In quell’occasione con il giornalista del Foglio ragionammo sul famoso provvedimento “don’t ask, don’t tell” a causa del quale non è permesso ai soldati di fare coming out.
Ebbene. Il Pentagono, come riportato da diversi quotidiani nei giorni scorsi, avrebbe emanato una circolare altrettanto scandalosa. Secondo quanto riportato da “Star and Stripes” sarebbe stato vietato alle donne, in servizio, di rimanere incinte.
Oltre alle dirette interessate, della gravidanza dovranno rispondere anche gli uomini coinvolti poiché le dolce attese, come sostenuto dal Pentagono, creerebbero un danno all’esercito già provato dalle missioni in Medio Oriente.
Continua a leggere: Stati Uniti: vietata la gravidanza alle donne soldato
C’è un filo sottile, almeno nell’analisi politica, fra il “veggente” e il “menagramo”.
Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere. Dice il saggio.
Stavolta è l’autorevole settimanale inglese Economist (confermato dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dalle Nazioni Unite) a lanciare l’allarme.
Nel 2010, causa la crisi economica mondiale (oltre 60 milioni di disoccupati rispetto al 2008!), 78 Stati (su 166 monitorati) sono ad “alto rischio di rivolte popolari”.
Ammonisce Gianni Rossi su Aprile.online “Attenzione al malessere generalizzato, che potrebbe esprimersi fuori da qualsiasi schema e senza che le organizzazioni storiche del consenso (partiti, sindacati ecc.) potranno controllare e convogliare in dissenso democratico”.
Insomma, senza più partecipazione diretta, mediazioni, filtri e paletti, si rischia il caos con violenze e terrorismo, contraccolpi reazionari e addio democrazia!
In questo quadro potenzialmente “fosco”, il Governo italiano resta “ottimista” e si trastulla attorno a leggi censorie contro Internet (Facebook in primis), programmi tv, giornali e giornalisti “sgraditi”, accusati persino di essere incubatori del terrorismo.
Per l’Economist stiamo vivendo la “calma prima della tempesta”. Dentro la tempesta, l’Italia, si sa, è la zattera più a rischio.
Non c’è bisogno di scomodare “l’estremismo malattia infantile del comunismo” (Lenin, 1920) e neppure l’antico adagio se è “nato prima l’uovo o la gallina” per capire la “lezione” politica del fattaccio di ieri sera a Milano.
Per anni, in Italia, i governi sono stati (quanto meno) tolleranti con le forze reazionarie, sediziose ed eversive di destra. Poi, per altri anni, la ambigua teoria degli “opposti estremismi” ha lasciato di fatto mano libera al terrorismo nero e al terrorismo rosso.
Gli obiettivi erano diversi, ma non i risultati: l’attacco alla democrazia e alle istituzioni, l’alt a una politica di rinnovamento e di riforme.
Ora, non si può non vedere i danni della politica “muscolare”, della delegittimazione dell’avversario, dell’avversario visto come nemico, “anima” costante della seconda Repubblica.
Berlusconi ha gravi responsabilità (anche) in questo. Ma settarismo ed estremismo sono presenti in frange non secondarie dell’opposizione, dentro e fuori il Parlamento.
Si punta alla “spallata” antiberlusconiana, non si costruisce una più ampia unità politica e sociale, rifuggendo dalla realizzazione di una piattaforma con obiettivi intermedi. O per miopia politica o per calcoli di parte. E’ così che un polo è diventata perdente e l’altro oramai dominante (legittimato dal voto popolare).
La metamorfosi politica di Cicciobello Rutelli resta un fulgido esempio di ‘democristianizzazione’ dell’individuo. Dai radicali ai clericali, dalla protesta alla preghiera, dalla Bonino a San Crispino, dal preservativo al cero votivo, dai picchetti alla Binetti, dalla canna all’Osanna. Bacco, Tabacci e Venere
Non saranno ancora le nuove Br, ma i Nuclei di azione territoriale (Nat) preoccupano gli investigatori per il loro spessore ideologico. E qualcuno già sta tremando. Buon Nat-ale
Nella maggioranza siamo ormai ai Feltri corti…ehm…pardon…ai ferri corti. Fini lavora per il futuro del Pdl. Alcuni dei suoi lo seguono, altri lo hanno abbandonato da tempo. Sono questi ultimi che lo irritano e che quasi vorrebbe prendere a pugni. Gasparring partner
Il Superpremier non teme solo i processi milanesi. Da tempo ha paura che qualche brutta sorpresa arrivi anche da Palermo sul fronte delle indagini di mafia. I pentiti potrebbero mettere nei guai il Cavaliere. E si aprirebbe un nuovo duello dal sapore epico. La Spatuzza nella roccia
Si torna, da destra e da sinistra, a strumentalizzare questioni delicate e orribili quali la violenza e il terrorismo.
Le ultime due tappe (le minacce a Berlusconi, Bossi e Fini, via lettera, da fantomatiche brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente e le minacce firmate Brigate Rosse, con scritta murale, a un delegato Fiom a Torino) diventano, trasversalmente, utili strumenti di becera propaganda e di faziosa lotta politica.
Da destra, e anche dal … premier, si sostiene che è il clima dell’opposizione con il suo conflitto sociale, il brodo di cultura della sinistra, ad alimentare “la sparata di un folle” e ad attizzare l’ideologia del terrorismo. Da sinistra, che è Berlusconi, con la sua volontà di usare il potere politico a proprio uso e consumo e stravolgere la Costituzione, a “provocare”, dando di fatto via libera alla violenza e alla fin fine al terrorismo.
Perché questa contrapposizione, questo urto frontale? Perché si vuole mantenere una spaccatura, una vera e propria scissione in due del paese: un rischio mortale per le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico. E’ questa politica di divisione, artatamente alimentata, che tiene nella tenaglia l’alternanza e non permette di avviare a soluzione i gravi problemi economici, sociali e civili dell’Itali. Si continua ad accendere zolfanelli in una polveriera.
Intanto, la scorsa notte, solo per miracolo, è fallito un attentato incendiario al coordinatore del Pd di Fondi, città che è tutto dire. E la barca va a picco, con l’allarmante crollo degli ordini (-27,5% su base annuale) e del fatturato (-21%) dell’Industria, giunti ai minimi storici.