
Come previsto nelle scorse settimane, il contestatissimo Decreto Romani è arrivato al Consiglio dei Ministri, che l’ha approvato togliendo la parte più criticata, ovvero la parte che equiparava il web alle televisioni. Una nota del Ministero dello sviluppo infatti dichiara che la nuova versione del testo escluderebbe blog, giornali online, siti Internet e motori di ricerca.
Sembrerebbe dunque che la rivolta del mondo del web abbia convinto l’esecutivo a fare più di un passo indietro, davanti a quello che si preannunciava come uno scontro frontale senza esclusione di colpi, una legge che avrebbe messo un vero e proprio bavaglio al materiale video in Internet, soprattutto (pensiamo noi soliti maliziosi…) a vantaggio di Mediaset, pronta a sbarcare sul web con un progetto in stile Hulu.
Ma c’è un però, che riguarda le sorti di You Tube, che rischia di essere inclusa nella disciplina del decreto.
Immagine|Flickr

Tra gli effetti collaterali dell’affermazione della grande rete internet, uno riguarda in modo particolare le istituzioni, ed è la cosiddetta e-democracy. Trattasi della formula coniata per indicare le possibilità di partecipazione (al limite della democrazia diretta) offerte dalle moderne tecnologie informatiche: trasparenza, tempestività, chiarezza nella comunicazione tra istituzioni e sudditi (forse nella definizione ufficiale si parla di cittadini..).
Anche grazie agli input del Brunetta, i siti istituzionali sono stati costretti (nonostante rilevanti sacche di resistenza) a mettere online dati prima segreti, come compensi, presenze, nomi dei dirigenti, recapiti di posta elettronica. Il tutto con casi paradossali in cui puoi cercare per ore per scoprire che nessuno si è ricordato di pubblicare in internet un semplice e banale numero di telefono.
Naturalmente il più delle volte l’e-democracy è stata utilizzata solo per fare spot e passerelle mediatiche, pavoneggiandosi durante una conferenza stampa per poi tornare al solito agire nel segno della riservatezza e dell’opacità. Un paio di questi casi sono segnalati oggi da Flavia Amabile sulla Stampa: la Camera dei Deputati ha creato un suo canale You Tube, ma in un mese ci ha messo 2 soli video tagliati e montati come degli spot (censurando le gaffe della conferenza stampa di presentazione) e con i commenti disattivati…
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Birmania: dittatura uno. Voto – 10. 100 artisti italiani firmano l’appello per liberare il Benigni birmano U. Thura, poeta, drammaturgo, regista condannato a 59 anni di carcere in Myanmar per aver organizzato intellettuali impegnati negli aiuti delle vittime del ciclone Nargis. No comment.
Cina: dittatura due. Voto – 10. Nessun “artista” italiano “vede” quel che succede in Cina, dove il governo ha di nuovo oscurato You Tube senza spiegazione alcuna. “Non abbiamo paura di Internet”, ribadisce Pechino. Però cerca di soffocarlo minacciando gli utenti e staccando la spina.
Nel filmato che vedete sopra il Ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini presenta il nuovo canale aperto su Youtube per un confronto aperto sui temi della scuola. L’iniziativa è totalmente innovativa, qualunque idea si abbia della Riforma Gelmini stessa, e ha aperto un acceso dibattito sul canale stesso con 58.000 visualizzazioni e più di mille commenti nelle prime ore.
Dopo il salto potete leggere il testo integrale della presentazione: