All’istituto francese di Firenze, ieri, è stato organizzato un incontro pubblico con Olivier Roy. Orientalista e politologo, il signor Roy a ridosso dell’evento (in collaborazione con Francesca Ristori) ha fatto un punto per polisblog.it su quanto sta accadendo in una parte del mondo.
Con lui, dopo quanto successo a Milano in Via Padova, abbiamo ragionato anche sui quartieri a rischio che i mass media italiani hanno paragonato alla banlieue parigine.
Lei si è occupato molto di Medio Oriente. Nei giorni scorsi si sono tenute in Iraq le elezioni sulle quali le opinioni divergono. Secondo lei ha ragione Barack Obama quando sostiene che questo appuntamento elettorale rappresenta per gli iracheni “una pietra miliare nella loro storia”?
Si, al contrario di ciò che accade in Afghanistan, gli elettori continuano a votare in massa in Iraq e le elezione rimangono più o meno oneste. Siamo dunque entrati in una logica democratica, al meno sul medio termine. Ma evidentemente, tutto questo è fragile e rimane possibile solo perchè ci sono truppe americane in Iraq. Il vero test sara dopo la partenza delle truppe U.SA.
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E’ previsto per oggi, 1° marzo 2010, il secondo sciopero degli immigrati italiani. A nulla sono serviti gli scontri registrati quasi due mesi fa a Rosarno. Della civile protesta se ne sono occupati in pochi.
Meno, probabilmente, ne daranno notizia oggi. Eppure in Italia gli episodi di razzismo sono in costante, e preoccupante, aumento. Per capirlo è sufficiente riflettere su due notizie uscite pochi giorni dopo quanto successo a Milano in via Padova (dove ci scappò il morto dopo una lite tra due persone extracomunitarie, in Italia con regolare permesso di soggiorno).
A Lodi, come raccontato da La Stampa, il candidato sindaco Sergio Todi (PdL) ha proposto di rimborsare i cittadini del capoluogo lombardo che denunceranno all’amministrazione locale presunte irregolarità di cittadini immigrati residenti in loco.
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Secondo molti dei lettori di polisblog.it gli scontri registrati in via Padova sono stati causati, anche, dallo strapotere economico che l’amministrazione milanese ha concesso agli imprenditori negli ultimi anni.
Probabilmente non è così. Per capirlo è sufficiente riflettere sull’accusa che ItaliaFutura, l’associazione di Luca Cordero di Montezemolo (che insieme ad altri è il simbolo dell’imprenditoria italiana), ha fatto contro l’ennesima candidatura di Roberto Formigoni.
“Nel comprensibile silenzio dei suoi maggiori protagonisti - si legge sul sito di ItaliaFutura- si consuma in questi giorni l’ennesimo, intollerabile, caso di collusione elettorale tra i due schieramenti principali, in spregio alla legge e al rispetto degli elettori”.

L’ingerenza cattolica nella vita politica italiana è un dato di fatto. Se tale presenza non fosse così conclamata oggi, insieme a parte dei collaboratori di Guido Bertolaso, non si disquisirebbe del tal prelato che ha aiutato il tal politico per nascondere l’imbroglio.
La chiesa c’è. Per fortuna, in alcuni casi. Sopperendo le lacune del Partito Democratico lombardo, talmente poco illuminato da candidare ancora Filippo Penati malgrado la recente sconfitta alle elezioni provinciali, il Cardinal Tettamanzi ha deciso di esporsi sottolineando le lacune dell’amministrazione locale.
“Abbiamo ascoltato - si legge sul sito della diocesi - in questi giorni interventi istituzionali limpidi, capaci di richiamare con severità ed equilibrio ai valori che fondano la convivenza, ma anche al consueto e triste gioco politico di parte, nel quale i problemi reali vengono puntualmente sacrificati sull’altare della ricerca del consenso elettorale”.

Davanti a tutto ciò che è nazional-popolare scompare tutto. Ieri sera, ad esempio, quell’Alessio Vinci (spesso criticato) ha trasmesso (all’insaputa di molti) in diretta da via Padova testimoniando come in Italia non esistano solo pollai. Ad avercene di giornalisti che preferiscono la strada agli studi televisivi.
Di persone che non ragionano solo su problemi astratti come sta facendo, da perfetta aspirante politica, Renata Polverini pronta a salvare la Lazio. Non gli stadi. Non le persone che lavorano, in difficoltà, per contenere il tifo violento.
La Lazio. Una squadra di calcio gestita da privati. Non dall’amministrazione pubblica di cui potrebbe far parte l’esponente sindacale che per un solo voto in più è pronta a nascondere i problemi veri connessi al calcio.
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Oggi vogliamo parlarvi di strategia politica, entrando nello specifico delle ultime manovre leghiste per capire come il Carroccio stia preparando le prossime Amministrative. La Lega, si sa, è un partito che ha nel suo dna le sparate e lo scontro politico. È un retaggio che parte da lontano, quando negli anni 80 la creatura di Umberto Bossi, improvvidamente definita “razzista” era sistematica ghettizzata dai media asserviti al sistema di potere dominante. Ivi inclusa l’opposizione comunista.
In quei tempi l’unico modo per guadagnare un po’ di visibilità era andare sopra le righe, cosa che comunque al Carroccio è sempre riuscita benissimo. E oggi, vent’anni dopo, le cose non sono cambiate di molto, ma la Lega di “lotta e di governo” ha studiato un sistema più sottile ed efficace per convogliare un consenso in perenne aumento da anni.
Il meccanismo funziona a piramide rovesciata. Ai vertici ci sono Bossi e Maroni, che smorzano sistematicamente i toni e rappresentano (soprattutto il Ministro degli interni) il lato ragionevole e conciliante del partito, sempre senza trascurare una certa fermezza di base. In mezzo ci sono Castelli, Cota, Bricolo e Zaia con licenza di “uccidere”, ma sempre mantenendo un certo aplomb. La base “popolare” è invece assunta con grande efficacia da Borghezio e Salvini, che sparano ad alzo zero incuranti delle successive (e calcolate) smentite delle “alte sfere”.

In una giornata abbastanza povera di spunti politici (se la Binetti che lascia il Pd prende tutti i titoli, immaginatevi un po’ la situazione) torniamo per un momento sulla Rivolta di via Padova tentando di capire come si sia arrivati a tanto. La zona è da molti anni crocevia dell’immigrazione clandestina a Milano e non dico che gli italiani vi siano in minoranza ma poco ci manca.
Le colpe sono evidenti, e appartengono a chi ha voluto l’immigrazione selvaggia e deregolamentata. Ovvero a chi rifiuta di accettare il principio secondo il quale non puoi accettare che migliaia di stranieri si insedino nello stesso luogo nelo stesso momento, in nome di una malintesa libertà di movimento.
Permettere che il loro numero sovrasti quello dei vecchi residenti nel giro di pochissimo tempo significa distruggere la personalità e le tradizioni di un’intera comunità e quindi anche della città che la ospita. Potremmo chiamarlo effetto Chinatown, e infatti si vede come la Giunta da anni si prodighi per rendere la vità impossibile al commercio cinese in zona nella disperata speranza di restituirla ai milanesi. Ma è troppo tardi.
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