
Il colpo di stato in Honduras, iniziato lo scorso 28 giugno, sembra volgere al termine. Il dialogo tra l’italo golpista Micheletti e il presidente legittimo Manuel Zelaya sembra stia portando ad un accordo. Questo l’annuncio del presidente golpista, rappresentante di interessi di oligarchie potenti e protagonista in questi mesi di una feroce repressione:
Il mio governo ha deciso di appoggiare una proposta che lascia al Congresso Nazionale, con previo assenso della Corte suprema di Giustizia, la decisione o meno sul ritorno a governare di chi lo ha fatto sino al 28 giugno. Esorto il signor Zelaya ad accettare l’accordo, basta scuse, basta retorica, basta giochi politici: il popolo honduregno reclama un accordo.
Già, peccato che questa pomposa affermazione arrivi da parte di chi, dopo aver preso illegittimamente il potere e represso la protesta, si trova in questo momento completamente isolato; a dare un colpo decisivo alla questione potrebbe esser stata anche la visita in settimana di una delegazione statunitense, che ben sappiamo, soprattutto nella componente repubblicana, aver sempre appoggiato questi orrori antidemocratici.
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Dichiarazioni, comunicati e smentite. Dopo la lunga giornata di ieri, l’Honduras si risveglia in stato semi confusionale. I cittadini sono ancora brilli dai festeggiamenti per la qualificazione a tempo scaduto della loro nazionale al mondiale di calcio, dopo 27 anni di assenza, e ancora una volta il calcio (come in Italia) pare rimasto l’unico trait d’union.
Ieri pareva infatti si fosse arrivati alla soluzione non bellica per un ritorno di Zelaya al suo posto legittimo, la presidenza, e la rinuncia del golpista Micheletti in cambio di elezioni a novembre; un accordo dunque molto vantaggioso per l’italo dittatore, che permetteva però a Zelaya di uscire dall’assedio (dal 21 settembre è rinchiuso nell’ambasciata brasiliana) e di poter mettere fine a omicidi e torture firmate dai militari.
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Il mondo sta a a guardare, e in Honduras la situazione arriva al collasso, assumendo tutti i connotati di una vera e propria dittatura. Il governo golpista ha “sospeso” la costituzione per 45 giorni, prevedendo la possibilità di chiudere anche i media perchè, sostiene Micheletti, “stanno diffondendo odio e violenza contro lo Stato”. (Vi ricorda qualcuno?)
Sta di fatto che Micheletti e l’esercito alcuni media li hanno già oscurati, e stanno concentrando tutti i poteri nelle loro mani. Zelaya è rinchiuso dentro l’ambasciata brasiliana, anch’essa messa sotto attacco dai golpisti; il governo de facto ha posto “un ultimatum” di 10 giorni al Brasile per spiegare la presenza di Zelaya nella loro ambasciata, ultimatum gentilmente rimandato al mittente da Lula, uno dei pochi ad essersi mosso concretamente per il presidente legittimo dell’Honduras.
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Dopo il rientro di Zelaya, che vi avevamo descritto ieri (di sopra il video da Al Jazeera), la situazione in Honduras come prevedibile sta collassando ed è sull’orlo di esplodere una vera e propria guerra civile.
Difatti la reazione del governo golpista non si è fatta attendere: coprifuoco, blocco di media e cellulari, lacrimogeni e spari fuori dall’ambasciata brasiliana dove è rinchiuso il presidente legittimo, per allontanare le centinaia di persone che rispondendo all’appello di Zelaya stavano raggiungendo l’ambasciata. E tuttora sono in marcia.
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Sono ore caldissime in Honduras. Il presidente legittimo Manuel Zelaya è a Tegucigalpa, la capitale del paese, rifugiato nell’ambasciata brasiliana (quindi sostenuto dal governo Lula). Una mossa a sorpresa, da spy story, che scavalca l’immobilismo internazionale - in primis degli Usa - e lascia di stucco i golpisti.
Ma non è finita qui. Nonostante il governo di Micheletti abbia imposto il coprifuoco migliaia di persone stanno scendendo in piazza, accogliendo l’invito di Zelaya. Il presidente attende l’arrivo di José Miguel Insulza, presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani, che da mesi lavora per un ritorno di Zelaya.
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Due giorni dopo il breve ritorno di Zelaya in Honduras (qui sopra nel video di Telesur), e a poche ore dalla liberazione di Rafael Alegria, dirigente del movimento contadino Via Campesina, sequestrato da parte dell’esercito golpista, sono forti gli interrogativi sulle prossime mosse di Zelaya.
I golpisti continuano nella mattanza e militanti pro Zelaya continuano a morire, ed è anche per questo che il presidente ha voluto rischiare rimettendo piede in patria: non può più aspettare. Ciò che lascia sconcertati è la reazione degli Stati Uniti: dopo la condanna del golpe nulla è stata fatto di concreto, se non esprimere perplessità sul gesto di ritorno di Zelaya.
La domanda è: il governo Usa guidato da Obama è veramente contro il colpo di stato? Perchè a parole sembra di si, con i fatti pare proprio di no.
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Secondo quanto riportato dai media locali e latinoamericani, in Honduras centinaia di manifestanti stanno andando verso il confine con il Nicaragua per aspettare il ritorno di Manuel Zelaya attraverso la frontiera (nella foto).
Il paese è bloccato dallo sciopero generale che è iniziato oggi contro il colpo di Stato dell’oligarchia e delle lobby guidate da Micheletti. Il governo de facto ha inviato un contingente militare verso il confine con il Nicaragua, paese dove si trova Zelaya.
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Più passano i giorni e meno chiara sembra la situazione in Honduras. L’attesa prolungata fa il gioco dei golpisti più che lasciare spazio per una mediazione per il rientro di Zelaya, presidente democraticamente eletto. L’attesa infinita permette ai golpisti di guadagnare terreno, di stabilizzarsi, e vede il fronte internazionale perdere unità d’intenti.
Micheletti sostiene di essere pronto a rinunciare alla carica purchè non rientri il legittimo presidente. Nel silenzio intanto il regime manda in giro i suoi squadroni della morte a punire e uccidere ( Róger Bados, un sindacalista e un militante dell’organizzazione Bloque popular è stato assassinato alcuni giorni fa in casa sua), e i media stranieri non ci sono più.
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Dopo giorni di tentate trattative e colloqui più o meno fatui sono tornati in Honduras i momenti dei proclami e delle minacce: il golpista e autoproclamatosi presidente Micheletti ha confermato che Zelaya non potrà fare rientro nel Paese “in nessun caso e che potrebbe al massimo ottenere l’amnistia se si mettesse totalmente a disposizione dei giudici”.
Inoltre Micheletti, dopo aver ribadito che le elezioni presidenziali si terranno il 29 novembre prossimo come programmato o addirittura ancora prima, ha accusato Chavez di essere l’ispiratore delle violenze che nei giorni scorsi hanno scosso il Paese, forse dimentico degli omicidi perpetrati dal nuovo regime in questi giorni nei confronti dei movimenti di protesta.
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Oggi a San José, in Costarica, si incontreranno il governo legittimo honduregno con i golpisti di domenica 28 giugno, che hanno cacciato con la violenza il capo di stato democraticamente eletto. A mediare tra le due posizioni, il presidente del Paese centroamericano nonché premio Nobel per la pace, Óscar Arias.
Zelaya ha dichiarato:
“Approfitterò della riunione con Micheletti per esigere che il governo golpista venga rimosso in 24 ore”.