Roberto Maroni: ciliegina col bruco. Voto 4- Il ministro degli Interni lancia l’idea per contrastare la violenza nei cortei: “Manifesti solo chi dà garanzie in denaro”. Il ministro che fa la parte del leghista per bene getta la maschera. In piazza solo Berlusconi con Lavitola e cricche varie? Il Trota acconsente.
Margherita Boniver: mela bacata. Voto 4- L’ex pasionaria craxiana, oggi deputata PdL e presidente del Comitato Schengen lancia l’idea per il dl sviluppo: “Se il governo non ha risorse finanziarie stampi denaro. Battere conio era una delle prerogative di uno Stato che si rispetti”. Caduta dal seggiolone?
In effetti certe questioni sono meno complesse di quel che appaiono o di come vengono presentate. Siccome si ripeteranno presto, torniamo sui fattacci di martedì scorso a Roma, fino alla scarcerazione dei fermati.
Primo. La magistratura non può essere valutata a seconda delle convenienze politiche: buona e democratica se tocca Berlusconi, cattiva e fascista se mette dentro i giovani facinorosi che incendiano una città. Insomma: le sentenze vanno rispettate, sempre. Il garantismo astratto è dannoso: chi viola il codice penale deve andare in galera.
Secondo. Il diritto a protestare e a manifestare non si tocca, sancito anche dalla Costituzione.
Terzo. La violenza non è mai ammessa, per nessun motivo, va rifiutata e perseguita con il massimo rigore.
Quarto. Chi organizza un corteo deve essere in grado di garantirne uno svolgimento pacifico, con servizio d’ordine capace di non ammettere interferenze di infiltrati e violenti. Alle forze dell’ordine spetta garantire l’ordine pubblico.
Quinto. La polizia italiana non è la Gestapo di Hitler o la Gpw di Stalin, ma un corpo democratico dello Stato democratico. Se ci sono atti fuori da regole e leggi costituite, i responsabili vanno identificati e puniti, a tutti i livelli.
Sesto. La non politica del movimento. Questi e altri movimenti insistono nel definirsi “non politici” per non farsi strumentalizzare. Uno sciopero, una manifestazione, un corteo sono sempre atti politici con conseguenze politiche. Prendersi le proprie responsabilità ed essere capaci di “sporcarsi” le mani con la politica e cercare alleanze sociali.
Conclusione. Il limite di fondo sta nella politica, (governo in primis) - strumentalizza i fatti - latitante nel non affrontare e risolvere i problemi che portano alle preteste e incapace di essere presente nella lotta. In qualsiasi lotta, non solo quella degli studenti.

Due tragedie analoghe si sono consumate venerdì scorso, rispettivamente a Massarosa (Lucca), dove Paolo Iacconi, 51 anni, prima di suicidarsi, ha ucciso a colpi di pistola due dirigenti dell’azienda Gifas Electric, per la quale aveva lavorato come rappresentate e da cui, mesi addietro, era stato licenziato, e a Roma, dove Flavio Pennetti, assicuratore romano di 30 anni, avrebbe ucciso con una mazza da baseball Massimo Carpifave, 60 anni, titolare dell’agenzia Assirisk.
Nel corso della confessione resa alla polizia, Pennetti avrebbe dichiarato, riferendosi alla sua vittima: “Era un dittatore. Mi ha insultato in tutti i modi, poi quando ha cominciato a parlare della subagenzia ho accumulato uno stress nervoso impressionante. E quando sono sceso per far rientrare il parafango con la mazza non ce l’ho fatta più e l’ho ucciso”.
Da quanto si è potuto leggere e sentire, in entrambi i casi la violenza è nata da una condizione di estrema disperazione e solitudine, nella quale i “carnefici” si sono trovati ad affrontare il dramma di un licenziamento effettivamente verificatosi o soltanto minacciato dai rispettivi datori di lavoro.

In Grecia la violenza e il fuoco mettono a dura prova la democrazia. In Italia la nuova Tangentopoli toglie la maschera alla maggioranza, che però non vuole gettare la spugna.
L’euro si indebolisce e l’intera impalcatura europea mostra la sua fragilità politica.
In un quadro da “tregenda”, Berlusconi e il Governo brillano per l’assenza, sia sul piano internazionale che su quello nazionale.
Il Pdl è dilaniato. Gianfranco Fini procede indisturbato nella sua opera di destabilizzazione del partito del “predellino” e di logoramento del Gran capo. Bossi è “stralunato” e morde il freno. Altri colpi di scena, tutt’altro che esclusi, possono produrre il caos nella maggioranza e il ko dell’Esecutivo.
Lo sfogo “privato” di Berlusconi è emblematico: “Così non si riesce a governare”. A dimostrazione della fragilità politica su cui regge l’impalcatura del potere berlusconiano. Che fare?
Il Cavaliere è tentato di giocare la carta delle elezioni anticipate, e già un team lavora in gran segreto per portare gli italiani alle urne il 13 e 14 marzo 2011.
Ma lo scontro fra falchi e colombe è durissimo: c’è chi pensa che la situazione precipiterà prima e chi comunque pensa che le elezioni, stavolta, siano a forte rischio.
Il Pd, per non sbagliare, non vede e non sente. E tace. Cui prodest?
Arieccoli? No, arieccolo! Il “La Russa” ministro della Repubblica italiana democratica e antifascista non si smentisce.
Il ministro della Difesa fa gli auguri di buone feste nella caserma Vannucci della Folgore, a Livorno, e, con fiero cipiglio, rende omaggio alla X Mas definita “L’indimenticata Decima Mas”, corpo militare che durante la Guerra di liberazione legò il suo nome al terzo Reich e alla repubblica di Salò.
L’ideatore e gran capo di quel corpo militare nefasto era Junio Valerio Borghese, che fu processato l’8 febbraio 1948.
Accusato, tra l’altro, di aver compiuto “continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che si concludevano di solito con la cattura, le sevizie efferate, la deportazione e l’uccisione degli arrestati, e tutto ciò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori”.
Gli episodi di violenza non si contano. Ma il “golpista” Borghese, condannato a una pena mite, si distinse anche successivamente per le sue attività contro la Repubblica.
Ignazio La Russa sa e non si vergogna. Ci vergogniamo noi, anche per lui e per il governo di cui fa parte.
Gianfranco Fini: schiena dritta. Voto + 8. Per il presidente della Camera il voto di fiducia sulla Finanziaria è “deprecabile” e il discorso di Cicchitto è “incendiario”. Sempre più separati in casa.
Antonio Di Pietro: testa alta. Voto + 8. Il leader dell’Idv non si piega ai dictait dei Berluscones fans: “Non mi farò intimidire da questa maggioranza che istiga alla violenza”. Stavolta c’azzezza.
Non c’è bisogno di scomodare “l’estremismo malattia infantile del comunismo” (Lenin, 1920) e neppure l’antico adagio se è “nato prima l’uovo o la gallina” per capire la “lezione” politica del fattaccio di ieri sera a Milano.
Per anni, in Italia, i governi sono stati (quanto meno) tolleranti con le forze reazionarie, sediziose ed eversive di destra. Poi, per altri anni, la ambigua teoria degli “opposti estremismi” ha lasciato di fatto mano libera al terrorismo nero e al terrorismo rosso.
Gli obiettivi erano diversi, ma non i risultati: l’attacco alla democrazia e alle istituzioni, l’alt a una politica di rinnovamento e di riforme.
Ora, non si può non vedere i danni della politica “muscolare”, della delegittimazione dell’avversario, dell’avversario visto come nemico, “anima” costante della seconda Repubblica.
Berlusconi ha gravi responsabilità (anche) in questo. Ma settarismo ed estremismo sono presenti in frange non secondarie dell’opposizione, dentro e fuori il Parlamento.
Si punta alla “spallata” antiberlusconiana, non si costruisce una più ampia unità politica e sociale, rifuggendo dalla realizzazione di una piattaforma con obiettivi intermedi. O per miopia politica o per calcoli di parte. E’ così che un polo è diventata perdente e l’altro oramai dominante (legittimato dal voto popolare).
Il Messico sembra sull’orlo di una guerra civile che vede contrapposte truppe federali e polizia alle milizie dei narcotrafficanti che controllano i traffici, legati soprattutto alla droga, di Ciudad Juarez, città di 1,5 milioni di abitanti sul confine con il Texas.
La situazione sarebbe degenerata a causa della ferocia e della spiccata tendenza all’omicidio dei 100 mila “soldati della droga”: pesantemente armati, avrebbero addirittura sospeso gli scontri tra le due fazioni principali per concentrarsi negli attacchi contro polizia ed esercito.
Nei giorni scorsi altri 8.000 militari sono stati schierati a Ciudad Juarez: la violenza dei narcotrafficanti avrebbe provocato, nel 2008, 7.000 morti in Messico e il governatore del Texas ha chiesto a Barack Obama di schierare le truppe ai confini per evitare che la situazione degeneri anche in territorio americano.
Via | Sole 24 Ore