Mario Monti aveva promesso che i ministri del suo governo avrebbero lavorato a testa bassa e, soprattutto, a bocca chiusa. Sull’impegno, risultati a parte, non si può dubitare. In quanto al tacere, parlano e come! Anzi, come la ministra Elsa Fornero, esternano a briglia sciolta.
Ultimo esempio, la sortita del ministro del Welfare sull’articolo 18. Già i sindacati sono in forte fibrillazione (con proteste e scioperi di ogni tipo) sulla manovra e la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso definisce: “folle” l’intervento sulle pensioni e “supponente” il governo. Quindi, perché tanta urgenza su un punto incandescente come l’art. 18?
I sindacati sbagliano nel chiudersi a riccio, rischiando alla fine di rimanere a difesa di un bidone di benzina vuoto. Ma le priorità “politiche” del governo sembrano orientate a colpire i “soliti noti”, rinviando sine die la svolta sul fisco, sulle liberalizzazioni, sulle riforme capaci davvero di produrre una manovra equa e utile al rilancio dell’economia. Da una parte si fa calare sic et simpliciter la scure del rigore, dall’altra si annuncia eguale rigore, rinviandone però la realizzazione pratica.
Pare la riedizione classica della politica dei “due tempi”, prima i sacrifici poi le riforme. I primi sono già sul piatto, i secondi solo nel menù. In definitiva, quando si parla di metter mano ai privilegi delle caste (non solo quella politica) si rinvia perché le “situazioni sono complesse e serve tempo per gli approfondimenti”. Quando si tratta di sforbiciare sulle pensioni e sui diritti dei lavoratori, l’emergenza non ammette confronti e approfondimenti e le decisioni sono obbligate.
Dice Franco Marini del Pd: “Non so se il governo ha capito che l’articolo 18 non ha alcuna influenza sull’occupazione e l’arrivo di investimenti esteri qui in Italia. Forse quando aprirà il tavolo di confronto con le forze sociali se ne renderà conto. La trovo una discussione assurda. Si parla di questo per non parlare del problema vero: un grande piano per le politiche del lavoro, questo è il problema”.
La crisi c’è e la manovra serve. Ma senza segnali “politici” di discontinuità rispetto ai governi Berlusconi, prima o poi i nodi verranno al pettine. E non basterà l’aplomb per salvarsi.
Il ministro del Welfare Elsa Fornero vuole “tosare” le maxi pensioni con un prelievo del 25%. Mai fatto. Ma si farà?
Nel dubbio non sarebbe male, intanto, conoscere quanti sono e chi sono i beneficiari di pensioni da 200 mila euro e passa. Una bella cifra: facendo il conto della serva, un pensionato così incassa quanto … 230 pensionati ex operai. Tant’è.
“Un prelievo del 25% come contributo di solidarietà per le pensioni sopra i 200mila euro”. E’ questa la proposta a titolo “personale” (?!) del ministro del Welfare in audizione alla commissione Lavoro della Camera le ha fatte. E la Fornero precisa: “Io la proposta la faccio, la palla passa a voi, al Parlamento”, aggiungendo: “Non è un contentino”.
Il ministro ha ricordato che la riforma delle pensioni “si è resa necessaria non per accelerare la transizione ma perchè eravamo sull’orlo del baratro. Spero che chiuderemo presto, non per la soddisfazione di tutti, perchè io non credo ci sarà soddisfazione, ma per il futuro di tutti”. Ha poi concluso:”C’è un atteggiamento del governo di disponibilità ad attenuare gli aspetti più severi, inclusa la mancata perequazione delle pensioni”, quindi “un allargamento della platea”.
Il governo continua a parlare di riforma delle pensioni. Ma è una riforma o solo un (duro) taglio per fare cassa?
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«Le comunicazioni di Monti si collocano in assoluta continuità con quanto il governo Berlusconi ha realizzato o avviato a realizzazione»
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Maurizio Sacconi: fuorigioco. Voto 4. Il ministro del Welfare lancia l’allarme: “Articolo 18, rischio attentati”, nuova ondata di terrorismo nello stile che nel 2002 ha ucciso il giuslavorista Marco Biagi. Realista o inquinatore e incendiario?
Piero Fassino: fuoricampo. Voto 4. Il sindaco di Torino attacca il “rottamatore” sindaco di Firenze Matteo Renzi che al Big bang liquida il Pd dei burocrati: “E’ solo un figlio di papà, un portaborse miracolato”. E nel merito? Benzina sul fuoco.
Anche nei periodi della “crisi negata” Silvio Berlusconi e il suo governo si erano sempre distinti nel premiare chi stava (molto) meglio a danno dei ceti più deboli. Adesso, a “crisi riconosciuta”, non c’è più argine che tiene di fronte a un attacco a 360° contro salari, pensioni, welfare, diritti.
Insomma, la crisi come scusa o comunque usata per riportare indietro le lancette della storia, come dimostra la patata bollente delle tre feste abolite del 25 aprile, del Primo maggio, del 2 giugno. Ma non è finita.
Il ministro Sacconi l’aveva escluso categoricamente durante la conferenza stampa di presentazione della manovra, ma ora dall’ufficio studi del Senato esce una notizia a dir poco clamorosa: “L’articolo 8 della manovra bis contiene implicitamente la possibilità di derogare le leggi in vigore, statuto dei lavoratori compreso”.
Guido Crosetto, capo della fronda Pdl anti-Tremonti, intervistato da Affaritaliani.it, esulta: “Non è affatto una brutta notizia. È venuto il momento in cui non si può più difendere chiunque abbia un posto di lavoro. Alcuni tabù sindacali vanno abbattuti”.
Come volevasi dimostrare. Attenzione, la corda è tesa, anzi tesissima: rischia di spezzarsi. Non sarebbe la prima volta. Chi rompe paga.
C’è attesa per il discorso che giovedì prossimo Giulio Tremonti terrà alle Commissioni congiunte di Camera e Senato ma sono in pochi a illudersi che le proposte del Governo possano frenare la bufera dei mercati, anche oggi in tilt.
Si parla apertamente di recessione, o meglio, di una nuova recessione internazionale, cui l’Italia, per l’inadeguatezza della sua leadership politica non è in grado di far fronte. In altre parole, ci si aspetta una nuova stangata, la solita toppa peggio del buco.
Due americani su tre vogliono “spesa pubblica e lavoro, non il pareggio di bilancio” e sempre il New York Times scrive che “soltanto un clamoroso errore induce a credere che tagli e austerità porteranno alla crescita”. Si teme cioè che tutti intenti a far calare il febbrone del malato, nessuno pensa a sostenerlo e quindi il termometro scende ma il malato è morto.
In Italia, premier e governo sono in pieno smarrimento, di fatto commissariati dalla Bce e dintorni. Berlusconi è il padre del fallimento, dimostrando di aver toppato anche di fronte alla crisi. Ma va con sé che il problema non è più “solo” Berlusconi: alla crisi di credibilità politica del premier e del suo governo si aggiunge il caos economico mondiale, cui qualsiasi governo deve comunque far fronte. Adesso i mercati hanno risposto picche anche all’anticipo della manovra. Che evidentemente così non serve e non basta, servono nuovi contenuti per la ripresa. Tremonti, invece, giovedì tornerà a spremere il solito limone: pensioni e welfare. Di fatto si comprimeranno ancor di più i consumi e l’economia scenderà ancora.
Torniamo al cane che si morde la coda. Quindi il nodo è politico. Berlusconi e il suo governo non sono in grado di sbloccare l’empasse e rompere la tenaglia della crisi. Le opposizioni, divise, giocano ancora di rimessa. Al Paese serve un nuovo Governo. E serve una nuova classe politica.
Anche in Italia è l’ora che la piazza si faccia sentire. Ma non con i sit in o sotto bandiere logore e portatrici di vecchi e nuovi fallimenti. Non ci vorrà molto perché una scintilla accenda un bel falò.
Per rispondere alla speculazione internazionale e ai mercati non c’è altra strada se non quella di approvare subito la manovra. Ma le opposizioni si illudono se pensano che dopo l’ok alla manovra, il governo si dimette e si forma un nuovo esecutivo di emergenza con un nuovo premier o si va subito al voto anticipato.
Le opposizioni devono dialogare con il Paese reale e ribadire le responsabilità di Berlusconi e del governo rispetto a un Paese così mal ridotto. Non solo. Il senso di responsabilità delle opposizioni non può portarle ad approvare una manovra come quella di Tremonti, iniqua e inutile: colpisce i più deboli e non rilancia l’economia. La manovra va modificata, nel profondo. Non si può accettare nessun dictat.
La Cgil fa sapere che non ci sta. La segretaria confederale Vera Lamonica mette il dito sulla legge delega: “sarà un altro strumento per fare cassa. Basti pensare alle indiscrezioni per quel che riguarda l’assistenza. La delega prende di mira quell’insieme di diritti soggettivi quali il sostegno ai disabili, l’indennità di accompagnamento, le pensioni di riversibilità, cioè i vari meccanismi nei quali si declina l’assistenza nazionale. Ovvero, gli ultimi pezzi di welfare rimasti a livello nazionale. Un’operazione fortemente ideologica che colpisce la qualità dei servizi ai cittadini e mira a rendere lo Stato più piccolo, residuale, rispetto ai diritti dei più deboli”.
Insomma, il momento pesante chiama tutti al massimo di responsabilità. Ma il rischio è sempre lo stesso: che i responsabili del caos ne escano più forti di prima e tutti gli altri vengono messi fra l’incudine e il martello.
Non viene solo da questo governo l’erosione del welfare, ma è indubbio che la scure abbattutasi negli ultimi due-tre anni non ha precedenti.
I dati parlano chiaro e dimostrano che la legge di stabilità ha prosciugato gli stanziamenti per il sociale: due miliardi di euro in meno rispetto al 2008 e un miliardo in meno rispetto al 2010. In un anno i fondi del welfare hanno subito tagli del 63,4%!
Per questo, la “Rivista delle politiche sociali” ha lanciato il “Manifesto per un welfare del XXI secolo”, per una fotografia sugli ultimi tre anni e per ripensare l’intervento pubblico sul welfare del futuro.
Le cifre sono allarmanti. Il bilancio complessivo dei fondi statali a carattere sociale vede infatti gli stanziamenti - come detto - scendere del 63,4 per cento rispetto al 2010, superando appena la soglia dei 500 milioni di euro complessivi. Per le stesse voci, nel 2010 si sfiorava la cifra del miliardo e mezzo (1.472 milioni) e appena tre anni fa, nel 2008, la dotazione dei fondi a carattere sociale superava i due miliardi e mezzo (2.526,7 milioni). In tre anni, insomma, le risorse si sono ridotte del 79 per cento).
Le previsioni per il 2012 e il 2013 prevedono un’ulteriore giro di vite, con il totale dei fondi sociali che sarà ridotto, nelle previsioni, di un’altra metà, fino a toccare appena quota 271 milioni. Nello specifico, si parla di 340 milioni per il 2012 (-36,8 per cento rispetto a quest’anno) e 217,1 milioni per il 2013 (altro -20,3 per cento rispetto al 2012).
Commenta la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso: “ Abbiamo un governo per cui il welfare è caritatevole, penso alla social card ma anche a Lampedusa. Bisogna poi riaffermare che il welfare è un welfare di cittadinanza e non un welfare familiare. In questo c’è la chiave culturale per spiegare il perché in Italia non ci sia un servizio all’infanzia”. La sostanza è una sola: pensare il welfare come crescita e non come costo. Chissà che ne dice Giulio Tremonti?

I giornali citano spesso il quoziente familiare, presentandolo a volte come merce di scambio tra partiti, altre come una sorta di panacea di tutti i mali. D’altronde nel paese più cattolico d’Europa è raro trovare un politico, a destra come a sinistra, che non ami riempirsi la bocca con la parola “famiglia”.
Più difficile trovare pezzi che spieghino che cos’è il quoziente familiare, ne analizzino pro e contro e guardino all’esperienza di quei paesi che l’hanno già introdotto: proviamo a farlo noi di polisblog, qui e dopo il salto.
Partiamo dalla Francia, che ha nel suo sistema fiscale il quoziente familiare e si ritrova a spendere decine di miliardi di euro per equilibrare i suoi effetti collaterali sul mercato del lavoro e incentivare le donne alla partecipazione al mercato del lavoro.
Siccome lo “impone” l’Europa, allora si deve fare. La Ue ordina all’Italia di mandare le donne in pensione a 65 anni e il Governo, contento, … obbedisce.
Perché alle donne era consentito di andare in pensione prima degli uomini? Perché il nostro welfare non ha mai ritenuto il lavoro di cura meritevole di considerazione.
Su chi pesava e pesa la cura dei bambini, degli anziani, dei disabili, la cura della casa?
La politica anziché adeguare il sistema del welfare con riforme strutturali, ha scelto la solita via all’italiana mettendoci delle pezze: in questo caso l’anticipazione dell’età della pensione come “risarcimento” alle donne.
Le donne italiane, pur partecipando al mercato del lavoro, erano e restano determinanti nel reggere il welfare e l’intero sistema sociale.
Adesso l’Europa, Berlusconi e Tremonti (ma anche gran parte dell’opposizione), dicono basta alla pensione anticipata per le donne in nome dell’uguaglianza di genere.
Dice l’eurodeputata socialista Pia Locatelli: “mostrano di vedere solo l’aspetto pensionistico di uno Stato sociale che, proprio per la sua struttura disattenta al lavoro di cura, fa dell’Italia il fanalino di coda quanto ad uguaglianza tra uomini e donne in tanti ambiti”.
Insomma, l’uguaglianza di genere sì, ma solo a corrente alternata. E il danno sempre per chi tiene in piedi la baracca.