Rassegna stampa estera: Italia, nucleare e Libia


I grossi avvenimenti internazionali delle ultime settimane - il disastro di Fukushima e la guerra nella Libia di Gheddafi - hanno avuto serie ripercussioni sulla vita politica italiana. I quotidiani stranieri non hanno potuto fare a meno di notarlo, e di fornire il loro punto di vista.

Il brasiliano Terra ad esempio considera la situazione nostrana come emblematica di quella europea:

L’Italia è il simbolo di un continente che cerca di camminare verso il futuro tenendo i piedi bloccati nel passato. La guerra in Libia e il fallimento dei tentativi di raffreddare i reattori nucleari danneggiati di Fukushima potrebbero far cambiare gli orientamenti della politica energetica locale

Il Paese è l’unico tra i grandi europei che non produce energia nucleare ed era disposto a tagliare il nastro inaugurale di un impianto tra tre anni. Con il disastro giapponese le certezze si sono trasformate in dubbi. (..) La consapevolezza nazionale è che il Paese ha bisogno di alternative per la produzione di energia. “Produciamo solo il 12% del nostro fabbisogno”, avverte Gian Antonio Stella, autore del libro La Deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio.” (..) Lo scacchiere energetico sfavorevole fa sì che l’Italia sborsi circa 30 miliardi di euro all’anno per importare gas, petrolio e anche energia prodotta dalle centrali atomiche francesi. La bolletta è in rosso per i consumatori: la luce italiana è la più cara d’Europa. Questo è il principale argomento di coloro che auspicano la ripresa del programma atomico nucleare nazionale interrotto nel 1987. (..) I dibattiti fanno presagire urla e tensioni da stadio. “In questo Paese nessun altro argomento scatena passioni come questo”, sostiene Enrico Pedemonte, fisico che si autodefinisce di sinistra, ecologista e nuclearista mai pentito. (..) I due fronti della disputa avranno poco tempo a disposizione per convincere la popolazione. Il prossimo giugno l’Italia affronterà un altro referendum sull’energia nucleare, in cui toccherà nuovamente ai cittadini dire se il Paese deve investire nelle centrali atomiche. A pesare nelle tasche sarà la bolletta della luce, ma c’è anche una componente ambientale: le centrali nucleari non producono gas che contribuiscono all’effetto serra. Di contro rilasciano scorie nucleari – materiale pericoloso e di alto costo di stoccaggio – e il territorio altamente sismico del Paese. Per gli ambientalisti, un terremoto potrebbe devastare immense aree nel caso in cui si ripeta quello che sta accadendo oggi a Fukushima.

In Germania l'autorevole Spiegel ha raccontato il controverso rapporto del nostro paese con il nucleare:

All’ingresso di molti paesi italiani c’è un cartello che lascia spesso perplessi i turisti stranieri. Il cartello dice: “Zona denuclearizzata”. Dal punto di vista giuridico questi cartelli sono privi di valore, ma dal punto di vista politico hanno un alto valore simbolico. Sono relitti degli anni ‘80, quando gli italiani costrinsero i loro governanti ad abbandonare il nucleare. E questo in un periodo in cui tutto il mondo andava nella direzione dello sfruttamento dell’atomo. (..) L’Italia fu così “denuclearizzata”, l’unico membro del club dei paesi industrializzati, allora ancora G7, a rinunciare completamente all’energia atomica per uso civile. Ma se oggi c’è ancora energia elettrica in Italia, è perché vengono importante ingenti quantità di elettricità prodotta nelle centrali atomiche, soprattutto francesi. (..) Poiché però in Italia gli esperti non hanno sviluppato alternative efficaci ed economiche alla produzione di energia nucleare, a parte un paio di centrali a metano o gas qua e là, il paese deve importare oggi circa il 70% del suo fabbisogno energetico. Questo costa ogni anno 60 miliardi di euro. Il governo Berlusconi intendeva mettere fine a questa situazione, e per farlo due anni fa decise di cancellare la moratoria sull’atomo. (..) La popolazione ha subito lo storico cambio di direzione così, senza grandi proteste. La maggior parte non crede comunque che alla fine se ne farà granché – non così in fretta almeno. Anche se finora sui media non si sono viste dimostrazioni di massa o aspri dibattiti, il progetto del governo di Roma ha incontrato contrarietà in tutta Italia – per il momento ancora silenziose, ma forti. Per esempio quasi tutte le 20 regioni italia si sono dette contrarie ai piani nucleari. Nessuna vuole avere un reattore nucleare sul suo territoro (..). Le possibilità che il governo di Roma possa avere la meglio su questo fronte di opposizione appaiono scarse, soprattuto se si pensa all’esito di altri grandi progetti. Nonostante diversi tentativi il governo non è riuscito a creare un piccolo deposito per le scorie nucleari prodotte della centrali prima dell’abbandono dell’energia atomica. Le proteste locali hanno bloccato tutte le iniziative. Le pericolose scorie radioattive sono ancora stipate in depositi in modo provvisorio. Non è stato possibile costruire neppure un inceneritore in Campania, estremamente necessario.

In Olanda NRC Handelsblad ha pubblicato un articolo di Hein de Haas (ricercatore presso l’International Migration Institute dell’Università di Oxford), molto critico verso la gestione italiana della presunta "emergenza immigrati" provenienti dalla Libia:

Dove sarebbero le centinaia di migliaia di africani scappati dalla Libia per cercare rifugio in Europa? Non sono arrivati. L’idea che i migranti vorrebbero o potrebbero imbarcarsi in massa in Libia su piccoli pescherecci diretti verso l’Europa è basata su un errore di valutazione sin dall’inizio. Quest’idea parte dall’errato presupposto che gli oltre due milioni di migranti in Libia fossero in viaggio verso l’Europa. La Libia, ricca di petrolio, è invece principalmente un punto d’arrivo. Dopo lo scoppio delle violenze in Libia è diventato chiaro che quasi tutti i migranti vogliono tornare a casa. Almeno 300.000 egiziani, europei, turchi, cinesi e bengalesi si sono diretti verso i loro Paesi di provenienza nel corso delle ultime settimane. (..) Nelle scorse settimane, i politici europei hanno speculato ampiamente sulla migrazione di massa a cui andremo incontro. Il Ministro degli Interni italiano Maroni ha persino messo in guardia contro un esodo di proporzioni bibliche. Geert Wilders ha sottolineato che l’Olanda deve chiudere le porte alle masse di profughi provenienti dalla Libia. A questo proposito i politici vengono aiutati dai media, che tendono a interpretare ogni drammatica immagine di barchetta da pesca stipata di migranti come avvisaglia di un esodo africano. L’insieme di tutto questo crea la sensazione di una minaccia, del ‘pericolo nero’, uno tsunami delle migrazioni. Questa sensazione di ondata travolgente non è però basata su alcuna conoscenza di fatto. L’esodo dalla Libia viene confuso con la normale migrazione via mare dal Nord Africa al Sud Europa, che ha luogo già da più di vent’anni. Nelle ultime settimane circa settemila migranti, soprattutto tunisini, sono sbarcati sull’isola italiana di Lampedusa. Probabilmente ne seguiranno degli altri, favoriti dal rilassamento dei controlli da parte delle autorità tunisine. (..) La fomentazione della paura di un’invasione di migranti è in parte dovuta a una spaventosa mancanza di conoscenza dei fatti, ma sembra anche far parte di una consapevole strategia elettorale. La creazione di un immaginario dell’invasione rientra perfettamente negli schemi di una nuova generazione di politici europei che, dopo la fine della Guerra Fredda, è riuscita a definire “l’immigrazione (di massa)”, il problema centrale dei nostri tempi. Paura delle migrazioni e paura dell’Islam vanno spesso perfettamente a braccetto, inoltre sono un efficace rimedio per distogliere l’attenzione dai problemi interni. In Italia, per esempio, la proclamazione dello stato d’emergenza per le migrazioni è stata sia una conveniente manovra per distrarre l’attenzione dagli scandali a sfondo sessuale del governo Berlusconi che un modo per ottenere ulteriori aiuti finanziari dalla UE.

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