Esteri, Bin Laden ucciso: fine di un epoca?

Cala il sipario su Osama Bin Laden. A quasi dieci anni dall’Undici settembre e dall’inizio della “guerra al terrore”, esce di scena l’uomo che è stato origine e causa di un evento che ha cambiato completamente il mondo in cui viviamo.

Dopo Slobodan Milosevic e Saddam Hussein, è uscito di scena uno degli ultimi grandi cattivi del decennio. Per molti era diventato un fantasma, una sorta di super – villain da romanzo d’appendice, introvabile e sempre pronto a sfuggire a chi gli dava la caccia. Dopo i primi anni Duemila i suoi proclami video si erano progressivamente diradati, lasciando spazio a messaggi audio sempre meno frequenti, tanto che si erano diffuse le congetture sulla sua malattia e i primi dubbi sul fatto che fosse ancora vivo, rafforzando di fatto l'alone di mistero intorno alla sua figura.

Mentre si moltiplicano le reazioni della politica e delle cancellerie internazionali, proviamo a fare alcune considerazioni a caldo. La prima è che l’uccisione di Bin Laden avviene in un contesto storico in cui la popolarità del fondamentalismo islamico tra le masse arabe è a livelli molto più bassi rispetto a quella di dieci anni fa...

Sono stati versati i canonici fiumi d’inchiostro sul fatto che la “primavera araba”, che ha contagiato Africa del Nord e Medio Oriente, non ha tra le sue parole d’ordine slogan anti-occidentali o richiami al califfato. Gli shebab, i giovani che sono scesi in piazza e hanno dato vita alle rivolte di Tunisia ed Egitto, chiedono democrazia, un miglior tenore di vita e meno corruzione. E, soprattutto, usano il web per accedere a social network e condividere le proprie istanze, non per scaricare video o proclami fondamentalisti da siti legati ad Al Qaida.

Si potrebbe discutere ore sul perché i giovani mediorientali abbiano voltato le spalle ai deliri dei fondamentalisti. Un’analisi del genere richiederebbe ben più di un post, ma è facile constatare che la Jihad proclamata da Al Qaida e dai gruppi affiliati non ha contribuito a migliorare in alcun modo le condizioni di vita della maggior parte degli abitanti dei paesi islamici.

Ha contribuito invece a peggiorarle di molto, fornendo pretesti per guerre d’invasione come in Afghanistan ed Iraq e rendendo popolare nel resto del mondo il facile stereotipo “musulmano uguale terrorista”: uno stereotipo che sarà difficile cancellare per molti anni a venire.

Seconda considerazione. Il fortino di Bin Laden era in Pakistan, a circa 150 km dalla capitale Islamabad. Un fatto che, da solo, è sufficiente per confermare i legami tra i servizi segreti pachistani (il famigerato ISI) e Al Qaida.

Già era noto come la nascita e l’addestramento dei Taliban fosse stato sponsorizzato da Islamabad. Sapere che il leader della “rete del terrore” dormiva i suoi sonni a due ore di auto dalla capitale di uno Stato formalmente alleato degli Usa non può che far sorgere dubbi sull’efficacia della politica estera fino ad oggi condotta da questi ultimi. O, per lo meno, sulla scelta dei loro alleati.

Terza considerazione: c’erano alternative al modo in cui è stata condotta l’operazione? Bin Laden è stato ucciso durante uno scontro a fuoco o è stato sommariamente giustiziato? La voglia di vendetta è comprensibile, ma gli Stati non dovrebbero ispirarsi alla vendetta nel trattare gli affari internazionali. E’ stato processato Saddam. E sono stati processati i gerarchi nazisti che avevano scatenato la Seconda Guerra Mondiale e sterminato sei milioni di ebrei.

Si poteva restare fedeli a quei principi occidentali (democrazia e stato di diritto) che si dice di difendere. Si sarebbe comunque fatta giustizia. Gli uomini che hanno istituito il processo di Norimberga alla fine della Seconda Guerra Mondiale non erano pacifisti o idealisti: erano persone pragmatiche, consapevoli del fatto che condanne sommarie avrebbero fatto perdere legittimità ai vincitori del conflitto e al senso stesso di quelle condanne. Un pragmatismo che oggi sembra essere mancato, come dimostra anche il pasticcio della salma gettata frettolosamente in mare e che rischia di accendere solo ulteriori odi e polemiche.

E adesso? E’ davvero finita un’epoca? Ci saranno ritorsioni con nuovi attentati per vendicare la morte di Bin Laden? Gli Stati Uniti leveranno le tende dall’Afghanistan ora che il pretesto per l’invasione è venuto meno? Domande, a cui, per ora è difficile dare risposta. Quello che è certo è che un singolo evento non può portare indietro l'orologio della storia.

L’Undici settembre aveva spezzato brutalmente i sogni di spensieratezza e “fine della storia” in cui l’Occidente si era cullato dopo il crollo del muro di Berlino e dell’URSS: una vacanza durata una decina d’anni, al termine della quale ci siamo trovati proiettati nell’incubo della guerra permanente. Un incubo dal quale, anche dopo la morte di Bin Laden, sarà difficile svegliarsi in tempi brevi.

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