Ore 12 - I 96 anni del "giovane" Pietro Ingrao

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Sono 96 gli anni di Pietro Ingrao, e ben portati, splendidamente portati nel corpo e nella mente. Voleva la luna, voleva il comunismo planetario come disegno culturale ma tutto italiano come progetto politico.

Ingrao è stato per molti anni l’altra faccia della medaglia del PCI, lui da una parte e Giorgio Amendola, più anziano, dall’altra. La sinistra e la destra del partito. Nel mezzo, al “centro”, il segretario: Togliatti, poi Longo, Berlinguer, Natta.

Ingrao è quello che fa de l’Unità – come dice Emanuele Macaluso - “il volto stesso del partito, il suo modo di essere” ed è il direttore che sui tragici fatti d’Ungheria titola: “Da una parte della barricata”, parteggiando per i carri armati sovietici che uccidono gli operai comunisti.

Sul primo centro sinistra, il primo grande scontro interno, con Togliatti che vede la nuova formula di governo (con DC e Psi insieme) una “trincea più avanzata per le riforme” e con Ingrao che bolla come “tentativo pericoloso di modernizzazione capitalistica”.

Dopo la morte di Togliatti, Ingrao giudica il nuovo segretario Longo, inadeguato, “di transizione” e diventa l'iceberg degli "scontenti" al centro e in periferia.

Non c’è dubbio che Ingrao fu il più impegnato e testardo a ricercare “vie nuove” da imboccare come PCI e sinistra di fronte ai grandi mutamenti nazionali e internazionali sociali, politici, culturali. Ingrao era intellettuale finissimo ma forse sottovalutò la dimensione della politica, dei partiti e dei rapporti politici.

Ma il suo “idealismo”, il suo “utopismo” furono importanti per non lasciare il PCI fuori dal ‘68 e anche dopo. A Ingrao, uomo di grandi intuizioni e di grandi errori, va dato il merito di avere posto il nodo di fondo del PCI, la democrazia interna del partito. Cioè la legittimazione di maggioranza e minoranza “ufficiali” che mai vennero approvate.

Al Congresso del 1966, la questione svanì, Ingrao fu battuto e quasi … epurato. Chi lo aveva difeso fu “esiliato”, come Berlinguer, finito alla segreteria regionale del Lazio.

E oggi? Il vecchio Pietro è lucidissimo. Bruno Gravagnuolo lo intervista per l’Unità: Sulla Libia: “Ci sono guerre e guerre. Non dico no alla guerra sempre”. E su Berlusconi: “Il Cavaliere tiene perché l’opposizione è confusa, divisa, imbambolata. Ci vuole un nuovo soggetto collettivo, una azione collettiva fatta di diversi attori in campo, uniti per dare forma e carattere a una linea condivisa”.

Ingrao ce l’ha col moralismo antipolitico: «Costruire un attore politico è ben diverso dal puro indignarsi. E che per combattere l’avversario, quell’attore ci vuole! Non solo per combatterlo, ma per dividerlo. Per dividere il suo blocco sociale, e costruirne uno proprio, vincente». Già. Tanti auguri, vecchio caro Pietro! Campassi altri cent’anni!

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