
Supponiamo, per un post, che l’attuale Primo Ministro italiano non perda occasione per lamentarsi dei mass media del paese. Supponiamo, sempre per un post, che il conflitto d’interessi in Italia esista meno che in altri stati.
Ok. Ora possiamo ragionare sui cambiamenti del giornalismo in Italia. Per farlo vi propongo di seguito un’analisi che Mario Adinolfi, giornalista nonché sostenitore di Dario Franceschini, ha scritto sul suo blog.
“Leggo – scrive Mario Adinolfi - prima Libero di Repubblica, penso di trovarci notizie più interessanti. Sul Giornale c’è più “pensiero laterale che sull’Unità, il primo va letto perché è sempre centrale nel dibattito, la seconda si può pure trascurare, raramente ci trovi una notizia. Persino leggere Chi qualche volta è più utile rispetto a leggere l’Espresso. Il che, lo capisco da me, è drammatico”.
Il superpremier a “Mr. Scucchia” Belpietro: “La maggior parte degli italiani nel loro intimo vorrebbero essere come me e si riconoscono in me e in come mi comporto”. Imitatio precox
Risuona ancora nelle orecchie di molti la nobile frase di Nicolò “Lurch” Ghedini: “Berlusconi non è un porco e nemmeno impotente. Ecco perché porta l’Unità in tribunale”. L’incrollabile fiducia dell’avv. è quasi commovente. Non ce la fa più a parare i colpi, ma resiste. Il prostrato, le prostitute e la prostata
Il frastornato Pd si prepara al congresso. Bersani sembra in vantaggio su Franceschini. Marino è indietro. D’Alema è contento anche se Veltroni lo attacca. Parisi dice che forse non voterà nemmeno. Benigni li ha già sferzati. Quanti voti perderanno ancora? Che situazione troverà il nuovo segretario? Io ballo da solo
Quando attacca le banche, il ministro TreConti deve stare attento. Il presidente del Consiglio, infatti, ha notevoli interessi anche in quel settore. SuDori(s) freddi

L’Unità si libera di Zorro (così si intitolava la rubrica curata negli ultimi sette anni da Marco Travaglio) e investe sul Sergente Garcia. Alias Paolo Villaggio che sul quotidiano diretto da Concita De Gregorio occuperà lo spazio gestito da uno dei collaboratori di Michele Santoro.
Per capire come questo cambio sia ben più di una semplice scelta editoriale è sufficiente ragionare su alcune dichiarazioni che lo stesso Villaggio ha rilasciato a Libero prima di iniziare la sua collaborazione con il quotidiano da sempre vicino alla sinistra italiana.
“Alla direttora dell’Unità ho chiesto la libertà assoluta di dire: con questi qua siamo già morti. La libertà di bastonare questa sinistra che cerca di risorgere dicendo che Berlusconi si porta Apicella nell’aereo di Stato. Questi avanzi del Pci vanno rinnovati tutti. D’Alema è bravo come velista, no?”.

“L’effigie del candidato stabilisce un legame personale fra questo e gli elettori ; il candidato non dà a giudicare solo un programma, propone un clima fisico”. Non ci poteva essere miglior sintesi della politica in Italia e della strategia comunicativa che l’ha caratterizzata di quello scritto più di cinquant’anni fa da Roland Barthes in “Miti d’oggi”. Per il semiologo la fotografia elettorale “è prima di tutto riconoscimento di una profondità , di un irrazionale estensivo alla politica”.
La strategia sulla quale Berlusconi ha costruito le sue fortune. Sulle orme del suo amico, collega e predecessore Bettino Craxi, che è stato il primo politico in Italia a curare maniacalmente le pose fotografiche (anzi il secondo dopo Benito Mussolini…), quando si faceva ritrarre da bullo di periferia. Già da quando era solo ambizioso imprenditore, Berlusconi cercava di dare un’immagine allo stesso tempo ambigua e tranquillizzante. Molto interessante a questo proposito il libro del critico letterario e saggista Marco Belpoliti, “Il corpo del capo”.
Così come una donna non si dovrebbe toccare nemmeno “con un fiore”, la sollecitazione alla violenza non dovrebbe essere mai tentata, nemmeno con la satira.
Satira che, come tutti gli “strumenti” della comunicazione deve essere libera. Ma non è che non è tenuta ad osservare regole: il “buon senso” e la “misura” non guastano mai.
In Italia la satira politica è scarsamente esercitata. Anzi c’è una evidente decadenza qualitativa. Si salva qualche vignettista. Per essere tale, la satira non ha bisogno di alzare i toni, forzare le tinte. E per assestare colpi micidiali la satira non ha bisogno della rivoltella, della volgarità, della violenza.
Chi non ricorda le punture velenosissime dei “corsivi” di Fortebraccio (Mario Melloni, il voltagabbana passato dalla Dc al Pci) per decenni sulla prima pagina de L’Unità? O le stilettate schiette, indomabili, ironiche di “Controcorrente” scritte da Indro Montanelli dal 1974 al 1992 sul Giornale ante Berlusconi?
Una battuta di Fortebraccio rivolta a Giuseppe Saragat e ai socialdemocratici: “Costoro non edificherebbero il socialismo neppure col Lego. Essi sono sorti, e prosperano, con un solo scopo: assicurare e proteggere le digestioni laboriose ma felici dei ricchi, come appare chiaro dalla faccia dell’on. Saragat, diger-selz”.
Una battuta di Montanelli rivolta ai potenti democristiani: “Ci sono dei pulcini che, quando diventano galli, credono che il sole si levi per sentirli cantare”.
Le scuse di ieri del nuovo direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci ci stanno. Ma quel che serve è l’aver acquisito e “digerito” culturalmente e politicamente il peso dell’errore.
Anche nella vita di ognuno, non solo in politica, si è portati a guardare indietro quando nel “presente” ci si sta stretti (cioè male) e non si vedono spiragli per un futuro migliore. Insomma, ci si adagia nell’amarcord perché si è delusi, insoddisfatti, smarriti.
Non è proprio quello che sta succedendo nel Pd? Alla “nuova” Festa di Firenze, ma anche nelle altre sparse in tutta Italia, l’atmosfera non è assolutamente quella delle feste de l’Unità di una volta.
Il quotidiano (ex Margherita) Europa tira le orecchie ai “nostalgici” ex Pci-Pds-Pd e, in sostanza dice: ma che volete, anche allora non vincevate le elezioni, perché siete depressi? E lancia l’accusa: “Basta con l’Amarcord ipocrita”.
A parte il fatto che “loro” da soli erano riusciti ad avere i voti che adesso hanno insieme l’ex Pd ed ex Margherita; a parte che “loro” avevano un rapporto di “stima” (ricambiato) con i dirigenti (che, a differenza di adesso, non entravano in politica con le pezze al culo e ne uscivano ricchi, famosi e potenti); a parte il fatto che “loro” in “qualcosa” credevano, comunque se questo Amarcord resiste e anzi dilaga, un motivo ci sarà. O no?
Continua a leggere: Ore 12 - Quanti "Napoleone" nel Pd dell'amarcord!

Se il nostro mitico caporedattore - fortunatamente in vacanza a godersi sole e mare su qualche spiaggetta della Penisola - scoprisse che sono ritornato per la seconda volta a pochi giorni di distanza sullo stesso argomento, peraltro non certo di primo piano, chissà come reagirebbe. Ma, dopo aver letto l’editoriale di Furio Colombo stamani in prima pagina sull’Unità, non si poteva stare con le mani in mano. E’ l’ennesima conferma: Furio è recidivo. Sarà l’età, sarà che ultimamente non gliene va bene una, sarà la pesate sconfitta elettorale di aprile che ancora gli pesa. E poi, ammettere una gaffe non è proprio il suo forte. Quindi, oggi, ritorna sulla questione del corrispondente-fantasma regalandoci l’ennesima lenzuolata di banalità.
Il problema è semplicissimo: a Colombo quell’editoriale del Newsweek di qualche giorno fa in cui si loda l’operato del Cavaliere non è affatto piaciuto. Quale arma migliore per screditare il pezzo se non quella di attaccare direttamente chi lo ha scritto? Per Colombo quell’articolo, prima di tutto, “non rappresenta l’opinione di quel grande Paese lontano” in quanto “l’autore dell’elogio, italiano, sta in Italia”. Barigazzi (che ha firmato il fondo “Miracolo in 100 giorni”) - secondo l’ex senatore ulivista - ha “eseguito un ordine ricevuto, da portare a termine, ripetendo frase per frase i testi del dottor Bonaiuti”.
E questa potrebbe essere un’opzione. La veri tesi di Colombo, infatti, come noto, è ancora più spettacolare: l’autore non esiste, “è un falso”. In Rete - dice oggi ripetendo quel che aveva solo accennato domenica - “risulta un medico bolognese del Sedicesimo secolo”. Cosa lo porta a sostenere ciò? Tre cose. Uno: non c’è traccia di tale Barigazzi nella gerenza del giornale; due: l’ufficio di corrispondenza di Parigi sostiene che Newsweek non abbia corrispondenti italiani; tre: alla associazione Stampa Estera di Roma non lo conosce nessuno. Peccato che Paolo Bracalini del Giornale ci abbia anche parlato. E non era certo una seduta spiritica.