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Direzione Pd, show di D'Alema fra Willy il coyote e Libro Cuore ...

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Lezioni di Trota di Marco Travaglio In un sistema impazzito, tipo manicomio organizzato, può capitare di tutto. Persino che Renzo Bossi in arte Trota e Rosi Mauro detta la badante diano lezioni di stile agli altri politici. In Regione Lombardia siedono 11 indagati e/o imputati su 80 (l’ultimo è il leghista Gibelli, per aver menato la moglie). E chi è l’unico che si dimette? Renzo Bossi, al momento non è neppure sotto inchiesta. Magari lo sarà, e quel che risulta aver fatto, anzi preso, è più che sufficiente per giustificarne il ritorno a casa. Ma che dire di quel che risulta aver fatto (e preso) Nicole Minetti? E Nicoli Cristiani? E il leghista Boni, difeso a spada tratta anche dal moralizzatore Maroni, quello che vuol fare “pulizia pulizia pulizia” e che, detto fra parentesi, ha una condanna definitiva per aver menato dei poliziotti? E Filippo Penati? Possibile che solo Stefano Boeri nel Pd ammetta che la sua sospensione dal partito (peraltro dopo la sua autosospensione) è ridicola e trasforma persino il Trota in un modello di condotta e la Lega in un partito serio “che ci sta mostrando come ci si comporta”? Invece i Magnifici Undici restano tutti al loro posto, a 12 mila euro al mese. La Rosi resiste avvinta come l’edera alla vicepresidenza del Senato. I giornali riferiscono di una moral suasion nientemeno che del presidente Renato Schifani per farla dimettere per qualche decina di migliaia di euro usati per il diploma e la laurea del suo bello, Pier Moscagiuro. Cioè: la seconda carica dello Stato, noto giglio di campo, avrebbe chiamato la sua vice: “Guarda, cara, tu non puoi più restare. Motivi di opportunità… Capirai, questo il Senato…”. Chissà se Rosi la Nera ha avuto la prontezza di riflessi per ribattere: “Scusa, Schifani, ma tu non sei indagato a Palermo per mafia? E allora con che faccia chiedi a me di dimettermi per un pugno di euro?”. La questione è tutta qui: la faccia. Chi può fare la morale a chi. Nel febbraio 2006 Forza Italia, An, Udc, Ds, Dl e frattaglie varie (mancava solo l’Idv, entrata in Parlamento due mesi dopo), insomma tutti i presenti, votarono alla chetichella l’ultima legge vergogna che raddoppiava i “rimborsi elettorali”, li estendeva alle legislature sciolte in anticipo e ai partiti morti, oltre ad alzare a 50 mila euro la soglia dei contributi anonimi. Gli stessi partiti che oggi dicono di volerla cambiare, dopo aver incassato una fortuna, e senza ridurre di un euro il futuro bottino. Bersani dice che, coi taglietti tremontiani, nel 2013 i partiti incasseranno “solo” 143 milioni, dunque “il finanziamento della politica diverrà inferiore a quello che è in Germania, in Francia o in Spa gna”. Sì, buonanotte: come dimostra Paolo Bracalini nel suo libro, in Spagna i partiti incassano la metà dei nostri; in Inghilterra addirittura un venticinquesimo; in Francia un quarto negli anni senza elezioni e la metà negli anni in cui si vota; in Germania c’è un tetto di 133 milioni annui, che quasi mai viene raggiunto, e per di più chi presenta bilanci opachi perde tutto e fallisce. Ma chi credono di abbindolare, questi signori? Da qualche giorno Polito El Drito tuona sul Pompiere contro quella legge: “C’è da fare subito una cosa: affamare la bestia. Chiudere il rubinetto dei soldi pubblici e vedere chi sopravvive”. Giusto. “Inutile che i partiti si facciano illusioni: hanno ricevuto in questi anni troppi soldi, e li hanno usati troppo male”. Parole sante: ma Polito non era per caso il direttore del fu R i fo r m i s t a , giornale privato finanziato con soldi pubblici perché camuffato da organo di un partito inesistente, il celebre “Le Ragioni del Socialismo”? Ecco: le facce, i pulpiti. “Non candidiamo condannati anche in primo grado”, propone Fli in una legge popolare. “Non più di due mandati parlamentari: così si rinnova la classe politica”, propone Tullio Gregory sul Corr iere. Ma che idee originali: peccato che le avesse già proposte Beppe Grillo nel primo V-Day in tre leggi popolari, poi inguattate da Camera e Senato: era il 2007 e tutti gli diedero del qualunquista fascista giustizialista populista. Bastava copiarlo.

1 mese e 2 settimane fa
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Monti su Spider-man. Quando la politica entra nei fumetti

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sempre x post 9 QUI è più chiaro (sempre se sai l'inglese) che si riferisce alla prima versione del fumetto (non all'orrore digital-grafico attuale). http://dwaynekilbourne.com/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/09/great-power-great-responsibility.jpg

1 mese e 2 settimane fa
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Monti su Spider-man. Quando la politica entra nei fumetti

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9- Se non sapete di cosa parlate perchè cercate comunque contraddire chi ne sa di più sull'argomento? http://www.singleblackmale.org/2010/01/20/with-great-power-comes-great-responsibility/

1 mese e 2 settimane fa
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Orgoglio Leghista, cosa hanno detto Bossi e Maroni

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http://www.tvblog.it/post/34847/maurizio-crozza-ballaro-10-04-2012-video

1 mese e 2 settimane fa
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Renzo Bossi si dimette dal Consiglio Regionale della Lombardia

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Mi sa che ora gli toccherà andare a lavorare…

1 mese e 2 settimane fa
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Bossi? Guai a chi lo tocca. Giuliano Ferrara difende il Senatur

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Azz!!!… Praticamente è il Bacio Della Morte Ferrara ha sempre portato una notoria "grande sfiga" a tutti quelli che ha difeso.

1 mese e 2 settimane fa
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Monti su Spider-man. Quando la politica entra nei fumetti

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7- A grandi poteri corrispondono grandi responsabilità… Ma Spiderman lo hai mai letto?

1 mese e 2 settimane fa
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Di Pietro: "Referendum contro i mariuoli della politica"

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"Il leader dell’Idv ha ragioni da vendere. Ma perché non inizia guardando a casa propria?" (PREMETTENDO DI NON CONDIVIDERE TUTTA LA LINEA POLITICA DI DI PIETRO E IDV) Almeno lui si impegna a dare la parola diretta agli italiani sull'argomento permettendogli di dire un Si o un NO secco sull'argomento (mi sembra chiaro ipotizzare un risultato su tale quesito). Gli altri partiti si limitano a dire che: "si è vero bisogna smetterla è tutto uno schifo, però su queste cose non sono gli italiani o il governo a decidere ma il parlamento" però per ora non muovono un passo, cosa comprensibile perchè sarebbe come pretendere che l'agnello si accoppi e cucini da solo per allietarci il pranzo di Pasqua… Bè almeno Di Pietro un passo lo sta facendo…

1 mese e 2 settimane fa
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Monti su Spider-man. Quando la politica entra nei fumetti

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FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI Uno dei motivi della sfiducia nei partiti e, per contrasto, della fiducia nei tecnici è la politica degli annunci. Per anni abbiamo assistito a promesse mirabolanti e penultimatum stringenti a favore di telecamera. Spesso con smentita incorporata. Sempre seguiti da nulla di fatto. Poi è arrivato Monti con i suoi sobrii tecnici e ha promesso un nuovo stile di comunicazione: poche parole, pochissime promesse, e solo quelle realizzabili. Il 17 novembre il direttore della “Stampa” Mario Calabresi rivelava che i ministri montiani rispondevano picche a ogni richiesta d’intervista. E Francesco Merlo esultava su “Repubblica” perché «il governo del Presidente cala il sipario sull’era del dibattito pulp… di sicuro questi ministri non potranno mai partecipare ai dibattiti televisivi di forte risonanza arcitaliana», perché «i tecnici si chiudono nella gravitas, in un impegno serio che non consente chiacchiere… Solo bollettini sanitari, solo comunicati ». Sì, buonanotte. Poche settimane di rodaggio e anche i sobrii tecnici hanno preso a esternare a tutto spiano con parole in libertà. Martone sugli studenti «sfigati». Clini sul «ritorno al nucleare». La Cancellieri sui «mammoni» del posto fisso, che per il premier è pure «noioso». Gli stop and go della Fornero sull’articolo 18 e le «paccate di miliardi». Le bugie di Monti sulla Torino-Lione che ci porterebbe addirittura «da Milano a Parigi in quattro ore» (forse su un carro bestiame, visto che quel Tav è per le merci e chi vuole arrivare subito da Milano a Parigi prende l’aereo). Le incontinenze oratorie del sottosegretario Polillo, che spunta in ogni talk erigendo monumenti equestri a Berlusconi («Ha salvato la democrazia, lo vedrei bene al Quirinale»). L’intervista- fiume di lady Monti a Signorini sull’autorevole “Chi”. E POI LE PROMESSE AL VENTO. L’8 gennaio, da Fabio Fazio, Monti si sbilanciò sulla tempistica della riforma Rai: «Qualche settimana e vedrete». Ne sono trascorse 13 e non s’è visto nulla: la legge Gasparri non si tocca, Berlusconi non vuole, dunque Monti batte in ritirata. DA TRE MESI LA MINISTRA della Giustizia Paola Severino annuncia l’imminente legge anticorruzione. Il 17 febbraio, ventennale di Mani Pulite, pareva l’occasione buona, ma la Guardasigilli chiese un’ultima proroga: «Datemi ancora 15 giorni». Che sono scaduti il 3 marzo, all’indomani di un altro storico anniversario: il varo del ddl anticorruzione da parte del governo Berlusconi sull’onda degli scandali Bertolaso-Cricca-Scajola. Naturalmente era uno scherzo: infatti per due anni non approdò nemmeno in un’aula parlamentare e oggi chi lo firmò, Alfano, si oppone fieramente all’intenzione della Severino di riesumarlo e riempirlo di contenuti (perché, tra l’altro, era pure vuoto): falso in bilancio, nuovi reati previsti dalla Convenzione di Strasburgo 1999 (corruzione tra privati, autoriciclaggio, traffico di influenze illecite), prescrizione lunga. L’unico interesse del Pdl è abolire la concussione, cioè il processo Ruby. Per questo Cicchitto ha scomodato al telefono Monti al vertice di Seul mentre parlava Obama. Per questo il Pdl ha fatto saltare il vertice con la Severino, rinviando tutto a «incontri tecnici bilaterali», cioè carbonari, per rivedersi magari il 16 aprile. Che ha fatto allora Monti? Ha minacciato le dimissioni perché «forse il Paese non è pronto», come per l’art.18? Ha presentato un ddl intimando alle Camere di votarlo subito così com’è, «prendere o lasciare», come per l’art. 18? No, ha fatto come per la Rai e la Gasparri: niente. Tra prendere e lasciare, ha lasciato. Così i tangentari continuano a prendere. Eppure, diversamente dall’art. 18 che non ci costa un euro, la corruzione e la mancata concorrenza nelle telecomunicazioni si mangiano decine di miliardi l’anno. A questo punto qualcuno potrebbe persino sospettare che Monti faccia solo quel che piace a Berlusconi, o almeno

1 mese e 2 settimane fa
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Direzione Pd, show di D'Alema fra Willy il coyote e Libro Cuore ...

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Uno dei motivi della sfiducia nei partiti e, per contrasto, della fiducia nei tecnici è la politica degli annunci. Per anni abbiamo assistito a promesse mirabolanti e penultimatum stringenti a favore di telecamera. Spesso con smentita incorporata. Sempre seguiti da nulla di fatto. Poi è arrivato Monti con i suoi sobrii tecnici e ha promesso un nuovo stile di comunicazione: poche parole, pochissime promesse, e solo quelle realizzabili. Il 17 novembre il direttore della “Stampa” Mario Calabresi rivelava che i ministri montiani rispondevano picche a ogni richiesta d’intervista. E Francesco Merlo esultava su “Repubblica” perché «il governo del Presidente cala il sipario sull’era del dibattito pulp… di sicuro questi ministri non potranno mai partecipare ai dibattiti televisivi di forte risonanza arcitaliana», perché «i tecnici si chiudono nella gravitas, in un impegno serio che non consente chiacchiere… Solo bollettini sanitari, solo comunicati ». Sì, buonanotte. Poche settimane di rodaggio e anche i sobrii tecnici hanno preso a esternare a tutto spiano con parole in libertà. Martone sugli studenti «sfigati». Clini sul «ritorno al nucleare». La Cancellieri sui «mammoni» del posto fisso, che per il premier è pure «noioso». Gli stop and go della Fornero sull’articolo 18 e le «paccate di miliardi». Le bugie di Monti sulla Torino-Lione che ci porterebbe addirittura «da Milano a Parigi in quattro ore» (forse su un carro bestiame, visto che quel Tav è per le merci e chi vuole arrivare subito da Milano a Parigi prende l’aereo). Le incontinenze oratorie del sottosegretario Polillo, che spunta in ogni talk erigendo monumenti equestri a Berlusconi («Ha salvato la democrazia, lo vedrei bene al Quirinale»). L’intervista- fiume di lady Monti a Signorini sull’autorevole “Chi”. E POI LE PROMESSE AL VENTO. L’8 gennaio, da Fabio Fazio, Monti si sbilanciò sulla tempistica della riforma Rai: «Qualche settimana e vedrete». Ne sono trascorse 13 e non s’è visto nulla: la legge Gasparri non si tocca, Berlusconi non vuole, dunque Monti batte in ritirata. DA TRE MESI LA MINISTRA della Giustizia Paola Severino annuncia l’imminente legge anticorruzione. Il 17 febbraio, ventennale di Mani Pulite, pareva l’occasione buona, ma la Guardasigilli chiese un’ultima proroga: «Datemi ancora 15 giorni». Che sono scaduti il 3 marzo, all’indomani di un altro storico anniversario: il varo del ddl anticorruzione da parte del governo Berlusconi sull’onda degli scandali Bertolaso-Cricca-Scajola. Naturalmente era uno scherzo: infatti per due anni non approdò nemmeno in un’aula parlamentare e oggi chi lo firmò, Alfano, si oppone fieramente all’intenzione della Severino di riesumarlo e riempirlo di contenuti (perché, tra l’altro, era pure vuoto): falso in bilancio, nuovi reati previsti dalla Convenzione di Strasburgo 1999 (corruzione tra privati, autoriciclaggio, traffico di influenze illecite), prescrizione lunga. L’unico interesse del Pdl è abolire la concussione, cioè il processo Ruby. Per questo Cicchitto ha scomodato al telefono Monti al vertice di Seul mentre parlava Obama. Per questo il Pdl ha fatto saltare il vertice con la Severino, rinviando tutto a «incontri tecnici bilaterali», cioè carbonari, per rivedersi magari il 16 aprile. Che ha fatto allora Monti? Ha minacciato le dimissioni perché «forse il Paese non è pronto», come per l’art.18? Ha presentato un ddl intimando alle Camere di votarlo subito così com’è, «prendere o lasciare», come per l’art. 18? No, ha fatto come per la Rai e la Gasparri: niente. Tra prendere e lasciare, ha lasciato. Così i tangentari continuano a prendere. Eppure, diversamente dall’art. 18 che non ci costa un euro, la corruzione e la mancata concorrenza nelle telecomunicazioni si mangiano decine di miliardi l’anno. A questo punto qualcuno potrebbe persino sospettare che Monti faccia solo quel che piace a Berlusconi, o almeno

1 mese e 2 settimane fa
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Bossi, il day after e la magia nera

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15- Ma almeno Greganti (per me sempre di schifo si tratta) raccoglieva soldi neri per finanziare il partito, nel caso Lega attuale usavano soldi pubblici del partito per finanziarsi "opere private"…

1 mese e 2 settimane fa
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Bossi, il day after e la magia nera

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13- Che sia "tutto" una BUFALA mi sembra decisamente impossibile, magari non sarà tutto così realmente grottesco, ma ci arriviamo molto vicino. Più che di parte io sono uno che non parteggia per nessuno, e ha grande fastidio verso tutte le "p0rcate" di qualsiasi parte e colore politico… Anzi nei primi anni '90 trovavo il partito leghista il meno lontano dalle mie idee politico sociali …

1 mese e 2 settimane fa
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Bossi, il day after e la magia nera

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DI MALE IN PEGGIO Nella classifica delle peggiori pagliacciate leghiste a carico nostro, vince ai punti la rinoplastica finanziata coi rimborsi elettorali per Eridanio Sirio Bossi: cioè abbiamo pagato pure il naso nuovo all’ultimogenito del Senatur, che ora va in giro con un naso non più suo, ma parastatale. Medaglia d’oro. L’argento spetta di diritto al diploma e alla laurea comprati dall’ex tesoriere Belsito (cioè dagli ignari contribuenti) per tale Pier Moscagiuro in arte Pier Mosca, 36 anni, poliziotto in aspettativa, distaccato alla vicepresidenza del Senato con regolare contratto come segretario molto particolare della sua attempata fiamma, Rosi Mauro detta “la Nera”, 49 anni, segretaria del presunto sindacato padano Sinpa, numero due di Palazzo Madama, ma soprattutto badante tuttofare del vecchio leader. Il Moscagiuro (che Nadia Dagrada chiama nei verbali “G i u ra m o s c a ”, forse influenzata dalle avventure di Ettore Fieramosca), è anche un eccellente cantante, molto apprezzato nella “batelada”, la tradizionale gita in barca sul lago di Como che il Sinpa organizza a ogni Primo Maggio (quest’anno si spera non più), dove il Pier e la Rosi erano soliti esibirsi in memorabili duetti tipo “La coppia più bella del mondo” degli incolpevoli Adriano Celentano e Claudia Mori. Ma il brano più celebre dell’usignolo padano, versione celtica di Apicella, rimane quello inciso per beneficenza con Enzo Iacchetti: “Ko o ly n o o dy ”, allitterazione di culi nudi, autentico reperto di un’epoca. La medaglia di bronzo, in tutti i sensi, va invece ai papaveri verdi che sfilano a ogni ora del giorno e della notte avanti e indietro da Via Bellerio, tutti intenti a giurare che “ha fatto tutto Belsito”, “Bossi non c’e n t ra ”, “ora facciamo pulizia” e “voltiamo pagina”. È una parola. Il più pensoso è Roberto Castelli del comitato amministrativo, quello che aveva avviato addirittura un’inda gine privata, tipo Sherlock Holmes, perché “Belsito non mi faceva vedere i conti”. Chissà che avrebbe fatto se glieli avesse mostrati: Castelli è lo stesso che nel 2001, divenuto ministro della Giustizia, affidò l’edilizia carceraria a un consulente molto esperto: Giuseppe Magni, sindaco leghista di Calco, in quel di Lecco, dove Castelli è nato e vive, ma soprattutto ex artigiano metalmeccanico (ramo fili da saldatura) ed ex grossista di pesce alla Seamar (“commercio di prodotti ittici vivi, freschi, congelati e surgelati”), nonché – si leggeva nel curriculum– “socio militante della Lega Nord dal 1995 e parlamentare eletto al Parlamento di Chignolo Po” dove i lumbard giocavano alla secessione. Magni scorrazzò per quattro anni su e giù per l’Italia, con auto blu blindata e scorta armata, per il modico stipendio di 100 milioni di lire, raddoppiato a 100 mila euro quando cambiò la moneta. Risultato, secondo il pm della Corte dei Conti: “Attività dall’i n d e fi n i t o c o n t e nu t o ” senza “raggiungere alcuno degli obiettivi menzionati nel decreto di incarico”, presentando “relazioni quasi in codice, con riferimenti per così dire criptici” e allusioni ad “alcuni progetti (quali?)”. Un pataccaro. Per un’a l t ra consulenza inutile, la Corte dei Conti condannò Castelli a risarcire 100 mila euro allo Stato in solido col suo vicecapogabinetto, quell’altro galantuomo di Alfonso Papa. Ora indaga sui soldi della Lega, finiti peraltro in buone mani: il “nu ovo ” tesoriere è Stefano Stefani, noto per la sua oculatezza, avendo messo mano a geniali operazioni finanziarie come il villaggio padano in Croazia (bancarotta), la banca padana Credieuronord (fallimento), il Bingo padano (dissesto), il giornale fantasma Quotidiano d’Italia (14 milioni pubblici). Insomma, una garanzia. Su tutti vigilerà il triumviro Calderoli, che di soldi se ne intende: l’ottimo Fiorani ha raccontato di aver girato 200 mila euro a lui e a Brancher. Ma è tutto calcolato: basterà lasciar fare i “nuovi leader” per un paio di mesi, poi tutti chiederanno il ritorno di quei galantuomini di Bossi e Belsito, a furor di popolo.

1 mese e 2 settimane fa
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DI MALE IN PEGGIO Nella classifica delle peggiori pagliacciate leghiste a carico nostro, vince ai punti la rinoplastica finanziata coi rimborsi elettorali per Eridanio Sirio Bossi: cioè abbiamo pagato pure il naso nuovo all’ultimogenito del Senatur, che ora va in giro con un naso non più suo, ma parastatale. Medaglia d’oro. L’argento spetta di diritto al diploma e alla laurea comprati dall’ex tesoriere Belsito (cioè dagli ignari contribuenti) per tale Pier Moscagiuro in arte Pier Mosca, 36 anni, poliziotto in aspettativa, distaccato alla vicepresidenza del Senato con regolare contratto come segretario molto particolare della sua attempata fiamma, Rosi Mauro detta “la Nera”, 49 anni, segretaria del presunto sindacato padano Sinpa, numero due di Palazzo Madama, ma soprattutto badante tuttofare del vecchio leader. Il Moscagiuro (che Nadia Dagrada chiama nei verbali “G i u ra m o s c a ”, forse influenzata dalle avventure di Ettore Fieramosca), è anche un eccellente cantante, molto apprezzato nella “batelada”, la tradizionale gita in barca sul lago di Como che il Sinpa organizza a ogni Primo Maggio (quest’anno si spera non più), dove il Pier e la Rosi erano soliti esibirsi in memorabili duetti tipo “La coppia più bella del mondo” degli incolpevoli Adriano Celentano e Claudia Mori. Ma il brano più celebre dell’usignolo padano, versione celtica di Apicella, rimane quello inciso per beneficenza con Enzo Iacchetti: “Ko o ly n o o dy ”, allitterazione di culi nudi, autentico reperto di un’epoca. La medaglia di bronzo, in tutti i sensi, va invece ai papaveri verdi che sfilano a ogni ora del giorno e della notte avanti e indietro da Via Bellerio, tutti intenti a giurare che “ha fatto tutto Belsito”, “Bossi non c’e n t ra ”, “ora facciamo pulizia” e “voltiamo pagina”. È una parola. Il più pensoso è Roberto Castelli del comitato amministrativo, quello che aveva avviato addirittura un’inda gine privata, tipo Sherlock Holmes, perché “Belsito non mi faceva vedere i conti”. Chissà che avrebbe fatto se glieli avesse mostrati: Castelli è lo stesso che nel 2001, divenuto ministro della Giustizia, affidò l’edilizia carceraria a un consulente molto esperto: Giuseppe Magni, sindaco leghista di Calco, in quel di Lecco, dove Castelli è nato e vive, ma soprattutto ex artigiano metalmeccanico (ramo fili da saldatura) ed ex grossista di pesce alla Seamar (“commercio di prodotti ittici vivi, freschi, congelati e surgelati”), nonché – si leggeva nel curriculum– “socio militante della Lega Nord dal 1995 e parlamentare eletto al Parlamento di Chignolo Po” dove i lumbard giocavano alla secessione. Magni scorrazzò per quattro anni su e giù per l’Italia, con auto blu blindata e scorta armata, per il modico stipendio di 100 milioni di lire, raddoppiato a 100 mila euro quando cambiò la moneta. Risultato, secondo il pm della Corte dei Conti: “Attività dall’i n d e fi n i t o c o n t e nu t o ” senza “raggiungere alcuno degli obiettivi menzionati nel decreto di incarico”, presentando “relazioni quasi in codice, con riferimenti per così dire criptici” e allusioni ad “alcuni progetti (quali?)”. Un pataccaro. Per un’a l t ra consulenza inutile, la Corte dei Conti condannò Castelli a risarcire 100 mila euro allo Stato in solido col suo vicecapogabinetto, quell’altro galantuomo di Alfonso Papa. Ora indaga sui soldi della Lega, finiti peraltro in buone mani: il “nu ovo ” tesoriere è Stefano Stefani, noto per la sua oculatezza, avendo messo mano a geniali operazioni finanziarie come il villaggio padano in Croazia (bancarotta), la banca padana Credieuronord (fallimento), il Bingo padano (dissesto), il giornale fantasma Quotidiano d’Italia (14 milioni pubblici). Insomma, una garanzia. Su tutti vigilerà il triumviro Calderoli, che di soldi se ne intende: l’ottimo Fiorani ha raccontato di aver girato 200 mila euro a lui e a Brancher. Ma è tutto calcolato: basterà lasciar fare i “nuovi leader” per un paio di mesi, poi tutti chiederanno il ritorno di quei galantuomini di Bossi e Belsito, a furor di popolo.

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Bossi, il day after e la magia nera

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Umberto, sei tutti loro: E ora chi rappresenterà il Nord?”, domanda affranto Dario Di Vico, vicedirettore del Corr iere, a Linea Notte. E Pigi Battista, sempre sul Pompiere, si unisce al cordoglio magnificando “la riconosciuta grandezza di un leader che ha imposto nell’agenda politica nazionale la ‘questione settentr ionale’ e ha interpretato i sentimenti di un popolo che non aveva rappresentanza politica… Non sarà una miserabile vicenda di fondi stornati a cancellare una storia iniziata nelle periferie del sistema”. Nord? Popolo? Questione settentrionale? Ma la Lega, quando le andava bene, rastrellava il 30% dei voti validi in Lombardia e in Veneto, molto meno nel resto della cosiddetta Padania: mai rappresentato più del 10-15% degli elettori nordisti. Il che non cancella il suo ruolo storico nella caduta della Prima Repubblica e nel sostegno a Mani Pulite, quando tutti i vecchi partiti avrebbero volentieri spedito Di Pietro in Aspromonte o in Barbagia. Ma son passati ve n t ’anni. L’ultima volta che Bossi fece qualcosa di utile fu nel ‘94, quando rovesciò B., giocandosi tutto mentre il Cainano si comprava i leghisti a uno a uno (ci volle tutto l’impegno di D’Alema per resuscitarlo con la Bicamerale). Ma son passati 18 anni. Poi la Lega divenne un tragicomico caravanserraglio di pagliacci, parassiti, cialtroni, molti razzisti, qualche ladro, parecchi servi. L’ampolla, il matrimonio celtico, il druido, Odino, il tricolore nel ce.sso, i te.run, i ne.gher, foera di ba.ll, il dito medio, il gesto dell’ombrello, le pernacchie, il ce l’ho duro, i kalashnikov, le camicie i fazzoletti le cravatte verdi, il parlamento padano, la moneta padana, la banca padana, il villaggio vacanze in Croazia, l’amico Fiorani, le zolle di Pontida, l’uscita dall’euro. Si sono inventati tre trovate da avanspettacolo di strapaese – la secessiùn, il federalismooo, la devolusssion – e ci han campato per due decenni alle spalle del cosiddetto “popolo”. Ma, sotto sotto, di quell’armamentario carnevalesco, ridevano anche i leader, ben felici di trovare qualche milione di persone disposto a bersi tutto come l’acqua del dio Po e a rimandarli a Roma ladrona, a occupar poltrone come tutti gli altri. In un raro momento di lucidità, Calderoli, divenuto ministro, confessò al Corr iere: “Su di me non avrei scommesso un soldo”. Ora è nientemeno che triumviro, ma la sua fidanzata Gianna Gancia, che lo conosce bene, fa sapere che “Roberto non va bene, ha il faccione e veste male, va da un sarto quasi cieco”. Senza contare che un giorno, colto da raptus, incenerì col lanciafiamme “375 mila leggi inutili”, fra cui i decreti di annessione del Veneto e del ducato di Mantova al Regno d’Italia. Ora sui giornali è tutto un rincorrersi di versioni assolutorie per il grande capo: han fatto tutto il cerchio magico, la famiglia famelica, la moglie fattucchiera, i figli spendaccioni, la badante Rosi, il tesoriere ladro, all’insaputa del povero infermo. A parte il fatto che Bossi sapeva da mesi, almeno da quando i giornali lo informarono che Belsito aveva portato 7 milioni in Tanzania e questo lo ricattò sui soldi alla Family per salvare la cadrega, chi ha scelto Belsito? Bossi. Chi ha mandato in Regione il Trota a 12 mila euro al mese? Bossi (senza contare i presunti 20 milioni di fondi neri da lui girati all’ex tesoriere Balocchi). Il resto sono lacrime di coccodrillo. Ma la mano leggera e l’occhio umido di molti giornali nasconde una coda di paglia lunga così: per anni han preso sul serio quei gaglioffi e il loro federalismo da baraccone. Anche le parole tenere e commosse degli altri capi-partito celano la coda di paglia di chi sa benissimo che la truffa dei “rimbor si” senza controllo riguarda tutti: oggi è toccato a Bossi, domani potrebbe toccare a loro. Ieri mattina infatti, letti i giornali, il Senatur ha prontamente cambiato parole d’ordine: non più l’“ho sbagliato” della sera prima, ma “è un complotto” dei soliti pm. Se passa il principio che un leader neppure indagato si dimette, si crea un pericoloso precedente. Infatti dal Palazzo si leva un coro unanime: Umbe’, nun ce lassà. (di Marco Travaglio su "Il Fatto" di oggi)

1 mese e 2 settimane fa
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Direzione Pd, show di D'Alema fra Willy il coyote e Libro Cuore ...

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Umberto, sei tutti loro di Marco Travaglio Eora chi rappresenterà il Nord?”, domanda affranto Dario Di Vico, vicedirettore del Corr iere, a Linea Notte. E Pigi Battista, sempre sul Pompiere, si unisce al cordoglio magnificando “la riconosciuta grandezza di un leader che ha imposto nell’agenda politica nazionale la ‘questione settentr ionale’ e ha interpretato i sentimenti di un popolo che non aveva rappresentanza politica… Non sarà una miserabile vicenda di fondi stornati a cancellare una storia iniziata nelle periferie del sistema”. Nord? Popolo? Questione settentrionale? Ma la Lega, quando le andava bene, rastrellava il 30% dei voti validi in Lombardia e in Veneto, molto meno nel resto della cosiddetta Padania: mai rappresentato più del 10-15% degli elettori nordisti. Il che non cancella il suo ruolo storico nella caduta della Prima Repubblica e nel sostegno a Mani Pulite, quando tutti i vecchi partiti avrebbero volentieri spedito Di Pietro in Aspromonte o in Barbagia. Ma son passati ve n t ’anni. L’ultima volta che Bossi fece qualcosa di utile fu nel ‘94, quando rovesciò B., giocandosi tutto mentre il Cainano si comprava i leghisti a uno a uno (ci volle tutto l’impegno di D’Alema per resuscitarlo con la Bicamerale). Ma son passati 18 anni. Poi la Lega divenne un tragicomico caravanserraglio di pagliacci, parassiti, cialtroni, molti razzisti, qualche ladro, parecchi servi. L’ampolla, il matrimonio celtico, il druido, Odino, il tricolore nel ce.sso, i te.run, i ne.gher, foera di ba.ll, il dito medio, il gesto dell’ombrello, le pernacchie, il ce l’ho duro, i kalashnikov, le camicie i fazzoletti le cravatte verdi, il parlamento padano, la moneta padana, la banca padana, il villaggio vacanze in Croazia, l’amico Fiorani, le zolle di Pontida, l’uscita dall’euro. Si sono inventati tre trovate da avanspettacolo di strapaese – la secessiùn, il federalismooo, la devolusssion – e ci han campato per due decenni alle spalle del cosiddetto “popolo”. Ma, sotto sotto, di quell’armamentario carnevalesco, ridevano anche i leader, ben felici di trovare qualche milione di persone disposto a bersi tutto come l’acqua del dio Po e a rimandarli a Roma ladrona, a occupar poltrone come tutti gli altri. In un raro momento di lucidità, Calderoli, divenuto ministro, confessò al Corr iere: “Su di me non avrei scommesso un soldo”. Ora è nientemeno che triumviro, ma la sua fidanzata Gianna Gancia, che lo conosce bene, fa sapere che “Roberto non va bene, ha il faccione e veste male, va da un sarto quasi cieco”. Senza contare che un giorno, colto da raptus, incenerì col lanciafiamme “375 mila leggi inutili”, fra cui i decreti di annessione del Veneto e del ducato di Mantova al Regno d’Italia. Ora sui giornali è tutto un rincorrersi di versioni assolutorie per il grande capo: han fatto tutto il cerchio magico, la famiglia famelica, la moglie fattucchiera, i figli spendaccioni, la badante Rosi, il tesoriere ladro, all’insaputa del povero infermo. A parte il fatto che Bossi sapeva da mesi, almeno da quando i giornali lo informarono che Belsito aveva portato 7 milioni in Tanzania e questo lo ricattò sui soldi alla Family per salvare la cadrega, chi ha scelto Belsito? Bossi. Chi ha mandato in Regione il Trota a 12 mila euro al mese? Bossi (senza contare i presunti 20 milioni di fondi neri da lui girati all’ex tesoriere Balocchi). Il resto sono lacrime di coccodrillo. Ma la mano leggera e l’occhio umido di molti giornali nasconde una coda di paglia lunga così: per anni han preso sul serio quei gaglioffi e il loro federalismo da baraccone. Anche le parole tenere e commosse degli altri capi-partito celano la coda di paglia di chi sa benissimo che la truffa dei “rimbor si” senza controllo riguarda tutti: oggi è toccato a Bossi, domani potrebbe toccare a loro. Ieri mattina infatti, letti i giornali, il Senatur ha prontamente cambiato parole d’ordine: non più l’“ho sbagliato” della sera prima, ma “è un complotto” dei soliti pm. Se passa il principio che un leader neppure indagato si dimette, si crea un pericoloso precedente. Infatti dal Palazzo si leva un coro unanime: Umbe’, nun ce lassà.

1 mese e 2 settimane fa
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Direzione Pd, show di D'Alema fra Willy il coyote e Libro Cuore ...

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Anche questa volta i partiti stanno perdendo l’occasione di fare tesoro del “caso Emiliano”, usato per regolare i conti con un personaggio scomodo anziché per darsi qualche regola e soprattutto una regolata. Così come l’hanno persa – per fermarsi soltanto a Bari – sui casi Tedesco e Frisullo. Non che questi casi siano tutti uguali, anzi. Il primo, quello che ha coinvolto Michele Emiliano, non è né penale né etico. È estetico (dunque politico): non si accetta in dono una vasca piena di cozze, anche se sulle tecniche di restituzione il dibattito è aperto. Gli altri tre scandali sono etici, penali e, anch’essi, politici. Ma tutti e quattro sono uniti da un unico comun denominatore: il conflitto d’interessi. Conflitto reale e concreto per Tedesco (nominato assessore della Sanità da Vendola pur avendo interessi familiari in aziende fornitrici della Sanità pugliese) e per Frisullo (accusato di aver favorito Tarantini in cambio di favori sessuali dalle sue escort: le famose “altre utilità” della corruzione). Conflitto potenziale per Emiliano, che ha nominato assessore la figlia del costruttore Degennaro, ex Margherita e patron di due liste avversarie, una alleata e decisiva per la rielezione dell’ex pm a sindaco, l’altra fiancheggiatrice del suo rivale poi sconfitto; ma al momento non è accusato di aver assunto decisioni che riguardassero, e dunque potessero favorire, gli affari della famiglia Degennaro. Che cosa insegnano, i tre casi? Confermano che il conflitto d’interessi non è un’esclusiva di B., che anzi, avendolo più grosso di tutti, ha finito col coprire e legittimare quelli altrui. Ora il Pd ha deciso che, al massimo, se proprio insiste, Emiliano può terminare la seconda sindacatura, ma deve levarsi dalla testa di candidarsi alle regionali per succedere a Vendola. Ora – a parte il fatto che il Pd s’è dato la regola delle primarie e non si vede chi o che cosa possa impedire a Emiliano di concorrervi – di che sarebbe accusato il sindaco di Bari? Di aver accettato un regalo di Natale? Di aver nominato assessore la figlia di un costruttore già iscritto fin dai tempi della Margherita? È un po’ arduo privare un cittadino del diritto di fare politica solo perché fa l’i m p re n d i t o re . Ed è un po’ ipocrita che il Pd lo sostenga dopo aver portato in politica i Franco Debenedetti, i Massimo Calearo e i Matteo Colaninno. Difficile dimenticare quando Matteo Colaninno era responsabile Industria e Finanza del Pd durante l’affare Cai-Alitalia gestito da un certo Roberto Colaninno, che non era suo omonimo, ma suo padre? E vogliamo parlare di quel che accade a Torino, dove il sindaco Fassino prende il posto di Chiamparino e lo nomina presidente della Compagnia San Paolo, la fondazione che è il primo azionista di Banca Intesa? E ci siamo dimenticati dei flirt fra alcuni dirigenti pd e il banchiere Profumo o il top manager Montezemolo? Delle telefonate dei vari Fassino, Latorre e D’Alema coi furbetti alla Consorte che scalavano illegalmente banche e giornali? Del monumentale conflitto d’interessi familiare che sta dietro a Casini, leader del corteggiatissimo Terzo Polo e suocero del costruttore-banchiere-editore Caltagirone? Dei silenzi del Pd sui quattro ex banchieri (Passera, Ciaccia, Fornero e Gnudi) che presidiano i posti chiave del governo Monti? I conflitti d’interessi esistono anche senza candidare gli imprenditori (vedi Unipol, Montepaschi e coop rosse guardacaso impegnate nel Tav e nel Dal Molin). E si tranciano soltanto con una legge che regoli severamente i rapporti tra affari e politica, stabilendo cosa si può fare e cosa non si può fare con regole di incompatibilità o incandidabilità e, per i trasgressori, con sanzioni commisurate alle tentazioni. Ma quella legge nessuno la vuole fare perché è molto più comodo lucrare sui conflitti d’interessi degli amici e usarli per ricattare i nemici. Ecco: la legge sui conflitti d’interessi non si fa proprio a causa dei conflitti d’interessi. Attendiamo fiduciosi sul tema un monito del capo dello Stato, magari seguito dal consueto ritornello: “Ce lo chiede l’E u ro p a ”.

2 mesi fa
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Ore 12 - Pdl caos, fioriscono le liste civiche e fioccano le espulsioni

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2- Magari fosse vero almeno avrebbe una giusta direzione da seguire, invece nei centri direttivi vige solo la politica del cerchiamo di piacere a tutti senza farci troppe buone idee difficili da far digerire a tutti.

2 mesi fa
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Ore 12 - Pdl caos, fioriscono le liste civiche e fioccano le espulsioni

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Un vero PDL può essere Mafioso Corrotto, ma frondista mai…

2 mesi fa
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La deputata Santolini (Udc): "C’è chi è gay, poi c’è chi è etero, e poi c’è chi è pedofilo"

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Ma sopratutto ci sono i deficenti di cui la Santolini è un ottimo rappresentante, non c'è cura e non si riposano mai…

2 mesi fa