Prove INVALSI: cosa sono e perché gli insegnanti le boicottano


Chiunque abbia un parente nella scuola dell’obbligo probabilmente già conosce le cosidette “prove INVALSI”, ossia i test standardizzati nazionali per la rilevazione degli apprendimenti che vengono somministrati a maggio nelle seconde e quinte elementari, prime e terze medie e, da quest’anno, anche in tutte le seconde superiori.

Contro i test, il loro significato e il loro scopo si crea ogni anno una bagarre con infinite polemiche da parte di insegnanti e genitori, con le motivazioni più varie. I genitori temono che questa prova “valuti” in qualche modo i loro figli e che di questa valutazione venga tenuta traccia a livello statale.

Gli insegnanti, dal canto loro, temono invece che la valutazione degli studenti sia un primo passo verso differenziali salariali basati sui risultati delle classi o delle scuole. Altri ancora invece temono invece che le analisi condotte sui risultati degli studenti vengano utilizzate per introdurre non differenziali salariali tra docenti ma differenziali di risorse tra scuole, tra province o tra regioni del paese.

Un riassunto significativo delle rivendicazioni dei docenti “arrabbiati” è fornita dal blog del “Coordinamento Precari Scuola”:


ciò che è inaccettabile è la logica sottesa a questa operazione: essa rientra infatti nel più generale progetto di drastica riduzione degli investimenti nella formazione per cui, progressivamente, potrebbero avere diritto ad un qualche finanziamento del Ministero solo quelle scuole che raggiungeranno risultati soddisfacenti in questo tipo di prova (e di conseguenza, vedranno reintegrare quella quota di salario sottratta dalla probabile cancellazione degli scatti di anzianità solo quei docenti che potranno vantarsi “meritevoli”, cioè le cui classi saranno in grado di superare brillantemente i test). In tal modo quindi, prima si effettuano dei sostanziosi tagli all’istruzione pubblica, poi, per rendere ideologicamente accettabile questa politica, si scarica la responsabilità sulle scuole e i docenti, colpevoli di non produrre “successo formativo”, cioè superamento delle prove ministeriali, e meritevoli di fondi ed incremento salariali solo quando ciò avvenga.

I boicottaggi, espliciti o nascosti (ad esempio lasciando copiare gli studenti o dettando direttamente le risposte), non sono infrequenti, come rileva un rapporto INVALSI ampiamente dibattuto dai media. Repubblica ad esempio riassumeva così la situazione nell’agosto 2009:

Gli studenti meridionali sono i più bravi d'Italia. Anzi, no: sono i più scarsi perché, nel compilare il test nazionale, hanno copiato o i prof li hanno aiutati. E' questa la prima lettura del report appena pubblicato dall'Invasi (l'Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico nazionale) sul test a carattere nazionale, che gli studenti di terza media hanno compilato durante l'esame finale di giugno.

In realtà, nella maggior parte dei paesi occidentali, le scuole convivono pacificamente con la rilevazione degli apprendimenti su base nazionale o regionale da molti anni. Il fatto che l’Italia, all’alba del nuovo secolo, si sia finalmente dotata di un sistema di rilevazione degli apprendimenti degno di una democrazia occidentale non può che essere salutata con favore. Perchè allora da noi si solleva la solita “cagnara”? Ma, soprattutto, a cosa servono i test?

Come spiega con chiarezza il professor Alberto Martini in un articolo su La Voce, i test standardizzati sono un ottimo strumento di diagnostica dei mali e delle carenze del nostro sistema formativo. L’evidenza empirica che portano permetterebbe, in un paese normale, di poter discutere di riforme, interventi e bisogni in maniera serena e guidata da un interesse al di sopra di tutti gli altri: migliorare la scuola italiana.

Allo stesso tempo, va ribadito quel che i test NON fanno e non potranno mai fare. I test NON possono sostituire la valutazione fatta dai docenti del singolo studente e i test non possono valutare da soli l’operato del singolo docente o dirigente.

Non valutano il singolo studente perchè questo lo fa già la scuola nella sua routine quotidiana. Non valutano il singolo insegnante o dirigente, per un ampio insieme di ragioni: in primis, perchè non è questo il loro scopo; poi perchè si tratterebbe di una valutazione incompleta (si valuterebbero solo gli insegnanti di italiano e matematica).

Infine, la valutazione possibile con un singolo test sugli studenti solleverebbe problemi metodologici insormontabili, se si volessero inferire informazioni attendibili sull’efficacia di un singolo insegnante. Infatti gli studenti non sono esposti solo all’influenza dei loro insegnanti nell’apprendere, ma anche a fattori ambientali e familiari, che contano assai più che del singolo insegnante e che non sono controllabili a dovere con una singola rilevazione sugli apprendimenti.

I timori per un utilizzo dei dati a scopi di differenziare i salari dei docenti, più volte e da più parti espressi, sono quindi del tutto infondati: si ricorda che, al fine di valutare i docenti, è stato avviato un progetto ministeriale in cui i test sono una parte della strumentazione di valutazione impiegata. Per inciso, l’opposizione di scuole e docenti è stata intensa e ha molto ritardato l’avvio della sperimentazione.

Ma quindi perchè ogni anno si crea questo bailamme incredibile attorno alla valutazione? Martini e Romano, in un altro articolo pubblicato recentemente su L’Indice della scuola, sottolineano che gran parte della confusione deriva dalla molteplicità di significati della parola “valutazione”: questo vocabolo viene utilizzato per un’ampia gamma di accezioni, molte delle quali fuori luogo quando si parla di test standardizzati di apprendimento. In quest’ultimo caso, per valutazione si intende misurazione. Misurazione degli apprendimenti degli studenti per una corretta diagnostica delle carenze del sistema di istruzione italiano.

Vi sono poi altre ragioni che contribuiscono a generare confusione: la generale l’estraneità alla cultura della valutazione del nostro Paese, permeato invece (soprattutto nel mondo dell’impiego pubblico) di una diffusa ideologia egualitaria. Ma anche le strumentalizzazioni in anni recenti di tale questione da parte del ministro Brunetta e del ministro Gelmini non hanno fatto che peggiorare il clima rispetto alla valutazione e mettere in allarme il mondo della scuola.

Infine, nonostante in questi anni l’INVALSI abbia curato molto la parte relativa alla comunicazione degli scopi delle rilevazioni, da molti docenti l’Istituto viene ancora visto come un’entità distante calata sulle scuole come un’imposizione (e un ulteriore carico di lavoro) dall’alto: ed essendosi “in alto” avvicendate in questi anni due delle ministre meno popolari nel mondo scolastico negli ultimi cinquant’anni, Moratti e Gelmini, la reazione può non essere positiva.

Si ringrazia Giovanni Abbiati per la collaborazione alla stesura dell'articolo

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