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Renzi si schiera con Marchionne. Bufera a sinistra

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Se vogliono sentirmi, sono disponibile in qualsiasi momento, perché sono convinto che l'inchiesta napoletana ha inquadrato il cuore del sistema. Luigi Bisignani è il detonatore finale della miccia che, da tempo, avevano piazzato su di me e sulle mie inchieste: è un elemento fondamentale nell'esito nefasto della mia carriera in magistratura. I problemi che hanno portato alle ispezioni ministriali, alla punizione del Csm e alla sottrazione delle mie inchieste, ne sono convinto, nascono in un momento ben preciso: la sua perquisizione nel 2007. E si moltiplicano quando scopro il sistema che ruota intorno a lui. Lo stesso che ha individuato la Procura di Napoli. E su questo argomento - se lo riterranno opportuno - sono disponibile a fornire ogni elemento ai pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio”. Luigi de Magistris, ex pm di Catanzaro, oggi europarlamentare dell'Idv e candidato sindaco di Napoli, iscrisse Bisignani nel registro degli indagati, con l'accusa di violazione della Legge Anselmi, nell'estate del 2007. Lo perquisì nel luglio dello stesso anno. Spulciando tra le carte che portarono all'incolpazione di de Magistris, la presenza di Bisignani si trova in un esposto a sua firma. Scrive di essere stato contattato da un ex vicedirettore di Pan o ra m a , che gli chiede - è il 3 luglio 2007 - notizie sulla sua iscrizione nel registro degli indagati. Iscrizione che, secondo le accuse, sarebbe avvenuta però due giorni dopo. L'ex ministro di Giustizia Clemente Mastella (amico di Bisignani) aggiunge l'esposto alla mole di addebiti che il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller (sentito dai pm nell'inchie- NUOVE LOGGE sta sulla P4) depositerà al Csm. L'accusa di essere troppo disinvolto nei rapporti con i giornalisti, per de Magistris, è destinata a cadere: nessuna fuga di notizie. Di giornalisti vicini a Bisignani, invece, nell'inchiesta sulla “P4” ce ne sarebbero parecchi. E non solo giornalisti: a quanto pare un intero sistema di potere parallelo che, sul mercato delle informazioni, avrebbe potuto condizionare l'intera vita pubblica del Paese. E Bisignani si ritrova indagato, questa volta dalla Procura di Napoli, per un'altra vicenda legata all'attività di un “sistema parallelo”. De Magistris, lei dice di essere a disposizione della Procura di Napoli e accusa Bisignani di essere un elemento fondamentale per la sua fuoriuscita dalla magistratura: perché? Non è stato un caso, secondo me, che l'ispezione ministeriale nei miei riguardi sia stata accelerata e chiusa subito dopo la sua perquisizione. Avevo individuato lo stesso sistema sul quale sta indagando la procura napoletana: un mix di alta finanza, servizi segreti deviati, magistratura, imprenditori e grandi appalti. Bisignani, a mio avviso, era il cuore di questo sistema. Bisignani però, in “W hy Not”, è stato archiviato: questo è un fatto. Il resto sono sue congetture. Non fu archiviato da me. L'inchiesta mi fu sottratta ed era già in mano ad altri. Ma le dirò di più: io non ebbi neanche modo di poter leggere l'informativa sulla sua perquisizione. Anche questo è un fatto. Ed è inquietante per molti motivi. Stranamente, il giorno della perquisizione, Bisignani non era a casa: partì per Londra. E il suo appartamento, da quanto ne so, fu trovato “pulito”: non trovammo nulla di interessante, stando a quanto mi riferì la polizia giudiziaria, ed ebbi la netta impressione che lui fosse al corrente dei miei movimenti. Un'impressione. Niente di più. Ho avuto la netta impressione di essere spiato e controllato durante le indagini. Ho ricostruito analiticamente la vicenda ai pm di Salerno che hanno indagato sul mio caso, sul sistema che ha vanificato le inchieste che conducevo e - guarda caso - anche i pm Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella sono stati estromessi dalle inchieste e poi puniti dal Csm. Sono disposto a rispiegare tutto alla Procura di Napoli, se può essere utile, perché sono convinto che stiamo parlando della scoperta di una potente rete occulta. I nomi che emergono dall'inchiesta di Napoli, spesso, coincidono con quelli che avevo individuato io. Ieri i pm napoletani hanno perquisito l'abitazione di Anselmo Galbusera e Francesco Micheli. Anche in questo caso stanno verificando i rapporti tra imprenditori e uomini dell'alta finanza con Luigi Bisignani. Il nome di Galbusera (non indagato, né in Why Not, né per la P4), emerse proprio nella sua inchiesta. E anche il nome della Italgo, sulla quale i pm stanno cercando di effettuare degli approfondimenti, per verificare la legittimità degli appalti ottenuti dalla Presidenza del Consiglio. Il nome è quello. Ma non è l'unico. E il livello che stavo inquadrando era davvero molto alto. Perquisendo il principale indagato in Why Not, Antonio Saladino, trovai un biglietto dove, in riferimento ad alcuni appalti ministeriali, era affiancato il nominativo di Alfonso Papa. Lo stesso Papa che troviamo coinvolto nella P4. E in collegamento con Bisignani. Mi sembra sempre la stessa rete. Lei pensa che sia stata questa “re t e ” a bloccarla? Ne sono convinto. La rapidità con la quale mi hanno sottratto le indagini e il ministero ha istruito l'attività ispettiva è lampante. A giugno 2007 inizio a indagare su uomini dei servizi segreti, della Guardia di Finanza, di Finmeccanica. A luglio iscrivo Bisignani nel registro degli indagati. La sua perquisizione - stranamente, a mio avviso - va a vuoto. E di lì a poco accelera l'attività ispettiva. Per non parlare delle tante delegittimazioni che hanno accompagnato la mia vicenda e quella dei pm di Salerno che

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Ore 12 - A Berlusconi e a Bersani il "muro contro muro" fa bene. E porta voti

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A stò punto aridatece Gelli: Chi si rivede, Marco Boato. L’ex lottatore continuo, intervistato dal R i fo r m i s t a , rivendica la primogenitura della controriforma della Giustizia minacciata dal duo Cainano & Al Fano. Lui non ci trova “alcunché di scandaloso” e ricorda che, a parte lo sganciamento della Polizia giudiziaria dal pm (idea di Violante, subito copiata da Al Fano), è tutta copiata dalla sua bozza del 1998 per la Bicamerale D’Alema: separazione delle carriere e dei Csm, azione penale a discrezione di governo e Parlamento, procedimenti disciplinari ai magistrati tolti al Csm e affidati a un plotone d’esecuzione di nomina politica. Ma Boato è un po’ ingeneroso con Licio Gelli, che nel suo “Piano di rinascita d e m o c ra t i c a ” aveva precorso i tempi con trent’anni d’anticipo. Infatti il Venerabile, quando destra e sinistra votarono la bozza Boato, reclamò il copyright. L’obiettivo della casta, anzi della cosca, è dunque a un passo dall’essere raggiunto: le indagini le farà direttamente il governo, che poi scriverà anche le sentenze. Non solo quelle penali, ma anche civili e contabili. Pare brutto lasciarle fare ai giudici. L’altroier i per esempio ha raccolto critiche a destra ma anche a sinistra (si fa per dire: il solito R i fo r m i s t a ) il verdetto del Tribunale del lavoro di Roma che ha confermato il reintegro di Tiziana Ferrario al Tg1: Minzolingua non l’aveva allontanata per “effettive esigenze or ganizzative” (come racconta lui), ma per “una volontà ritorsiva al fine di sanzionare il dissenso manifestato dalla giornalista nei confronti della linea editoriale del direttore”. Il Riformatorio, che quando c’è da dire una scempiaggine è sempre in prima fila, scrive che “la sentenza priva della sua autorità la direzione del Tg1 e stabilisce chi e quando dovrà condurre il telegiornale”, dunque “non ci piace un tribunale che ordina a Minzolini chi deve mettersi dietro la scrivania o davanti alla telecamera”. A questi giuristi per caso sfugge che nessun tribunale ha mai preteso di decidere i conduttori del Tg1: è che discriminare lavoratori e lavoratrici per le loro idee politiche è (ancora per poco) vietato dalla legge. Concetto troppo elevato anche per Fabrizio Cicchitto (tessera P2 2232): “Ormai la Rai, come tante altre istituzioni e aziende italiane, è commissariata dalla magistratura che decide a suo arbitrio gli organigrammi interni”. Raro concentrare così tante fesserie in così poche parole. A parte il fatto che non si capisce quali sarebbero le aziende e le istituzioni “commissariate dalla magistratura”, Cicchitto ce l’ha pure con la Corte dei conti che ha condannato l’ex ministro Siniscalco, i cinque ex consiglieri Rai del centrodestra e l’ex capufficio legale Esposito a risarcire 11 milioni di danni all’azienda per la nomina a direttore generale del berlusconiano Alfredo Meocci nel 2005. Meocci era incompatibile perché era stato per sette anni, fino al giorno prima, commissario dell’Agcom (che vigila sulla Rai). E la legge sulle Authority (481/1995) vieta “per almeno 4 anni” a chi ne ha fatto parte di “intrattenere rapporti di collaborazione, consulenza o impiego con le imprese operanti nel settore di competenza”. Pesanti sanzioni sia per l’ex commissario che la viola (“tra i 50 e i 500 milioni di lire”), sia per l’azienda che lo assume (“par i allo 0,5% del fatturato, da 200 milioni a 200 miliardi di l i re ”), sia per gli amministratori che se ne rendono responsabili. Molti giornali, il collegio sindacale Rai e i consiglieri d’opposizione lo dissero. Ma Siniscalco e i consiglieri Urbani, Malgieri, Bianchi Clerici, Petroni e Staderini nominarono ugualmente Meocci, su ordine di B. Tanto, pensavano, siamo assicurati. Poi però l’assicurazione rifiutò di coprirli, visto che sapevano benissimo di violare la legge. Ora la Corte dei conti presenta il conto: “Colpa grave… comportamento sommamente lesivo di ogni regola di prudente e buon governo della cosa pubblica”. Cicchitto però non gradisce che i giudici applichino la legge. Facciamo così: d’ora in poi le sentenze le scrive Gelli. Al confronto, era una persona seria. (di Marco Travaglio su Il Fatto di oggi)

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Renzi si schiera con Marchionne. Bufera a sinistra

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Aridatece Gelli di Marco Travaglio Chi si rivede, Marco Boato. L’ex lottatore continuo, intervistato dal R i fo r m i s t a , rivendica la primogenitura della controriforma della Giustizia minacciata dal duo Cainano & Al Fano. Lui non ci trova “alcunché di scandaloso” e ricorda che, a parte lo sganciamento della Polizia giudiziaria dal pm (idea di Violante, subito copiata da Al Fano), è tutta copiata dalla sua bozza del 1998 per la Bicamerale D’Alema: separazione delle carriere e dei Csm, azione penale a discrezione di governo e Parlamento, procedimenti disciplinari ai magistrati tolti al Csm e affidati a un plotone d’esecuzione di nomina politica. Ma Boato è un po’ ingeneroso con Licio Gelli, che nel suo “Piano di rinascita d e m o c ra t i c a ” aveva precorso i tempi con trent’anni d’anticipo. Infatti il Venerabile, quando destra e sinistra votarono la bozza Boato, reclamò il copyright. L’obiettivo della casta, anzi della cosca, è dunque a un passo dall’essere raggiunto: le indagini le farà direttamente il governo, che poi scriverà anche le sentenze. Non solo quelle penali, ma anche civili e contabili. Pare brutto lasciarle fare ai giudici. L’altroier i per esempio ha raccolto critiche a destra ma anche a sinistra (si fa per dire: il solito R i fo r m i s t a ) il verdetto del Tribunale del lavoro di Roma che ha confermato il reintegro di Tiziana Ferrario al Tg1: Minzolingua non l’aveva allontanata per “effettive esigenze or ganizzative” (come racconta lui), ma per “una volontà ritorsiva al fine di sanzionare il dissenso manifestato dalla giornalista nei confronti della linea editoriale del direttore”. Il Riformatorio, che quando c’è da dire una scempiaggine è sempre in prima fila, scrive che “la sentenza priva della sua autorità la direzione del Tg1 e stabilisce chi e quando dovrà condurre il telegiornale”, dunque “non ci piace un tribunale che ordina a Minzolini chi deve mettersi dietro la scrivania o davanti alla telecamera”. A questi giuristi per caso sfugge che nessun tribunale ha mai preteso di decidere i conduttori del Tg1: è che discriminare lavoratori e lavoratrici per le loro idee politiche è (ancora per poco) vietato dalla legge. Concetto troppo elevato anche per Fabrizio Cicchitto (tessera P2 2232): “Ormai la Rai, come tante altre istituzioni e aziende italiane, è commissariata dalla magistratura che decide a suo arbitrio gli organigrammi interni”. Raro concentrare così tante fesserie in così poche parole. A parte il fatto che non si capisce quali sarebbero le aziende e le istituzioni “commissariate dalla magistratura”, Cicchitto ce l’ha pure con la Corte dei conti che ha condannato l’ex ministro Siniscalco, i cinque ex consiglieri Rai del centrodestra e l’ex capufficio legale Esposito a risarcire 11 milioni di danni all’azienda per la nomina a direttore generale del berlusconiano Alfredo Meocci nel 2005. Meocci era incompatibile perché era stato per sette anni, fino al giorno prima, commissario dell’Agcom (che vigila sulla Rai). E la legge sulle Authority (481/1995) vieta “per almeno 4 anni” a chi ne ha fatto parte di “intrattenere rapporti di collaborazione, consulenza o impiego con le imprese operanti nel settore di competenza”. Pesanti sanzioni sia per l’ex commissario che la viola (“tra i 50 e i 500 milioni di lire”), sia per l’azienda che lo assume (“par i allo 0,5% del fatturato, da 200 milioni a 200 miliardi di l i re ”), sia per gli amministratori che se ne rendono responsabili. Molti giornali, il collegio sindacale Rai e i consiglieri d’opposizione lo dissero. Ma Siniscalco e i consiglieri Urbani, Malgieri, Bianchi Clerici, Petroni e Staderini nominarono ugualmente Meocci, su ordine di B. Tanto, pensavano, siamo assicurati. Poi però l’assicurazione rifiutò di coprirli, visto che sapevano benissimo di violare la legge. Ora la Corte dei conti presenta il conto: “Colpa grave… comportamento sommamente lesivo di ogni regola di prudente e buon governo della cosa pubblica”. Cicchitto però non gradisce che i giudici applichino la legge. Facciamo così: d’ora in poi le sentenze le scrive Gelli. Al confronto, era una persona seria.

1 anno e 2 mesi fa
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La video-lite Sallusti-Bocchino: "Sei un mantenuto"

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BISIGNANI (ALIAS LA "LONGA MANUS" DELLA EX P2) E IL TENTATIVO DI METTERE BOCCHINO "A CUCCIA". Italo Bocchino accusa Roberto D’Agostino di averlo ricattato. E il creatore del sito Dogospia annuncia querela. Il botta e risposta è avvenuto tutto oggi. Con il vicepresidente di Fli che ha parlato del “ricatto” subito ai quotidiani Corriere della Sera e a Repubblica. All’origine della vicenda c’è una telefonata tra D’Agostino e Luigi Bisignani (“giornalista e uomo d’affari risultato in passato iscritto alla loggia P2”, lo definisce il Corriere) fatta ascoltare a Bocchino dai magistrati che indagano sulla cosiddetta “loggia” napoletana, i pubblici ministeri Francesco Curcio ed Henry John Woodcock, che lo hanno convocato come testimone. “I magistrati – racconta Bocchino – mi hanno fatto ascoltare la registrazione di una telefonata tra D’Agostino e Bisignani. Il primo diceva che me l’avrebbe fatta pagare per quanto avevo detto in televisione”: il riferimento era alla puntata del 23 settembre scorso di Annozero in cui l’esponente di Fli aveva denunciato il dossieraggio sulla casa di Montecarlo ad opera “del direttore de l’Avanti Walter Lavitola”, poi “veicolato da Dagospia”. “Nella telefonata intercettata – racconta Bocchino al Corriere – D’Agostino parla a Bisignani di alcune mie foto in compagnia di Mara Carfagna e dice che il giorno dopo avrebbe chiamato mia moglie. La cosa è puntualmente avvenuta. Ha telefonato a Gabriella (Buontempo, consorte del parlamentare, ndr) e le ha detto che avrebbe pubblicato le immagini che mi ritraevano mentre ero all’hotel Vesuvio di Napoli in compagnia della Carfagna, entrambi in accappatoio. Era una calunnia, ma naturalmente ciò ha avuto conseguenze sulla nostra tranquillità e per questo ho raccontato tutto ai magistrati. Gabriella è pronta a confermare, soprattutto dopo i danni che ha subito anche nel suo lavoro di produttrice televisiva. Da quando io ho seguito Fini fuori dal Pdl le sono stati annullati tutti i contratti in Rai”.

1 anno e 2 mesi fa
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Ore 12 - La riforma della giustizia o ... dell'ingiustizia

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ORMAI PUR DI RIMANERE A GALLA BERLUSCONI & LEGA VENDEREBBERO ANCHE LA MADRE (naturalmente quella degli altri). Dopo lo Stelvio, la Rai. Il piatto della bilancia tra il governo e l'Svp diventa sempre più goloso. E se il 14 dicembre c'era da far passare la fiducia, adesso l'obiettivo dell'esecutivo è chiudere i giochi sul federalismo e giustizia. Perché dopo quello municipale, c'è da votare quello fiscale, il vero cuore della legge. L'interlocutore privilegiato degli uomini di Berlusconi è Luis Durnwalder, da 22 anni presidente della Provincia. Nel mirino dell'alleato del Cavaliere c'è la tv pubblica locale. Il dialogo con Roma è ben avviato. Non solo, ma è già stato individuato il metodo tecnico-giuridico: fare in modo che sia la Provincia autonoma di Bolzano e non più la presidenza del consiglio dei Ministri, a finanziare i programmi in tedesco e ladino. In cambio il premier vuole i voti della Svp da qui alla fine del mandato di governo. Voti utili, soprattutto, nella commissione bicamerale, dove la senatrice Helga Thaler Ausserhofer è ago della bilancia. La redazione del Tgr lancia l'allarme: "C'è il rischio che la Provincia vada a incidere non solo sulla programmazione, ma anche sulle testate giornalistiche"

1 anno e 2 mesi fa
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Ore 12 - La riforma della giustizia o ... dell'ingiustizia

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4- E la Lega che cavalcò le vicende in maniera decisa.

1 anno e 2 mesi fa
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La video-lite Sallusti-Bocchino: "Sei un mantenuto"

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"Ma quanto costa il lavoro di Sallusti?" È IL TORMENTONE NATO DA BOCCHINO DURANTE UNA TRASMISSIONE TV. SENZA RISPOSTA: Italo Bocchinoche domanda al direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti: “Dì, quanto guada gni?”, ha scalato la vetta dell’h i t - p a ra d e dei siti d’informazione. Quasi quattordici minuti, ripetuti, ossessivi, a tratti duri oltre il consueto, con il vicepresidente fliniano pronto ad accusare il giornalista di “killeraggio mediatico per conto di Silvio Berlusconi”. Passate ventiquattr’ore, abbiamo contattato lo stesso Bocchino per capire. E lui: “Sentite Sallusti, magari ora ha avuto il tempo giusto per regalarci l’ammontare della cifra…”. “NON HO RISPOSTO l’altro giorno e non intendo farlo oggi perché non voglio avallare l’equazione ‘stipendiato dalla famiglia del premier, quindi non libero, quindi un ser vo’ – spiega Sallusti al Fatto Quotidiano –. E comunque Bocchino vada a cercare la mia dichiarazione dei redditi”. Va bene, ma intanto ce lo dica a noi… “No, no – continua –, prendo i soldi come fanno D’Alema, Saviano e molti altri. Comunque, non avete proprio niente da fare che porre queste domande!”. Però lei non risponde… “Ancora! Andate a chiederlo a Saviano. Allora anche lui è servo. Insomma, non devo dare alcuna risposta a B o c ch i n o ”. Si è visto. Il duello tra i due è stato inedito: ospiti della trasmissione “In onda”, su La7, per una volta il direttore de il Giornale ha dovuto giocare pesantemente in difesa, schiacciato all’angolo da un “avver sario”, pressato sempre dalla stessa domanda, e non in grado di spostare l’attenzione. E non parliamo di un inesperto di comunicazione, chiedere a Massimo D’Alema, mesi fa incappato nelle trappole dello stesso Sallusti, tanto da perdere la calma e urlargli: È un bugiardo e un mascalzone! Vada a farsi fottere”. L’argomento era la vecchia affittopoli romana. Risultato? Reprimenda dell’ordine dei giornalisti per il lìder Maximo, rischio rissa dietro le quinte della trasmissione tra lo stesso D’Alema e Sallusti, oltre a un’enorme soddisfazione per lo staff del premier. Ecco, questa volta è toccato subire al giornalista preferito del Caimano. La prova della sua difficoltà in trasmissione esce dall’ultima battuta regalata a il Fatto: “Ah, voglio precisare una cosa: sono monoreddito – spiega il direttore –, quindi non ho alcun contratto con Mediaset. Bocchino ha sbagliato”. EPPURE NON LO HA sottolineato in trasmissione. Ha lasciato correre le parole di Bocchino e la fantasia-pallottoliere di chi ascoltava. Su, ci dica un indizio: è tra i duedecento e i trecentomila euro netti l’anno? “Pensi a Saviano…”. Niente da fare, quindi. Così, in attesa della dichiarazione dei redditi, dobbiamo affidarci anche alle voci di corridoio de il Giornale, che danno Sallusti beneficiario di un alto, altissimo aumento di stipendio successivo all’addio di Vittorio Feltri. E quest’ultimo inferocito per la troppa attenzione economica riservata al suo storico vice. Voci, supposizioni, forse illazioni, a partire da quelle espresse dal finiano di ferro. Che, certo, tanto silenzio e tanto mistero non fanno che aumentare.

1 anno e 2 mesi fa
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Renzi si schiera con Marchionne. Bufera a sinistra

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"Ma quanto costa il lavoro di Sallusti?" È IL TORMENTONE NATO DA BOCCHINO DURANTE UNA TRASMISSIONE TV. SENZA RISPOSTA Italo Bocchinoche domanda al direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti: “Dì, quanto guada gni?”, ha scalato la vetta dell’h i t - p a ra d e dei siti d’informazione. Quasi quattordici minuti, ripetuti, ossessivi, a tratti duri oltre il consueto, con il vicepresidente fliniano pronto ad accusare il giornalista di “killeraggio mediatico per conto di Silvio Berlusconi”. Passate ventiquattr’ore, abbiamo contattato lo stesso Bocchino per capire. E lui: “Sentite Sallusti, magari ora ha avuto il tempo giusto per regalarci l’ammontare della cifra…”. “NON HO RISPOSTO l’altro giorno e non intendo farlo oggi perché non voglio avallare l’equazione ‘stipendiato dalla famiglia del premier, quindi non libero, quindi un ser vo’ – spiega Sallusti al Fatto Quotidiano –. E comunque Bocchino vada a cercare la mia dichiarazione dei redditi”. Va bene, ma intanto ce lo dica a noi… “No, no – continua –, prendo i soldi come fanno D’Alema, Saviano e molti altri. Comunque, non avete proprio niente da fare che porre queste domande!”. Però lei non risponde… “Ancora! Andate a chiederlo a Saviano. Allora anche lui è servo. Insomma, non devo dare alcuna risposta a B o c ch i n o ”. Si è visto. Il duello tra i due è stato inedito: ospiti della trasmissione “In onda”, su La7, per una volta il direttore de il Giornale ha dovuto giocare pesantemente in difesa, schiacciato all’angolo da un “avver sario”, pressato sempre dalla stessa domanda, e non in grado di spostare l’attenzione. E non parliamo di un inesperto di comunicazione, chiedere a Massimo D’Alema, mesi fa incappato nelle trappole dello stesso Sallusti, tanto da perdere la calma e urlargli: È un bugiardo e un mascalzone! Vada a farsi fottere”. L’argomento era la vecchia affittopoli romana. Risultato? Reprimenda dell’ordine dei giornalisti per il lìder Maximo, rischio rissa dietro le quinte della trasmissione tra lo stesso D’Alema e Sallusti, oltre a un’enorme soddisfazione per lo staff del premier. Ecco, questa volta è toccato subire al giornalista preferito del Caimano. La prova della sua difficoltà in trasmissione esce dall’ultima battuta regalata a il Fatto: “Ah, voglio precisare una cosa: sono monoreddito – spiega il direttore –, quindi non ho alcun contratto con Mediaset. Bocchino ha sbagliato”. EPPURE NON LO HA sottolineato in trasmissione. Ha lasciato correre le parole di Bocchino e la fantasia-pallottoliere di chi ascoltava. Su, ci dica un indizio: è tra i duedecento e i trecentomila euro netti l’anno? “Pensi a Saviano…”. Niente da fare, quindi. Così, in attesa della dichiarazione dei redditi, dobbiamo affidarci anche alle voci di corridoio de il Giornale, che danno Sallusti beneficiario di un alto, altissimo aumento di stipendio successivo all’addio di Vittorio Feltri. E quest’ultimo inferocito per la troppa attenzione economica riservata al suo storico vice. Voci, supposizioni, forse illazioni, a partire da quelle espresse dal finiano di ferro. Che, certo, tanto silenzio e tanto mistero non fanno che aumentare.

1 anno e 2 mesi fa
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LA SEMPLICITA': Bravo Silvio di Marco Travaglio Finalmente, dopo 17 anni, B. ha fatto (o almeno annunciato che farà) una cosa normale: si presenterà in tribunale a difendersi nei (e non dai) suoi processi. E intanto ha stoppato la tragicomica iniziativa di uno dei suoi più fervidi cortigiani, Luigi Vitali: una leggina per accorciare vieppiù i termini di prescrizione dei reati se a commetterli è un incensurato ultrasessantacinquenne (l’amato Silvio va per i 75). Naturalmente il presidente del Consiglio non merita, per questo, alcun complimento: solo nel Paese di Sottosopra ci si meraviglia se qualcuno fa una cosa normale. Vedi gli elogi tributati ad Andreotti perché non insultò i giudici che lo processavano per mafia; e a Cuffaro che, condannato a 7 anni per favoreggiamento mafioso, è andato in carcere senza darsi alla latitanza. In ogni caso è giusto riconoscere che, dopo aver tentato di cancellare i suoi processi con una quarantina di leggi su misura, ed esservi in gran parte riuscito, il premier si è rassegnato all’idea di farsi processare. C’è voluto parecchio tempo, ma alla fine – salvo ribaltoni dell’ultima ora – ci è arrivato anche lui. La domanda, a questo punto, è semplice: perché l’ha fatto? Anzitutto, perché non aveva alternative. Nonostante il dispiegamento di forze politico-mediatiche messo in campo per delegittimare l’inchiesta sul caso Ruby, B. non è mai stato disarmato come in questa battaglia. Il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato alla Consulta per scippare il processo al Tribunale di Milano e dirottarlo al Tribunale dei ministri, previa autorizzazione a procedere della Camera (che la negherebbe su due piedi, come ha sempre fatto) è un fuciletto ad acqua: l’ha spiegato il presidente Ugo De Siervo che non spetta alla Consulta, ma al giudice ordinario (Gip, Tribunale, Corte d’appello, Cassazione) stabilire se un reato è ministeriale o meno; e l’ha ribadito la Cassazione stessa, respingendo con perdite le pretese impunitarie di Mastella. In ogni caso il conflitto alla Consulta non bloccherebbe il processo Ruby, che andrebbe comunque avanti con la sfilata di papponi e Papi-girls, almeno fino alla vigilia della sentenza. Anche darsi alla fuga inventando “leg ittimi impedimenti” a raffica non servirebbe a nulla: dichiarando incostituzionale la legge sul legittimo impedimento, la Consulta ha stabilito che spetta al tribunale decidere, di volta in volta, se l’impedimento è reale e legittimo, il che significa che in molti casi le udienze si terrebbero in sua assenza. E comunque non gli conviene abusarne, visto che a giugno c’è il referendum dipietrista. Ma, soprattutto, c’è un attore che per 17 anni è rimasto assente nella guerra di B. alla magistratura: l’opinione pubblica. Che non è genericamente la “ge n t e ”, ma quei cittadini che, correttamente informati, fanno sentire la propria voce in piazza, sondaggi, elezioni. Grazie al monopolio berlusconiano dell’informazione, che ha provveduto a disinformare sui vari processi per corruzione, fondi neri, falso in bilancio, evasione fiscale, l’opinione pubblica s’è fatta idee confuse e spesso sbagliate dei fatti contestati (e in gran parte accertati) a carico di B. Ora, invece, la vicenda Ruby è di una tale semplicità che tutti han potuto comprenderla, anche senza e contro l’infor mazione di regime. Un vecchio malvissuto paga ragazzine in cambio di sesso e poi, quando una di esse – una prostituta marocchina minorenne senza documenti – viene fermata per furto, si attiva per farla rilasciare, spacciandola per la nipote di Mubarak, prima che parli. Ce n’è abbastanza perché persino a molti dei suoi elettori (per non parlare di quelli leghisti) salga il sangue alla testa. Quando i fatti nudi e crudi riescono a raggiungere i cittadini, il tiranno è spacciato. È questa improvvisa ventata di normalità che ha costretto B. a una condotta normale. Resta un grande rimpianto: quanti anni fa ci saremmo liberati di lui se informazione e opposizione avessero fatto il proprio mestiere?

1 anno e 2 mesi fa
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Renzi si schiera con Marchionne. Bufera a sinistra

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Bravo Silvio di Marco Travaglio Finalmente, dopo 17 anni, B. ha fatto (o almeno annunciato che farà) una cosa normale: si presenterà in tribunale a difendersi nei (e non dai) suoi processi. E intanto ha stoppato la tragicomica iniziativa di uno dei suoi più fervidi cortigiani, Luigi Vitali: una leggina per accorciare vieppiù i termini di prescrizione dei reati se a commetterli è un incensurato ultrasessantacinquenne (l’amato Silvio va per i 75). Naturalmente il presidente del Consiglio non merita, per questo, alcun complimento: solo nel Paese di Sottosopra ci si meraviglia se qualcuno fa una cosa normale. Vedi gli elogi tributati ad Andreotti perché non insultò i giudici che lo processavano per mafia; e a Cuffaro che, condannato a 7 anni per favoreggiamento mafioso, è andato in carcere senza darsi alla latitanza. In ogni caso è giusto riconoscere che, dopo aver tentato di cancellare i suoi processi con una quarantina di leggi su misura, ed esservi in gran parte riuscito, il premier si è rassegnato all’idea di farsi processare. C’è voluto parecchio tempo, ma alla fine – salvo ribaltoni dell’ultima ora – ci è arrivato anche lui. La domanda, a questo punto, è semplice: perché l’ha fatto? Anzitutto, perché non aveva alternative. Nonostante il dispiegamento di forze politico-mediatiche messo in campo per delegittimare l’inchiesta sul caso Ruby, B. non è mai stato disarmato come in questa battaglia. Il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato alla Consulta per scippare il processo al Tribunale di Milano e dirottarlo al Tribunale dei ministri, previa autorizzazione a procedere della Camera (che la negherebbe su due piedi, come ha sempre fatto) è un fuciletto ad acqua: l’ha spiegato il presidente Ugo De Siervo che non spetta alla Consulta, ma al giudice ordinario (Gip, Tribunale, Corte d’appello, Cassazione) stabilire se un reato è ministeriale o meno; e l’ha ribadito la Cassazione stessa, respingendo con perdite le pretese impunitarie di Mastella. In ogni caso il conflitto alla Consulta non bloccherebbe il processo Ruby, che andrebbe comunque avanti con la sfilata di papponi e Papi-girls, almeno fino alla vigilia della sentenza. Anche darsi alla fuga inventando “leg ittimi impedimenti” a raffica non servirebbe a nulla: dichiarando incostituzionale la legge sul legittimo impedimento, la Consulta ha stabilito che spetta al tribunale decidere, di volta in volta, se l’impedimento è reale e legittimo, il che significa che in molti casi le udienze si terrebbero in sua assenza. E comunque non gli conviene abusarne, visto che a giugno c’è il referendum dipietrista. Ma, soprattutto, c’è un attore che per 17 anni è rimasto assente nella guerra di B. alla magistratura: l’opinione pubblica. Che non è genericamente la “ge n t e ”, ma quei cittadini che, correttamente informati, fanno sentire la propria voce in piazza, sondaggi, elezioni. Grazie al monopolio berlusconiano dell’informazione, che ha provveduto a disinformare sui vari processi per corruzione, fondi neri, falso in bilancio, evasione fiscale, l’opinione pubblica s’è fatta idee confuse e spesso sbagliate dei fatti contestati (e in gran parte accertati) a carico di B. Ora, invece, la vicenda Ruby è di una tale semplicità che tutti han potuto comprenderla, anche senza e contro l’infor mazione di regime. Un vecchio malvissuto paga ragazzine in cambio di sesso e poi, quando una di esse – una prostituta marocchina minorenne senza documenti – viene fermata per furto, si attiva per farla rilasciare, spacciandola per la nipote di Mubarak, prima che parli. Ce n’è abbastanza perché persino a molti dei suoi elettori (per non parlare di quelli leghisti) salga il sangue alla testa. Quando i fatti nudi e crudi riescono a raggiungere i cittadini, il tiranno è spacciato. È questa improvvisa ventata di normalità che ha costretto B. a una condotta normale. Resta un grande rimpianto: quanti anni fa ci saremmo liberati di lui se informazione e opposizione avessero fatto il proprio mestiere?

1 anno e 2 mesi fa
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Scajola annuncia il suo ritorno, Dell'Utri frena

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4- Il solito modo pdl promettere dei soldi che non esistono (stanziati solo sulla carta) per poi rendere impossibile poterli reclamare attraverso un intreccio di norme e commissioni che cambiano in continuazione. ****************************************************************** Sette marzo 2011, 23 mesi dopo il terremoto dell’Aquila, il Sindaco Massimo Cialente annuncia le dimissioni dalla carica di primo cittadino. I problemi dell’Aquila appaiono da mesi di difficilissima risoluzione, complici una ricostruzione mai partita veramente, la logica del commissariamento e dello stato d’emergenza a oltranza e quel miracolo aquilano che Governo e Protezione civile hanno raccontato all’Italia intera, dipingendo una realtà che non corrisponde alle reali condizioni del capoluogo abruzzese e rendendo di fatto sempre più complicata la gestione della fase post-emergenziale.

1 anno e 2 mesi fa
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Scajola annuncia il suo ritorno, Dell'Utri frena

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PEGGIO (SCAJOLA) + PEGGIO (VERDINI) = IL PEGGIO ASSOLUTO (DELL'UTRI). alla faccia del nuovo: Con il Cavaliere arenato nel pantano delle inchieste giudiziarie, i pretoriani del Pdl pensano all’uomo nuovo per rilanciare il partito, da mesi in caduta libera nei sondaggi. Il senatore Dell’Utri non ha dubbi: “Ci sono giovani che meritano di avere più spazio”. Dopodiché nel ruolo di rinnovatore candida il plurindagato Denis Verdini, coinvolto nello scandalo della nuova P2 e negli appalti del terremoto all’Aquila. Non solo, ma il senatore azzuro, condannato in appello a sette anni per fatti mafia, indossa la divisa del frondista e tira stoccate pesanti a Claudio Scajola che proprio ieri ha annunciato di voler riprendere in mano le redini del Popolo Della Libertà. Il quotidiano della famiglia Berlusconi, invece, benedice e ratifica la scelta dell’ex ministro con il fondo di uno dei suoi maggiori opinionisti. Di giovani però non se ne vedono. La lista degli uomini nuovi, per ora, conta solo impresentabili. Visto che anche Scajola (protagonista nel 2002 di una gaffe su Marco Biagi, definito a poche settimane dall’omicidio per mano delle br un “rompic0glioni che vuole solo la scorta”) ora è sotto inchiesta per la costruzione del porto d’Imperia. La procura, infatti, lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di aver gestito in maniera clientelare la realizzazione della struttura turistica

1 anno e 2 mesi fa
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Magistratura, destra e sinistra: un rapporto difficile

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PEGGIO + PEGGIO Con il Cavaliere arenato nel pantano delle inchieste giudiziarie, i pretoriani del Pdl pensano all'uomo nuovo per rilanciare il partito, da mesi in caduta libera nei sondaggi. Il senatore Dell'Utri non ha dubbi: "Ci sono giovani che meritano di avere più spazio". Dopodiché nel ruolo di rinnovatore candida il plurindagato Denis Verdini, coinvolto nello scandalo della nuova P2 e negli appalti del terremoto all'Aquila. Non solo, ma il senatore azzuro, condannato in appello a sette anni per fatti mafia, indossa la divisa del frondista e tira stoccate pesanti a Claudio Scajola che proprio ieri ha annunciato di voler riprendere in mano le redini del Popolo Della Libertà. Il quotidiano della famiglia Berlusconi, invece, benedice e ratifica la scelta dell'ex ministro con il fondo di uno dei suoi maggiori opinionisti. Di giovani però non se ne vedono. La lista degli uomini nuovi, per ora, conta solo impresentabili. Visto che anche Scajola (protagonista nel 2002 di una gaffe su Marco Biagi, definito a poche settimane dall'omicidio per mano delle br un "rompic0glioni che vuole solo la scorta") ora è sotto inchiesta per la costruzione del porto d'Imperia. La procura, infatti, lo ha iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di aver gestito in maniera clientelare la realizzazione della struttura turistica

1 anno e 2 mesi fa
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Magistratura, destra e sinistra: un rapporto difficile

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L'OMBRA DELLA P2 SULLA RIFORMA BERLUSCONIANA DELLA GIUSTIZIA: (LINK: TRAVAGLIO, PASSAPAROLA) http://www.beppegrillo.it/2011/03/passaparola_lun_96/index.html

1 anno e 2 mesi fa
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Magistratura, destra e sinistra: un rapporto difficile

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29- PRODI NON è CADUTO PERCHè MASTELLA ERA INDAGATO, INDAGINI CHE HANNO PORTATO AD UN PROCESSO ANCORA IN CORSO A CARICO DI LUI E DELLA MOGLIE. STESSO DISCORSO PER DEL TURCO NON SCAGIONATO DALLE ACCUSE MA ANCHEGLI A PROCESSO. Leggi anche altro oltre a "libero" e il "giornale".

1 anno e 2 mesi fa
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Magistratura, destra e sinistra: un rapporto difficile

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Malati di mente: Giovedì prossimo arriva la riforma della giustizia. E sarà "epocale", come annuncia il presidente del Consiglio. Ma più che aiutare i cittadini, servirà a bastonare i giudici. Il potere politico, in altri termini, attiva il potere legislativo per colpire il potere giudiziario. Questa, nei fatti, è la "ratio della riforma". Nelle chiacchiere, ancora una volta, l'imperativo categorico è uno solo: confondere l'opinione pubblica. Preparare il terreno, dal punto di vista informativo ed emotivo, non al giusto processo per gli imputati, ma alla giusta punizione per i magistrati. La Struttura Delta sta lavorando per questo. Da giorni il kombinat politico-mediatico del premier frulla nell'apposito network commenti, reportage e servizi sugli "orrori e gli errori delle toghe". Il "senso" l'aveva dato qualche tempo fa lo stesso Berlusconi: per fare i magistrati bisogna essere "malati di mente". Ora tv e giornali cognati eseguono. Titoli: "Fermiamo i magistrati matti", "Stanno usando il processo Mastella per affilare la ghigliottina per il premier". Seguono pagine di inchiesta, nell'ordine, sul "pm che ipnotizza il testimone", la toga al ristorante "che non paga il conto", la "giudice in pelliccia che chiede l'elemosina". Eccoli, finalmente, i veri guai della giustizia italiana. (DI MASSIMO GIANNINI - m.giannini@repubblica.it)

1 anno e 2 mesi fa
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Le pagelle del lunedì

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TRENTA DENARI DI FEDERALISMO http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/03/Disegni-Padania-2.jpg

1 anno e 2 mesi fa
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Magistratura, destra e sinistra: un rapporto difficile

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DALL'ARTICOLO DI LL "Non per scagionare Berlusconi - che se ha commesso reati deve certamente risponderne". QUELLO CHE HA COMBINATO ALLA QUESTURA DI MILANO CON LA TELEFONATA PRO-RUBY, IN QUALSIASI ALTRA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE (MA ANCHE IN GIAPPONE) BASTA E AVANZA (SENZA DOVER PER FORZA PROVARE CHE SIA UN REATO) PER MANDARLO A CASA A PEDATE (AVVIENE IN AUTOMATICO) SENZA DOVER SCOMODARE "IL POPOLO"…

1 anno e 2 mesi fa
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Magistratura, destra e sinistra: un rapporto difficile

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LANDONI MA CHE CAVOLO PROFESSI??? La corruzione dilaga peggio che nel periodo di "mani pulite", il parlamento è farcito di pregiudicati, condannati e indagati (apparteneti a tutti gli schieramenti ma con una decisa maggioranza a destra), ma ancora parliamo di persecuzione giudiziaria dei giudici e magistrati comunisti? Che poi ai suoi elettori specie con l'aiuto delle sue TV e di quelle pubbliche asservite il PDL Berlusconiano riesca a rifilare nel loro cervello percezioni sbagliate è un altro paio di maniche

1 anno e 2 mesi fa
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Amministrative 2011: una poltrona per 10, a Bologna fioriscono i candidati a sindaco

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UNIONE PATACCARI ITALIANI: IL 27 DICEMBRE 2010 È UNA DATA CHE RESTERÀ NEGLI ANNALI DEL GIORNALISMO. QUEL GIORNO “LIBERO” ESCE CON UN SOBRIO TITOLO A TUTTA PRIMA PAGINA: “FINI È FALLITO”. SEGUE EDITORIALE DEL DIRETTORE MAURIZIO BELPIETRO: «GIRANO STRANE STORIE A PROPOSITO DI FINI. NON SO SE ABBIANO FONDAMENTO, SE SI TRATTI DI INVENZIONI O PEGGIO DI TRAPPOLE PER TRARCI IN INGANNO. SE HO DECISO DI RIFERIRLE È PERCHÉ ALCUNE PERSONE DI CUI HO ACCERTATO IDENTITÀ E PROFESSIONE SI SONO RIVOLTE A ME ASSICURANDOMI LA VERIDICITÀ DI QUANTO RACCONTATO… Toccherà ad altri accertare i fatti». I “fatti”, come li chiama lui, sarebbero due. Primo: «Ad Andria c’è chi vorrebbe colpire Fini in una delle sue prossime visite e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro» con «l’impegno di far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio… L’operazione punterebbe al ferimento di Fini… in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito». Il lettore immagina che Belpietro abbia svolto qualche verifica, prima di sbattere in prima pagina una notizia tanto grave. Invece no: «Vero? Falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto… in cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza ». Nel codice deontologico belpietresco, basta che uno non sembri matto e non chieda soldi, e tutto quel che racconta va in prima pagina. Secondo “fatto”: una prostituta emiliana, ovviamente sana di mente e senza scopo di lucro, gli ha raccontato «con una serie di particolari piccanti» di avere svolto «prestazioni» per «un tizio uguale in tutto e per tutto a Fini… in cambio di 100 mila euro in contanti». Anche qui il watchdog bresciano dà una lezione di giornalismo investigativo: «Mitomane? Ricattatrice? Altro? Boh! Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi… Se invece è tutto falso, attentato e pu77ana, c’è da domandarsi perché le storie spuntano in prossimità dello scontro finale tra Fini e il capo del governo». Belpietro è «pronto ad aggiungere qualche altro particolare al magistrato». Infatti le Procure di Milano, Bari e Roma aprono tre inchieste. Fini querela “Libero” e dimostra di non avere in agenda visite ad Andria per il prossimo mezzo secolo. Belpietro finge stupore: «Ho fatto uno scoop, non potevo andare dal magistrato sennò mi leggevo la notizia su qualche altro giornale. Ma ho fatto un piacere a Fini, dovrebbe ringraziarmi ». E ribatte alle critiche dei finiani sparando altri titoloni roboanti: «Invece di ringraziarci i falliti ci attaccano», «I falliti ci vogliono uccidere», «L’armata rossa dei giornalisti finiani spara su Belpietro». Per qualche giorno stampa e tv non parlano d’altro, proprio mentre stanno per chiudersi le indagini su due faccende piuttosto imbarazzanti per Belpietro e Berlusconi: il caso Ruby e il misterioso attentato che il caposcorta del direttore di “Libero” dice di avere sventato. Interrogato a Milano, il giornalista che doveva dire tutto ai pm tace il nome della fonte pugliese, che comunque viene identificata: è un imprenditore di Andria che vota centrodestra. Quanto alla escort, diventa una celebrità, rilascia interviste, millanta tre incontri a pagamento con Fini, ma non porta alcuna prova. Si scopre pure che un tizio ha chiamato il portavoce di Fini per minacciare l’uscita di video compromettenti e offrirsi per levarli dal mercato. Peccato che sia tutto falso: i due vengono indagati per estorsione e la squillo anche per diffamazione. Pure l’attentato a Fini si rivela una patacca: l’imprenditore pugliese confessa che se l’è inventato lui per dimostrare com’è facile rifilare bufale a certi giornali. Missione compiuta. Peccato che sia un reato: almeno per il pm Armando Spataro, che chiede di condannare lui e il direttore di “Libero” con decreto penale per procurato allarme e trasmette gli atti all’Ordine dei giornalisti per valutare la deontologia di Belpietro. Che però è in una botte di ferro: il suo informatore era non solo sano di mente, ma affidabilissimo. Infatti, per spacciare la patacca a botta sicura, si era rivolto proprio a lui.

1 anno e 2 mesi fa