
Non bastavano i Radicali, ormai abbonati alla pratica dello sciopero della fame (e/o della sete), a usare questo strumento di lotta per farsi sentire e portare più facilmente all’attenzione dell’opinione pubblica le proprie battaglie. Ora questo mezzo è diventato così popolare da diventare quasi inflazionato.
E’ il caso del leader dei Verdi Angelo Bonelli, protagonista da 33 giorni di uno sciopero della fame che praticamente non ha considerato nessuno. Zero copertura mediatica, persino i quotidiani più di sinistra non hanno concesso uno spazio adeguato a questa protesta. E l’unico effetto ottenuto è che Bonelli è stato ricoverato in ospedale.
Probabilmente saranno state le motivazioni piuttosto deboli a provocare la non riuscita dell’operazione: la censura dei temi ambientali in tv e la mancata presenza dei Verdi negli show televisivi. Al di là della “giusta causa” (dipende da come la si vede) bisogna pure considerare che oggettivamente i Verdi attuali sono un partito da percentuale veramente minima (la maggioranza dei sondaggi nemmeno li considera e chi lo fa li vede nettamente sotto l’1%). D’altronde proprio recentemente c’è stata una specie di scissione interna che ha portato una parte consistente del partito ad aggregarsi alla formazione di Vendola, Sinistra Ecologia e Libertà.
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Fatta eccezione per il dibattito riguardante la costruzione di centrali nucleari, in Italia di ambiente non si parla. La scomparsa dei Verdi, nelle stanze del potere, ha agevolato il disinteresse della classe politica concentrata, per lo più, su altri argomenti.
La cronaca, e quanto sta succedendo in queste ore in Lombardia e in Emilia Romagna (dove buona parte dei corsi d’acqua sono stati inquinati da una quantità di gasolio perso dalla Lombardia Petroli), obbliga tutti ad una riflessione.
Chi pagherà per quanto sta succedendo? Possibile che in un paese dove un giorno sì e l’altro pure si propone un disegno di legge non esista, o non si faccia applicare (che è molto peggio), una normativa che condanni chi ha provocato questo danno ambientale?

Anche i piccoli partiti si organizzano in vista delle prossime regionali. E all’orizzonte sembra sempre più probabile una lista che unisca Radicali, Socialisti di Bobo Craxi e Zavettieri e Verdi. Sono stati i Radicali a proporre l’accordo
In vista delle elezioni regionali possiamo realizzare l’aggregazione delle energie socialiste, radicali e ambientaliste, laiche, liberali e repubblicane, in una proposta elettorale che veda i nostri rispettivi simboli presenti “in coalizione” nelle regioni italiane. In particolare, con la partecipazione del simbolo verde del “sole che ride”, del simbolo socialista e del simbolo Bonino-Pannella. Una decisione che rappresenterebbe la continuazione ideale del grande tentativo della Rosa nel pugno
E proprio la riproposizione della Rosa nel Pugno 2 suscita entusiasmo anche nei socialisti di Bobo Craxi
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Dal oltre mezzo secolo Giuseppe Stalin non c’è più.
Ma i baffoni del dittatore restano il distintivo di una parte della sinistra fuori dalla storia e dalla democrazia. Non c’è più il gelo del gulag e nemmeno il terrore del Kgb.
Ma i proclami di eresia, la caccia alle streghe, le epurazioni, con scissioni e contro scissioni, infamanti accuse e controaccuse, animano e dilaniano ancora oggi la sinistra italiana.
E’ così anche in una area non di matrice marxista leninista come quella dei Verdi. E’ in corso una caccia alle streghe senza precedenti, come dimostra l’espulsione di un esponente storico quale Paolo Cento (Er Piotta) e dei componenti la minoranza del partito.
Una espulsione per raccomandata (firmata dal neo segretario Angelo Bonelli) con ricevuta di ritorno.
L’accusa? Cacciati perché membri del coordinamento di Sinistra e Libertà. Alla richiesta di un confronto aperto, il segretario ha risposto con le raccomandate.
Peggio dell’inconsistenza politica c’è il settarismo, l’arroganza, la prepotenza di chi decide per tutti, statuto in mano. Corsi e ricorsi della storia. Lo “stalinismo”, appunto.
E’ il solito refrain: la sinistra in crisi, che invece di ricompattarsi su un progetto politico, tende a frantumarsi e poi a frantumarsi ancora.
Ma, si sa, la scissione è il primato del proprio ombelico. Aspettando Godot.
Continua a leggere: Ore 12 - Caccia alle streghe ed epurazioni: i Verdi con i baffi di Stalin
L’ultima “trovata” è quella di portare tutte le sinistre dentro il Pd. Non è nuova. E’ roba rimasticata.
Prima, durante e dopo la scissione di Livorno, il partito “unico” della sinistra ha sempre avuto i suoi supporters e i suoi detrattori.
Siccome la storia non si fa con i “se” e con i “ma” si deve tener conto della realtà.
Con Berlusconi e il berlusconismo in “discesa” ma governante, con la sinistra sinistra spazzata via, con il Pd ko che, come dice Massimo D’Alema “ha indebolito l’unica cosa che aveva, cioè il partito”.
Così la notizia che non fa notizia è che Bertinotti, Vendola e compagni sono già con un piede nel Partito democratico, avanguardisti di plotoni e reggimenti (?!) pronti a fonfersi nel nuovo grande Pd che verrà.
Insomma, la teoria del teorico Bertinotti, sostenuta da altri compagni oramai senza più “arte né parte” è che in Italia “è chiusa l’esperienza delle due sinistre, c’è spazio a malapena per una sola sinistra”.
Di qui l’appello di un partito unico del centrosinistra che vada da Rifondazione a Di Pietro, passando per Nichi Vendola, Marco Pannella, Dario Franceschini, più socialisti, verdi, comunisti italiani e non.
Bertinotti, noto e inflessibile finisseur, precisa che non vuole “far confluire la sinistra nel Pd” ma vuole, col Pd: “un partito nuovo”. Quindi un’implosione generale per poi rinascere tutti nuovi e tornare tutti insieme felici e contenti nel nuovo Pd.
Ambiguità lessicali? Ricerca della “terza via”? No, semplicemente smarrimento della bussola.
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Contrariamente a quello che molti potrebbero pensare, i vescovi iper-conservatori e sempre pronti ad entrare a gamba tesa nel dibattito politico - à la Ruini, per intenderci - non sono una prerogativa della cattolicissima Italia. Se ne trovano infatti alcuni riuscitissimi esemplari anche nella ben più laica Germania.
Il vescovo di Ausburg Walter Mixa, ad esempio, si è recentemente scagliato contro la crescente mancanza di fede dei suoi connazionali, affermando che “nel secolo scorso i regimi senza Dio del nazismo e del comunismo (..) hanno dimostrato in maniera tremenda l’inumanità dell’ateismo messo in pratica” e aggiungendo, con una citazione di Dostoevskij, che “se Dio non esiste, tutto è permesso”.
Affermazioni che non potevano che scatenare una ridda di polemiche in un paese in cui solo il 22% della popolazione non dubita dell’esistenza di Dio, e il cui passato totalitario non ha mai cessato di essere una ferita aperta. Lo stesso Der Spiegel si è dedicato con una certa efficacia a smontare le tesi di Mixa, il quale non è peraltro nuovo a questo genere di esternazioni.
Continua a leggere: Walter Mixa: un vescovo ultra-radicale che potrebbe piacere in Italia
La Camera dei Deputati inizierà a discutere della riforma della legge elettorale per le Europee, con l’introduzione della soglia di sbarramento al 4%, martedì prossimo e già per il giorno seguente è previsto il voto e l’approvazione. L’accordo raggiunto tra i due PD, quella con la L in fondo e quello senza, dovrebbe infatti consentire alle modifiche contrattate di andare in porto senza colpo ferire.
Abbiamo ritenuto di allineare il nostro Paese al sistema di voto degli altri Paesi europei dove esiste uno sbarramento per chi non supera questa cifra: il testo non corrisponde né a quello della maggioranza né a quello proposto dagli altri partiti. L’intesa è stata raggiunta su un aspetto specifico. Il presidente dei deputati del Pd Antonello Soro spiega così l’accordo raggiunto, senza poter evidentemente affermare che l’obiettivo di cancellare la rappresentanza istituzionale della rissosa sinistra italiana deve essere perseguito anche a livello europeo.
Nel 2004 - ricorda Il Messaggero - a superare lo sbarramento che ci si appresta ad introdurre anche in Italia furono l’Ulivo, con il 31,1%, seguito da Forza Italia (21,1%) e An (11,5%). I consensi dell’Udc furono il 5,9% di quelli totali, Rifondazione comunista prese il 6,1% dei voti e la Lega Nord il 4%.
Continua a leggere: Elezioni europee: la soglia del 4% è un rischio per la democrazia?
In Europa non c’è solo l’avanzata dell’estrema destra che ci ha raccontato Luca Landoni per l’Austria. Come avevamo previsto infatti la settimana scorsa, le elezioni nello stato tedesco della Baviera si sono rivelate un disastro per la CSU, partito regionalista gemello della CDU del cancelliere Merkel e sorta di “Lega Nord” d’oltre-brennero. Il partito ha subito un tracollo epocale, passando dal 60% delle precedenti elezioni al 43.
Le ragioni le avevamo già illustrate: la mancanza di una leadership convincente e le continue gaffes dei principali dirigenti del partito, tanto più gratuite in un contesto di grande sviluppo economico come quello della Baviera di oggi. Del crollo della CSU non beneficiano tuttavia i socialdemocratici della SPD, ormai in crisi a livello nazionale, stabili al 19%: in questo senso il voto bavarese potrebbe anche essere interpretato come una punizione per i partiti membri della “grosse-koalition” a livello federale, fenomeno elettorale molto comune e che abbiamo visto all’opera proprio questo stesso weekend in Austria.
Chi esce vincitore da queste elezioni sono invece i liberali della FDP, passati dal 2 all’8%, percentuale che permette loro di tornare in parlamento per la prima volta dal 1982. Per noi italiani si tratta di un partito difficile da immaginare, tanto le sue idee sono scarsamente rappresentate in Italia: liberista ma anche autenticamente liberale sui diritti civili, tanto da avere un leader omosessuale, lo si potrebbe paragonare ad un’enorme ed immaginaria “Lista Capezzone”.

Squillino le trombe e rullino i tamburi: Francesco Rutelli sembra aver trovato qualcosa di meglio da fare che proporre improbabili braccialetti elettronici antistupro, o prendere posizione nelle sempreverdi faide interne al PD. Su “Repubblica” di qualche giorno fa, infatti, l’ex ministro, ex sindaco di Roma, ex candidato del centro-sinistra torna ad occuparsi di un tema di quelli importanti: il riscaldamento globale e il destino dell’ambientalismo nel nostro paese.
In una lettera dal titolo “Ambientalismo in crisi, il PD innalzi bandiera verde”, l’ex Cicciobello constata infatti, sulla base di dati Eurobarometro che la proporzione di italiani che considera l’ambiente tra i problemi sociali più importanti è in costante calo dagli anni ‘80, passando dal 46% di vent’anni fa allo striminzito 9% del 2007. Un calo, particolarmente pronunciato tra i giovani, che va tutto a favore di altre preoccupazioni come il costo della vita e la criminalità, e segnala un’assoluta controtendenza del nostro paese rispetto al resto d’Europa.
Rutelli si spiega questa tendenza in tre modi, tutti politici: primo, lo scetticismo e l’ironia delle destre, da Bush a Berlusconi, nei confronti dell’effetto serra; secondo, i danni fatti dall’ “ambientalismo dei NO”, minoritario e distruttivo, responsabile tra le altre cose secondo Rutelli del disastro-rifiuti in Campania. Infine, la scarsa attenzione del centrosinistra italiano, che ha lasciato soli i Verdi ad occuparsi del tema.
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Il Pd è dilaniato dalle correnti. Ce lo ha spiegato benissimo Massimo Falcioni nella sua nota politica “Ore 12” qualche giorno fa. Oggi a Roma, ad esempio, si riuniscono gli “EcoDem” di Ermete Realacci.
Quale occasione migliore, allora, per corteggiare i Verdi di Pecoraro Scanio? Veltroni sale sul palco e annuncia: “Presto organizzeremo una convention aperta a tutti i soggetti che si occupano di ambiente e ai Verdi. Pensiamo alla possibilità di coniugare i capisaldi della propria storia con lo sviluppo moderno”.
La tecnica è vecchia: fare fronte comune contro l’avversario. E così, il leader del Pd, demonizza il governo accusandolo di “scarsa sensibilità sui problemi dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile”. Di più: “A parte il ministro per l’Ambiente, - attacca il segretario dei democratici - nessun esponente del governo ha alcuna sensibilità ambientale, a partire dal presidente del Consiglio che non sa di cosa stiamo parlando”.
La caccia è aperta. Ma una domanda viene spontanea: che senso ha andare in cerca di alleati se poi, al proprio interno, il Partito Democratico si frammenta sempre più giorno dopo giorno?
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