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Vertice di maggioranza: cosa si sono detti Monti, Alfano, Bersani e Casini?

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Interessi di conflitto di Marco Travaglio Anche questa volta i partiti stanno perdendo l’occasione di fare tesoro del “caso Emiliano”, usato per regolare i conti con un personaggio scomodo anziché per darsi qualche regola e soprattutto una regolata. Così come l’hanno persa – per fermarsi soltanto a Bari – sui casi Tedesco e Frisullo. Non che questi casi siano tutti uguali, anzi. Il primo, quello che ha coinvolto Michele Emiliano, non è né penale né etico. È estetico (dunque politico): non si accetta in dono una vasca piena di cozze, anche se sulle tecniche di restituzione il dibattito è aperto. Gli altri tre scandali sono etici, penali e, anch’essi, politici. Ma tutti e quattro sono uniti da un unico comun denominatore: il conflitto d’interessi. Conflitto reale e concreto per Tedesco (nominato assessore della Sanità da Vendola pur avendo interessi familiari in aziende fornitrici della Sanità pugliese) e per Frisullo (accusato di aver favorito Tarantini in cambio di favori sessuali dalle sue escort: le famose “altre utilità” della corruzione). Conflitto potenziale per Emiliano, che ha nominato assessore la figlia del costruttore Degennaro, ex Margherita e patron di due liste avversarie, una alleata e decisiva per la rielezione dell’ex pm a sindaco, l’altra fiancheggiatrice del suo rivale poi sconfitto; ma al momento non è accusato di aver assunto decisioni che riguardassero, e dunque potessero favorire, gli affari della famiglia Degennaro. Che cosa insegnano, i tre casi? Confermano che il conflitto d’interessi non è un’esclusiva di B., che anzi, avendolo più grosso di tutti, ha finito col coprire e legittimare quelli altrui. Ora il Pd ha deciso che, al massimo, se proprio insiste, Emiliano può terminare la seconda sindacatura, ma deve levarsi dalla testa di candidarsi alle regionali per succedere a Vendola. Ora – a parte il fatto che il Pd s’è dato la regola delle primarie e non si vede chi o che cosa possa impedire a Emiliano di concorrervi – di che sarebbe accusato il sindaco di Bari? Di aver accettato un regalo di Natale? Di aver nominato assessore la figlia di un costruttore già iscritto fin dai tempi della Margherita? È un po’ arduo privare un cittadino del diritto di fare politica solo perché fa l’i m p re n d i t o re . Ed è un po’ ipocrita che il Pd lo sostenga dopo aver portato in politica i Franco Debenedetti, i Massimo Calearo e i Matteo Colaninno. Difficile dimenticare quando Matteo Colaninno era responsabile Industria e Finanza del Pd durante l’affare Cai-Alitalia gestito da un certo Roberto Colaninno, che non era suo omonimo, ma suo padre? E vogliamo parlare di quel che accade a Torino, dove il sindaco Fassino prende il posto di Chiamparino e lo nomina presidente della Compagnia San Paolo, la fondazione che è il primo azionista di Banca Intesa? E ci siamo dimenticati dei flirt fra alcuni dirigenti pd e il banchiere Profumo o il top manager Montezemolo? Delle telefonate dei vari Fassino, Latorre e D’Alema coi furbetti alla Consorte che scalavano illegalmente banche e giornali? Del monumentale conflitto d’interessi familiare che sta dietro a Casini, leader del corteggiatissimo Terzo Polo e suocero del costruttore-banchiere-editore Caltagirone? Dei silenzi del Pd sui quattro ex banchieri (Passera, Ciaccia, Fornero e Gnudi) che presidiano i posti chiave del governo Monti? I conflitti d’interessi esistono anche senza candidare gli imprenditori (vedi Unipol, Montepaschi e coop rosse guardacaso impegnate nel Tav e nel Dal Molin). E si tranciano soltanto con una legge che regoli severamente i rapporti tra affari e politica, stabilendo cosa si può fare e cosa non si può fare con regole di incompatibilità o incandidabilità e, per i trasgressori, con sanzioni commisurate alle tentazioni. Ma quella legge nessuno la vuole fare perché è molto più comodo lucrare sui conflitti d’interessi degli amici e usarli per ricattare i nemici. Ecco: la legge sui conflitti d’interessi non si fa proprio a causa dei conflitti d’interessi. Attendiamo fiduciosi sul tema un monito del capo dello Stato, magari seguito dal consueto ritornello: “Ce lo chiede l’E u ro p a ”.

2 mesi fa
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Cgil e Fiom sulle barricate contro Monti. Pd nel "cul de sac"

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7- Per cui saremo competitivi solo uniformandoci hai Cinesi?

2 mesi e 1 settimana fa
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Cgil e Fiom sulle barricate contro Monti. Pd nel "cul de sac"

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PANORAMIX Ma vivi nel mondo di "MONOPOLI"??? Già ora se hai un lavoratore "riprovevole" lo puoi licenziare senza problemi. Non vedo cosa cambia per il bravo imprenditore con la nuova legge, mentre sarà più facile per il bravo lavoratore essere licenziato dal "cattivo" padrone (o superiore)…

2 mesi e 1 settimana fa
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Cgil e Fiom sulle barricate contro Monti. Pd nel "cul de sac"

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Il Finto Tonto e la Democrazia: Ma davvero il presidente della Repubblica ha il potere di intimare alle parti sociali di rinunciare a “qualsiasi interesse o calcolo par ticolare”, cioè di non rappresentare più le categorie che dovrebbero rappresentare, per inchinarsi alla cosiddetta riforma dell’articolo 18 unilateralmente imposta dal governo del prof. Monti e della sig.ra Fornero con l’inedita formula del “prendere o prendere”? Ma dove sta scritto che quella cosiddetta riforma è buona? Ma chi l’ha stabilito che risolverà “i problemi del mondo del lavoro e dei nostri giovani”? Ma chi l’ha detto che “sarebbe grave la mancanza di un accordo con le parti sociali”? Ma, se “sarebbe grave la mancanza di un accordo”, perché il capo dello Stato non dice al governo di ritirare la sua proposta che non trova l’accordo delle parti sociali, anziché dire alle parti sociali di appecoronarsi alla proposta del governo in nome di un accordo purchessia? E che c’entra la commemorazione del prof. Biagi con l’art. 18? Non si era detto che la flessibilità avrebbe moltiplicato i posti di lavoro? Ora che ha sortito l’effetto opposto, anziché ridurla, si vuole aumentarla? E perché mai un lavoratore licenziato senza giusta causa dovrebbe rinunciare ad appellarsi al giudice perché valuti la discriminatorietà del suo licenziamento? E poi: perché mai sarebbe così urgente cambiare l’ar ticolo 18, che riguarda l’1% dei licenziamenti? E che senso ha rispondere, come fa la sig.ra Fornero, che così si tutelano i lavoratori non tutelati? Per tutelare i non tutelati si tolgono le tutele ai tutelati cosicché nessuno sia più tutelato? E siamo sicuri che, in un paese dove è facilissimo uscire dal mondo del lavoro e difficilissimo entrarvi, la soluzione sia rendere ancor più facile uscirne? E chi l’ha stabilito che la trattativa deve chiudersi il 22 marzo, non un giorno di più? E che libera trattativa è quella in cui il capo dello Stato getta la sua spada su uno dei piatti della bilancia, quello del governo, per farlo prevalere sull’altro? E che senso ha la frase della sig.ra Fornero: “Non si può discutere all’infinito, indietro non si tor na”? Infinito in che senso, dopo un solo mese di negoziati? Indietro rispetto a cosa? E il Parlamento? Esiste ancora un Parlamento libero di approvare o bocciare le proposte del governo, o è stato abolito a nostra insaputa? E perché mai il Parlamento ha potuto svuotare a suon di emendamenti il decreto liberalizzazioni, snaturarne un altro con l’emendamento Pini contro i magistrati, mentre l’abolizione dell’art. 18 sarebbe sacra e inviolabile? È per caso un dogma di fede? Siamo proprio sicuri che l’insistenza del governo e del Quirinale sull’art. 18 risponda a motivazioni economiche e non al progetto tutto politico di isolare le voci stonate dal pensiero unico, tipo Fiom, Idv, Sel e movimenti della società civile e di cementare l’inciucio Pdl-Pd-Terzo Polo? Se il governo gode nei sondaggi della fiducia del 60% degli italiani e tutti se ne felicitano, perché ignorare il fatto che lo stesso 60% degli italiani è contro qualunque “rifor ma” dell’art. 18? È proprio ininfluente la maggioranza degl’italiani sulla scelta di un governo che nessuno ha eletto, anzi di cui nessuno, alle ultime elezioni, sospettava la nascita? E perché mai gli unici che devono rinunciare a rivendicare i propri diritti sono i lavoratori e i pensionati, mentre la patrimoniale non si fa perché B. non vuole e le frequenze tv non si vendono all’asta perchè B. non vuole? Il Quirinale smentisce l’indiscrezione apparsa ieri sul Fog l i o , secondo cui Bersani sarebbe “sempre più insofferente per l’interventismo del capo dello Stato” che “lo riprende e lo bacchetta” non appena “tenta di smarcarsi dal governo o dagli alleati” (nel senso di Casini e Alfano) “su Rai e giustizia”, per “r ipor tare all’ovile il Pd” in nome della “stabilità del governo”? Ma, se il Parlamento deve ratificare senza batter ciglio i decreti del governo e i partiti e le parti sociali devono prendere ordini dal Colle e dal governo sottostante, siamo proprio sicuri di vivere ancora in una democrazia parlamentare? E in una democrazia? (di Marco Travaglio su il "fatto")

2 mesi e 1 settimana fa
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Semplificazioni: il governo chiede la fiducia, ma c'è tensione con Pd e Pdl

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Il finto tonto di Marco Travaglio Ma davvero il presidente della Repubblica ha il potere di intimare alle parti sociali di rinunciare a “qualsiasi interesse o calcolo par ticolare”, cioè di non rappresentare più le categorie che dovrebbero rappresentare, per inchinarsi alla cosiddetta riforma dell’articolo 18 unilateralmente imposta dal governo del prof. Monti e della sig.ra Fornero con l’inedita formula del “prendere o prendere”? Ma dove sta scritto che quella cosiddetta riforma è buona? Ma chi l’ha stabilito che risolverà “i problemi del mondo del lavoro e dei nostri giovani”? Ma chi l’ha detto che “sarebbe grave la mancanza di un accordo con le parti sociali”? Ma, se “sarebbe grave la mancanza di un accordo”, perché il capo dello Stato non dice al governo di ritirare la sua proposta che non trova l’accordo delle parti sociali, anziché dire alle parti sociali di appecoronarsi alla proposta del governo in nome di un accordo purchessia? E che c’entra la commemorazione del prof. Biagi con l’art. 18? Non si era detto che la flessibilità avrebbe moltiplicato i posti di lavoro? Ora che ha sortito l’effetto opposto, anziché ridurla, si vuole aumentarla? E perché mai un lavoratore licenziato senza giusta causa dovrebbe rinunciare ad appellarsi al giudice perché valuti la discriminatorietà del suo licenziamento? E poi: perché mai sarebbe così urgente cambiare l’ar ticolo 18, che riguarda l’1% dei licenziamenti? E che senso ha rispondere, come fa la sig.ra Fornero, che così si tutelano i lavoratori non tutelati? Per tutelare i non tutelati si tolgono le tutele ai tutelati cosicché nessuno sia più tutelato? E siamo sicuri che, in un paese dove è facilissimo uscire dal mondo del lavoro e difficilissimo entrarvi, la soluzione sia rendere ancor più facile uscirne? E chi l’ha stabilito che la trattativa deve chiudersi il 22 marzo, non un giorno di più? E che libera trattativa è quella in cui il capo dello Stato getta la sua spada su uno dei piatti della bilancia, quello del governo, per farlo prevalere sull’altro? E che senso ha la frase della sig.ra Fornero: “Non si può discutere all’infinito, indietro non si tor na”? Infinito in che senso, dopo un solo mese di negoziati? Indietro rispetto a cosa? E il Parlamento? Esiste ancora un Parlamento libero di approvare o bocciare le proposte del governo, o è stato abolito a nostra insaputa? E perché mai il Parlamento ha potuto svuotare a suon di emendamenti il decreto liberalizzazioni, snaturarne un altro con l’emendamento Pini contro i magistrati, mentre l’abolizione dell’art. 18 sarebbe sacra e inviolabile? È per caso un dogma di fede? Siamo proprio sicuri che l’insistenza del governo e del Quirinale sull’art. 18 risponda a motivazioni economiche e non al progetto tutto politico di isolare le voci stonate dal pensiero unico, tipo Fiom, Idv, Sel e movimenti della società civile e di cementare l’inciucio Pdl-Pd-Terzo Polo? Se il governo gode nei sondaggi della fiducia del 60% degli italiani e tutti se ne felicitano, perché ignorare il fatto che lo stesso 60% degli italiani è contro qualunque “rifor ma” dell’art. 18? È proprio ininfluente la maggioranza degl’italiani sulla scelta di un governo che nessuno ha eletto, anzi di cui nessuno, alle ultime elezioni, sospettava la nascita? E perché mai gli unici che devono rinunciare a rivendicare i propri diritti sono i lavoratori e i pensionati, mentre la patrimoniale non si fa perché B. non vuole e le frequenze tv non si vendono all’asta perchè B. non vuole? Il Quirinale smentisce l’indiscrezione apparsa ieri sul Fog l i o , secondo cui Bersani sarebbe “sempre più insofferente per l’interventismo del capo dello Stato” che “lo riprende e lo bacchetta” non appena “tenta di smarcarsi dal governo o dagli alleati” (nel senso di Casini e Alfano) “su Rai e giustizia”, per “r ipor tare all’ovile il Pd” in nome della “stabilità del governo”? Ma, se il Parlamento deve ratificare senza batter ciglio i decreti del governo e i partiti e le parti sociali devono prendere ordini dal Colle e dal governo sottostante, siamo proprio sicuri di vivere ancora in una democrazia parlamentare? E in una democrazia?

2 mesi e 1 settimana fa
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Vertice di maggioranza: cosa si sono detti Monti, Alfano, Bersani e Casini?

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I Tre dell’Ave Mario A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’i nu t i l e vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un par touze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’oeil delle “per sonalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’a c c o rd o sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’E u ro p a ”. Da questo vortice di vertici, da questo par touze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore. (di Marco Travaglio su "Il Fatto" di oggi)

2 mesi e 1 settimana fa
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Semplificazioni: il governo chiede la fiducia, ma c'è tensione con Pd e Pdl

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I Tre dell’Ave Mario di Marco Travaglio Afuria di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’i nu t i l e vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un par touze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’oeil delle “per sonalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’a c c o rd o sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’E u ro p a ”. Da questo vortice di vertici, da questo par touze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

2 mesi e 1 settimana fa
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Quanto ci costa la corruzione? L'allarme dell'Ocse

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Il problema vero è il livello degli imprenditori e dirigenti di impresa che ci ritroviamo (a parte rarissime eccezioni) gente interessata solo al mero guadagno immediato, con l'unico imperativo valido nei loro affari ovvero arraffare tutto e subito fregandosene di investire per migliorare nel futuro. Per questo ci ritroviamo in un paese con una classe dirigente di arraffoni affamati. La Volkswagen ha chiuso il 2011 con 160 miliardi di fatturato e 15,8 miliardi di utile. L’amministratore delegato Martin Winterkorn ha incassato 6 milioni di stipendio e 11 milioni di bonus. E a ciascuno dei 90 mila dipendenti è andato un premio di 7.500 euro. La Pirelli ha chiuso il 2011 con un fatturato di 5,6 miliardi di euro (un ventottesimo di quello Volkswagen) e un utile di 440 milioni (un trentaseiesimo di quello della casa automobilistica tedesca). Però il presidente e azionista di controllo della Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha pensato bene che darsi un premio in proporzione poteva apparire umiliante: avrebbe dovuto accontentarsi di 305 mila euro, un trentaseiesimo del premio di Winterkorn. E così si è assegnato un premio di 14 milioni di euro, il 3 per cento dell’utile Pirelli, mentre niente è andato agli operai. Winterkorn ha avuto come premio lo 0,07 per cento dell’utile Volkswagen. Il pesce puzza sempre dalla testa…

2 mesi e 2 settimane fa
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Le pagelle del mercoledì

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Quando un esponente di partito come Alfano comincia a menarcela con i “valori morali”, il “piccolo cuore di una vita che batte in grembo”, la “santità della famiglia”, magari a nome di un padrone che – modestamente – di famiglie ha sfasciate almeno due, è segno infallibile che non ha niente da dire. E non ha nessuna proposta politica o economica seria da fare. Un tempo era il patriottismo, oggi è il moralismo l’ultimo rifugio degli impostori.

2 mesi e 2 settimane fa
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Governo Monti: è finita la luna di miele?

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PACCATE DI MILIARDI La Volkswagen ha chiuso il 2011 con 160 miliardi di fatturato e 15,8 miliardi di utile. L’amministratore delegato Martin Winterkorn ha incassato 6 milioni di stipendio e 11 milioni di bonus. E a ciascuno dei 90 mila dipendenti è andato un premio di 7.500 euro. La Pirelli ha chiuso il 2011 con un fatturato di 5,6 miliardi di euro (un ventottesimo di quello Volkswagen) e un utile di 440 milioni (un trentaseiesimo di quello della casa automobilistica tedesca). Però il presidente e azionista di controllo della Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha pensato bene che darsi un premio in proporzione poteva apparire umiliante: avrebbe dovuto accontentarsi di 305 mila euro, un trentaseiesimo del premio di Winterkorn. E così si è assegnato un premio di 14 milioni di euro, il 3 per cento dell’utile Pirelli, mentre niente è andato agli operai. Winterkorn ha avuto come premio lo 0,07 per cento dell’utile Volkswagen. Domanda: non sarà anche per questo che la Germania va meglio dell’Italia?

2 mesi e 2 settimane fa
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Fornero di cappa e spada: "Senza il sì preventivo dei sindacati non metto paccata di miliardi"...

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Già avrebbe anche ragione (a voler fare come meglio crede) se non fosse che i soldi della ipotetica "Paccata di Miliardi" (ma come cavolo parla) non sono suoi ma "nostri". Dire che si impegna a "cercarli" è molto lontano dal poter dire "di averli già a disposizione e metterli sul piatto" in cambio di qualche cosa (i "soliti" sacrifici a carico dei "soliti" noti) promessa preventivamente.

2 mesi e 2 settimane fa
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Ore 12 - Lega Nord, partito "diverso" o dei ... "mariuoli"?

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2- Dato che raccontava alla 1° moglie quando usciva di casa la mattina che andava a lavorare quale medico (prima della Lega si era inventato una laurea in medicina) in ospedale, quando invece andava a far passare il tempo al bar. Ora probabilmente era già morto da anni (non potendo andare a farsi operare al cuore in Svizzera) e il TROTA probabilmente usciva di casa raccontando alla madre che andava all'università a laurearsi anche lui in medicina (con ancora solo la 3° media in tasca) per andare anche lui allo stesso bar del Padre…

2 mesi e 2 settimane fa
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Ore 12 - Lega Nord, partito "diverso" o dei ... "mariuoli"?

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IL MARIOLO CL E I DERIVATI DEL PIRELLONE Oltre alle grane politiche e giudiziarie, Roberto Formigoni ha anche una bomba finanziaria pronta a esplodere sotto il suo nuovo Pirellone. Quella dei derivati della Regione Lombardia, di cui è presidente. Sono garantiti da obbligazioni che oggi sono molto vicine alla carta straccia: come i bond della Repubblica Greca (per oltre 153 milioni di euro), o quelli della Regione Lazio (per 97 milioni). Tutto ha inizio il 24 ottobre 2002, quando la Regione di Formigoni, per finanziarsi, emette un bond trentennale del valore complessivo di 1 miliardo di dollari. Le banche che fanno l’operazione, Merrill Lynch e Ubs, piazzano il bond ai risparmiatori, promettendo un buon interesse. In cambio, danno subito il miliardo alla Regione, che è tenuta a rimborsarlo alla scadenza, nel 2032. Chi s’indebita in questo modo, deve per legge accantonare negli anni un conto di garanzia (sinking fund). La Regione deve cioè riempire pian piano un salvadanaio in cui sono messi i soldi da rimborsare alla scadenza. Merrill Lynch e Ubs costituiscono il fondo e lo gestiscono con contratti derivati (amortizing currency swap). Ma che cosa ci hanno messo, nel salvadanaio da rompere nel 2032? Prodottini sicuri come i bond della Grecia, appunto, o, fino a qualche anno fa, della Regione Sicilia e perfino delle Ferrovie polacche. Secondo contratto, le banche intascano gli utili e le commissioni, la Regione si accolla i rischi: così se chi ha emesso i titoli non paga, è il Pirellone a dover metterci i soldi. Se la Grecia fallisce, è la Lombardia a pagare. Ora Formigoni sta cercando di trattare con Ubs per disfarsi almeno dei titoli greci (il governo ellenico ha proposto proprio in questi giorni di rimborsare i privati con l’80 per cento in meno del loro valore). Ma come finirà questa storia, iniziata male e continuata peggio? Già nel luglio 2009 la Procura di Milano aveva aperto un’inchiesta sui derivati di Formigoni, scoprendo che Merrill Lynch e Ubs avevano realizzato nel 2002, all’emissione del bond, un profitto illecito di oltre 95 milioni di euro. Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e il gruppo tutela mercati e capitali del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano hanno anche scoperto i consulenti occulti dell’operazione, i fratelli Maurizio e Gianpaolo Pavesi. Banche e Regione hanno sempre negato di averli coinvolti, ma nei computer di una loro collaboratrice sono state trovate due email che invitano a “r i p u l i re ” la posta elettronica ed “e l i m i n a re ” i messaggi che riguardano i derivati lombardi e di tante altre amministrazioni italiane. Non solo: la società Achernar, basata a Dublino e riconducibile ai “Pavesi Brothers”, si è certamente intascata quasi 1 milione di euro, dei 95 illecitamente trattenuti dalle banche. Poi la prescrizione ha fatto cadere l’accusa di truffa aggravata: nel maggio 2010 il pm ha chiesto l’archiviazione e l’inchiesta giudiziaria è morta. Ma resta il comportamento predatorio di banche e consulenti. E resta soprattutto la responsabilità politica di chi ha condotto l’operazione. Formigoni, dal 2002 a oggi, è sempre stato informato di tutto. Non si è però accorto di niente. Si mostra sempre estraneo ai pasticci che succedono in Regione: presidente a sua insaputa.

2 mesi e 2 settimane fa
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Caso Boni, Il Giornale e Libero attaccano la Lega

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I DERIVATI DEL PIRELLONE Oltre alle grane politiche e giudiziarie, Roberto Formigoni ha anche una bomba finanziaria pronta a esplodere sotto il suo nuovo Pirellone. Quella dei derivati della Regione Lombardia, di cui è presidente. Sono garantiti da obbligazioni che oggi sono molto vicine alla carta straccia: come i bond della Repubblica Greca (per oltre 153 milioni di euro), o quelli della Regione Lazio (per 97 milioni). Tutto ha inizio il 24 ottobre 2002, quando la Regione di Formigoni, per finanziarsi, emette un bond trentennale del valore complessivo di 1 miliardo di dollari. Le banche che fanno l’operazione, Merrill Lynch e Ubs, piazzano il bond ai risparmiatori, promettendo un buon interesse. In cambio, danno subito il miliardo alla Regione, che è tenuta a rimborsarlo alla scadenza, nel 2032. Chi s’indebita in questo modo, deve per legge accantonare negli anni un conto di garanzia (sinking fund). La Regione deve cioè riempire pian piano un salvadanaio in cui sono messi i soldi da rimborsare alla scadenza. Merrill Lynch e Ubs costituiscono il fondo e lo gestiscono con contratti derivati (amortizing currency swap). Ma che cosa ci hanno messo, nel salvadanaio da rompere nel 2032? Prodottini sicuri come i bond della Grecia, appunto, o, fino a qualche anno fa, della Regione Sicilia e perfino delle Ferrovie polacche. Secondo contratto, le banche intascano gli utili e le commissioni, la Regione si accolla i rischi: così se chi ha emesso i titoli non paga, è il Pirellone a dover metterci i soldi. Se la Grecia fallisce, è la Lombardia a pagare. Ora Formigoni sta cercando di trattare con Ubs per disfarsi almeno dei titoli greci (il governo ellenico ha proposto proprio in questi giorni di rimborsare i privati con l’80 per cento in meno del loro valore). Ma come finirà questa storia, iniziata male e continuata peggio? Già nel luglio 2009 la Procura di Milano aveva aperto un’inchiesta sui derivati di Formigoni, scoprendo che Merrill Lynch e Ubs avevano realizzato nel 2002, all’emissione del bond, un profitto illecito di oltre 95 milioni di euro. Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e il gruppo tutela mercati e capitali del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano hanno anche scoperto i consulenti occulti dell’operazione, i fratelli Maurizio e Gianpaolo Pavesi. Banche e Regione hanno sempre negato di averli coinvolti, ma nei computer di una loro collaboratrice sono state trovate due email che invitano a “r i p u l i re ” la posta elettronica ed “e l i m i n a re ” i messaggi che riguardano i derivati lombardi e di tante altre amministrazioni italiane. Non solo: la società Achernar, basata a Dublino e riconducibile ai “Pavesi Brothers”, si è certamente intascata quasi 1 milione di euro, dei 95 illecitamente trattenuti dalle banche. Poi la prescrizione ha fatto cadere l’accusa di truffa aggravata: nel maggio 2010 il pm ha chiesto l’archiviazione e l’inchiesta giudiziaria è morta. Ma resta il comportamento predatorio di banche e consulenti. E resta soprattutto la responsabilità politica di chi ha condotto l’operazione. Formigoni, dal 2002 a oggi, è sempre stato informato di tutto. Non si è però accorto di niente. Si mostra sempre estraneo ai pasticci che succedono in Regione: presidente a sua insaputa.

2 mesi e 2 settimane fa
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Monti chiede sintonia, ma il Pdl sfiducia Riccardi

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Per Berlusconi quello di Monti è e deve rimanere un “governo di scopo”. È nato nel fuoco della battaglia finanziaria. Finché si occupa di questo, va tutto bene. E tutto serve a dimostrare l’indimostrabile, cioè che in economia il montismo è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Non appena il premier accenna ad allargare il suo campo d’azione, com’è logico e giusto, nella destra in piena decomposizione risuona l’allarme. Il Cavaliere “di governo” si eclissa, e torna sulla scena il solito Cavaliere “di lotta” che strepita, intima e minaccia. Convinto che per Monti alcuni temi siano “materia indisponibile”. Processi e televisione: gli affari personali dell’uomo di Arcore, da anteporre sempre e comunque agli interessi generali del Paese. Ancora una volta, la pretesa berlusconiana è irricevibile. E Monti farà bene a non riceverla. Il Pdl è un esercito in rotta. Il suo “Conducator” ha perso il tocco magico. E ora sta per perdere le amministrative di primavera: secondo anche i “suoi sondaggi” senza la Lega può cedere alla sinistra tutti i nove grandi comuni del Nord dove si è già votato anche alle regionali del 2010. In queste condizioni, con un partito che non c’è più e che non può giocare la carta delle elezioni anticipate, Berlusconi non ha armi per ingaggiare altre guerre. Può solo sperare di sedersi al tavolo nel 2013, nella Yalta impropria di una Grande Coalizione. La sua pistola fa rumore, ma ormai spara solo a salve.

2 mesi e 2 settimane fa
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Semplificazioni: il governo chiede la fiducia, ma c'è tensione con Pd e Pdl

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Per Berlusconi quello di Monti è e deve rimanere un "governo di scopo". È nato nel fuoco della battaglia finanziaria. Finché si occupa di questo, va tutto bene. E tutto serve a dimostrare l'indimostrabile, cioè che in economia il montismo è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Non appena il premier accenna ad allargare il suo campo d'azione, com'è logico e giusto, nella destra in piena decomposizione risuona l'allarme. Il Cavaliere "di governo" si eclissa, e torna sulla scena il solito Cavaliere "di lotta" che strepita, intima e minaccia. Convinto che per Monti alcuni temi siano "materia indisponibile". Processi e televisione: gli affari personali dell'uomo di Arcore, da anteporre sempre e comunque agli interessi generali del Paese. Ancora una volta, la pretesa berlusconiana è irricevibile. E Monti farà bene a non riceverla. Il Pdl è un esercito in rotta. Il suo "Conducator" ha perso il tocco magico. E ora sta per perdere le amministrative di primavera: secondo anche i "suoi sondaggi" senza la Lega può cedere alla sinistra tutti i nove grandi comuni del Nord dove si è già votato anche alle regionali del 2010. In queste condizioni, con un partito che non c'è più e che non può giocare la carta delle elezioni anticipate, Berlusconi non ha armi per ingaggiare altre guerre. Può solo sperare di sedersi al tavolo nel 2013, nella Yalta impropria di una Grande Coalizione. La sua pistola fa rumore, ma ormai spara solo a salve.

2 mesi e 2 settimane fa
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Semplificazioni: il governo chiede la fiducia, ma c'è tensione con Pd e Pdl

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La legge del più forte Nei giorni scorsi le armoniose intese tra Pd, Pdl e Udc (l’ultima sulla legge elettorale con sbarramento per fare fuori tutti gli altri) ci avevano convinto che il Pun, Partito Unico Nazionale, fosse ormai in fase nascente. Del resto, non era stato questo l’auspicio di Berlusconi che, una volta esaurito l’appoggio al governo Monti, le tre sigle si coalizzassero per spartirsi l’Italia da qui all’eternità (magari con lui assiso al Quirinale)? Non avevamo però calcolato che anche in politica, come in tutte le attività umane, esiste e agisce la legge del più forte. Vale anche per il Pun, dove il più forte non è difficile indovinare chi sia. Osserviamo prima di tutto il Pd, mentre nella giornata di ieri celebrava il punto più alto (o più basso) del suo autolesionismo tafazzista. Tralasciamo per carità di patria le primarie di Palermo finite a schifìo tra denunce e carte bollate. E non parliamo della Val di Susa con le popolazioni prese a ceffoni sul Tav da quello stesso partito per cui in maggioranza hanno votato. E la Fiom? Chissà, forse venerdi a qualche metalmeccanico avrebbe fatto piacere vedere in piazza San Giovanni la rappresentanza di una forza politica che una volta si dichiarava di sinistra. Giammai. L’ordine del partito non ammette repliche: restare tutti a casa. C’è da meravigliarsi allora se, mentre il più debole si svena, il più forte rovescia il tavolo? Perfino Alfano si permette di ruggire intimando a Monti di non impicciarsi di televisioni e giustizia, terreni su cui il berlusconismo non ammette intrusioni. Per esempio, il partito Mediaset ha già deciso che le frequenze non si toccano e che la Rai deve restare sotto la sovranità di Arcore. Bersani ha gridato: posizione inaccettabile. Poi è andato a farsi una birra. Il Fatto Quotidiano, 8 Marzo 2012

2 mesi e 2 settimane fa
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Caso Boni, Il Giornale e Libero attaccano la Lega

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L’ultimo PIRLA spenga la luce Vent’anni fa, quando a Milano esplose Tangentopoli, c’erano i partiti dei ladri e i partiti che combattevano i ladri. Da una parte la mangiatoia trasversale e consociativa Dc-Psi-Pds-Pli-Pri-Psdi, che aveva addirittura un cassiere unico per andare a prendere le mazzette e poi spartirle fra tutti la notte, dopo aver messo in scena di giorno la commedia di maggioranza e opposizione. Dall’altra il fronte di chi non rubava, o perché non prendeva tangenti o perché non gliele offrivano: la Rete, i Verdi, il Msi, la Lega (anche se a fine '93 fu coinvolto anche Bossi col suo tesoriere Patelli, detto “il pirla”). La gente che non ne poteva più dei ladri e tifava per le guardie aveva uno sbocco, una speranza, un partito per cui votare: a destra come a sinistra. Oggi non si sa più dove sbattere la testa, perché si avverano tutti i luoghi comuni del più vieto qualunquismo: rubano tutti, il più pulito ha la rogna, è tutto un magnamagna. Nessuno dei grandi partiti può dirsi immune dalla tangentomania. Basta un’occhiata alla foto dei cinque membri dell’Uf ficio di Presidenza della Regione Lombardia: Filippo Penati (Pd, indagato per concussione e corruzione), Franco Nicoli Cristiani (Pdl, arrestato per corruzione e traffico illecito di rifiuti), Massimo Ponzoni (Pdl, arrestato per concussione, corruzione, finanziamento illecito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita), Davide Boni (Lega, indagato ieri per corruzione); poi c’è Carlo Spreafico (Pd), unico intonso da guai giudiziari, al quale converrà darsi da fare per non sentirsi troppo solo. Bossi aveva appena detto che “a Formigoni gliene arrestano uno al giorno” e, sempre per risparmiargli una grama solitudine, i pm hanno acchiappato uno dei suoi fedelissimi. Naturalmente la giunta Formigoni non cadrà, anzi si rafforzerà ora che nemmeno la Lega può più dare lezioni di morale (il Pdl non ha mai potuto, per motivi statutari; e men che meno il Pd, ligio al Codice Penati). Il Celeste seguiterà a dire che non s’era accorto di nulla, tutto avveniva a sua insaputa (anche i suoi allegri conversari con don Verzé): lui quel rumore di ganasce e quel fruscio di banconote tutt’intor no l’aveva sempre scambiato per un concerto sinfonico. Il bello del caso Boni, come già del caso Penati, è che i giudici sostengono che parte della presunta mazzetta sarebbe finita al partito. Oh bella: ma non si era detto che vent’anni fa si rubava per il partito e oggi si ruba per sé? In effetti, se vent’anni fa “il convento era povero ma i frati erano ricchi” (copyright Rino Formica), oggi i partiti nuotano nell’oro dei “rimborsi elettorali” che coprono il quadruplo delle spese. Anche da morti, vedi Margherita, hanno plusvalenze che la più florida azienda tedesca se le sogna, e quando un tesoriere scappa con la cassa nessuno se ne accorge. La Lega le investiva in Tanzania. E allora che bisogno c'è di rubare per il partito? Se le accuse a Penati e a Boni saranno provate, si scoprirà che oggi si ruba insieme per sé e per il partito: non tanto per arricchirsi, quanto per fare carriera nel partito a discapito di chi non ruba. Perché i partiti, seppure ricchi sfondati, sono insaziabili e garantiscono corsie preferenziali di carriera a chi procaccia altro denaro. Non basta più nemmeno la fedeltà cieca al capo (Penati è il braccio destro di Bersani, Boni è un fedelissimo di Bossi): bisogna darsi da fare, “non stare lì a scaldare la sedia” come diceva la buonanima di Craxi ai compagni che non rubavano o rubavano troppo poco. Sennò si rischia di venire scavalcati da un servo che ruba di più. Per questo, quando i partiti organizzano i congressi, vincono sempre il capo e gli amici del capo. Ma poi, appena si interpellano gli elettori, vince sempre l’outsider: alle primarie di Palermo, Ferrandelli non era certo meglio della Borsellino: basta guardarlo. Ma ha avuto la fortuna di essere osteggiato da Bersani, mentre Rita ha avuto la sfiga di esserne appoggiata. Al posto della Fiom e dei No Tav saremmo al settimo cielo: se Bersani non va, il corteo di venerdì sarà un trionfo. (Di Marco Travaglio su "Il Fatto" di oggi)

2 mesi e 3 settimane fa
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Berlusconi punta sulla Grande Coalizione

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L’ultimo spenga la luce di Marco Travaglio Vent’anni fa, quando a Milano esplose Tangentopoli, c’erano i partiti dei ladri e i partiti che combattevano i ladri. Da una parte la mangiatoia trasversale e consociativa Dc-Psi-Pds-Pli-Pri-Psdi, che aveva addirittura un cassiere unico per andare a prendere le mazzette e poi spartirle fra tutti la notte, dopo aver messo in scena di giorno la commedia di maggioranza e opposizione. Dall’altra il fronte di chi non rubava, o perché non prendeva tangenti o perché non gliele offrivano: la Rete, i Verdi, il Msi, la Lega (anche se a fine '93 fu coinvolto anche Bossi col suo tesoriere Patelli, detto “il pirla”). La gente che non ne poteva più dei ladri e tifava per le guardie aveva uno sbocco, una speranza, un partito per cui votare: a destra come a sinistra. Oggi non si sa più dove sbattere la testa, perché si avverano tutti i luoghi comuni del più vieto qualunquismo: rubano tutti, il più pulito ha la rogna, è tutto un magnamagna. Nessuno dei grandi partiti può dirsi immune dalla tangentomania. Basta un’occhiata alla foto dei cinque membri dell’Uf ficio di Presidenza della Regione Lombardia: Filippo Penati (Pd, indagato per concussione e corruzione), Franco Nicoli Cristiani (Pdl, arrestato per corruzione e traffico illecito di rifiuti), Massimo Ponzoni (Pdl, arrestato per concussione, corruzione, finanziamento illecito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita), Davide Boni (Lega, indagato ieri per corruzione); poi c’è Carlo Spreafico (Pd), unico intonso da guai giudiziari, al quale converrà darsi da fare per non sentirsi troppo solo. Bossi aveva appena detto che “a Formigoni gliene arrestano uno al giorno” e, sempre per risparmiargli una grama solitudine, i pm hanno acchiappato uno dei suoi fedelissimi. Naturalmente la giunta Formigoni non cadrà, anzi si rafforzerà ora che nemmeno la Lega può più dare lezioni di morale (il Pdl non ha mai potuto, per motivi statutari; e men che meno il Pd, ligio al Codice Penati). Il Celeste seguiterà a dire che non s’era accorto di nulla, tutto avveniva a sua insaputa (anche i suoi allegri conversari con don Verzé): lui quel rumore di ganasce e quel fruscio di banconote tutt’intor no l’aveva sempre scambiato per un concerto sinfonico. Il bello del caso Boni, come già del caso Penati, è che i giudici sostengono che parte della presunta mazzetta sarebbe finita al partito. Oh bella: ma non si era detto che vent’anni fa si rubava per il partito e oggi si ruba per sé? In effetti, se vent’anni fa “il convento era povero ma i frati erano ricchi” (copyright Rino Formica), oggi i partiti nuotano nell’oro dei “rimborsi elettorali” che coprono il quadruplo delle spese. Anche da morti, vedi Margherita, hanno plusvalenze che la più florida azienda tedesca se le sogna, e quando un tesoriere scappa con la cassa nessuno se ne accorge. La Lega le investiva in Tanzania. E allora che bisogno c'è di rubare per il partito? Se le accuse a Penati e a Boni saranno provate, si scoprirà che oggi si ruba insieme per sé e per il partito: non tanto per arricchirsi, quanto per fare carriera nel partito a discapito di chi non ruba. Perché i partiti, seppure ricchi sfondati, sono insaziabili e garantiscono corsie preferenziali di carriera a chi procaccia altro denaro. Non basta più nemmeno la fedeltà cieca al capo (Penati è il braccio destro di Bersani, Boni è un fedelissimo di Bossi): bisogna darsi da fare, “non stare lì a scaldare la sedia” come diceva la buonanima di Craxi ai compagni che non rubavano o rubavano troppo poco. Sennò si rischia di venire scavalcati da un servo che ruba di più. Per questo, quando i partiti organizzano i congressi, vincono sempre il capo e gli amici del capo. Ma poi, appena si interpellano gli elettori, vince sempre l’outsider: alle primarie di Palermo, Ferrandelli non era certo meglio della Borsellino: basta guardarlo. Ma ha avuto la fortuna di essere osteggiato da Bersani, mentre Rita ha avuto la sfiga di esserne appoggiata. Al posto della Fiom e dei No Tav saremmo al settimo cielo: se Bersani non va, il corteo di venerdì sarà un trionfo.

2 mesi e 3 settimane fa
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Super Tuesday 2012 - Risultati: Romney vince, Santorum si rafforza

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Se le Primarie del PD vi fanno ridere o piangere, pensate che almeno le fanno e sono l’unico partito italiano che abbia il coraggio di esporsi al ridicolo e di esibire le proprie risse interne. E poi consolatevi pensando a quella banda di automi, di guitti, di imbonitori e di cavernicoli (I Cetto la Qualunque all'americana) che stanno facendo le Primarie Repubblicane in America. Uno dei quali potrebbe pure diventare presidente.

2 mesi e 3 settimane fa