Bombe sulla Libia: un pasticcio tutto italiano


Vediamo di aprire un sacrosanto dibattito sulla questione dei bombardamenti italiani in Libia, visto che per opportunità il mondo politico se ne infischia, limitandosi a sottolineare soltanto ciò che fa comodo (a sinistra le divergenze tra Lega e Pdl; a destra l'incoerenza di un Pd improvvisamente filobellicista.)

Chissenefrega delle beghe di palazzo. Domandiamoci invece cosa è giusto fare, una volta tanto, e non quel che porta voti o meno. In Libia è in corso una guerra civile in cui non è possibile non schierarsi, soprattutto per un paese limitrofo come il nostro. Inevitabilmente l'esito della crisi porterà delle conseguenze, ed è questo il momento di scegliersi la parte, perché quando tutto sarà finito sarà troppo tardi.

La parte non può ovviamente essere Gheddafi, con cui obtorto collo è stato giusto dialogare finché era il capo riconosciuto, ma che resta il dittatore sanguinario che è sempre stato, con un solo grande pregio: aver bloccato l'espansione del fondamentalismo, essendo di fatto uno dei rari leader laici del mondo arabo.

Di conseguenza la scelta è fatta: bisogna stare coi rivoltosi, aiutandoli a prevalere e instaurando una giusta e utile amicizia futura con un paese indissolubilmente legato all'Italia da motivi storici e di politica energetica generale.

Ciò stabilito, come fare per aiutarli a vincere? Ovviamente non è più possibile agire come ai tempi delle grandi guerre, quando si sbarcava con un contingente di terra "invadendo" paesi terzi. E purtroppo la soluzione di comodo di mandare un paio di aerei a lanciare delle bombe mirate "solo perché ce lo hanno chiesto e non potevamo dire di no" non è tanto distante dalla precedente per miopia e stupidità intrinseca.

Per tacere del vezzo tutto berlusconiano di prendere decisioni così importanti da solo, fregandosene degli alleati di governo, ma questo è un altro, vecchio discorso.

La soluzione invece è puramente politica, e ancora una volta tocca dire a malincuore che la Francia ci ha insegnato una grande lezione. Bisognava schierarsi con grande decisione da subito, rendendo chiaro da che parte stiamo, invece di affermare che si provava dispiacere personale per la situazione del Raìs (Silvio dixit).

A quel punto sì che le successive iniziative (consiglieri militari d'appoggio, incursioni aeree e quant'altro) sarebbero state giustificate da un afflato ideal-consequenziale, risultando più comprensibili all'opinione pubblica.

E poi è mai possibile che nessuno abbia pensato di utilizzare la nostra Marina militare in una crisi come questa? Ma che cosa le manteniamo a fare le nostre navi? E' ovvio che la prima cosa da fare approfittando dello stato di guerra, era prendere tutte le unità navali disponibili e schierarle sul limitare delle acque territoriali libiche per rimarcare il nostro peso politico e geografico, ma anche per controllare e arginare sul bagnasciuga il fenomeno dei barconi di clandestini e disperati.

Proprio in questo la Lega che ora strepita, magari anche giustamente, è stata inerte. E la colpa è proprio del pacifista Maroni e delle sue incomprensibili normative buoniste in stile permessi provvisori, giustamente stigmatizzate dai furbi, ma concreti francesi.

Impariamo dai nostri cuginetti d'Oltralpe una volta tanto cosa significa fare politica estera.

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