Sciopero generale Cgil, luci (poche) e ombre (molte)

Non cancellare i diritti, difendere il lavoro dagli effetti della crisi economica, denunciare le «scelte depressive» del governo e rilanciare l'occupazione: è su queste parole d'ordine che la Cgil fa oggi lo sciopero generale, con manifestazioni in oltre 100 piazze d'Italia.

E’ il quarto sciopero sotto il governo Berlusconi. Di fatto, è uno sciopero politico, più contro il Governo che contro il padronato. Mai in Italia l’attacco al lavoro, ai diritti, alle regole, alle conquiste storiche dei lavoratori è stato portato avanti dall’esecutivo nazionale, cui non va lesinata la critica per la mancanza di riforme e anche per l’incapacità di operare per contribuire alla ricomposizione dell’unità sindacale.

La Cgil porta pesanti responsabilità e ritardi, gravata da logiche di chiusura e di stampo ideologico imposte dal complesso della difesa dello status quo (specie nel pubblico impiego) e dal vetero operaismo della Fiom.

Comunque, al centro della mobilitazione odierna c’è una piattaforma rivendicativa formata da dodici proposte che ruotano intorno ai temi del fisco e del lavoro. Fisco come strumento di giustizia sociale, lavoro come via per la crescita. Le 12 «buone ragioni» per lo sciopero generale riguardano, in particolare, gli ammortizzatori sociali, un fisco giusto, la lotta all'evasione fiscale, una nuova politica industriale e il rilancio degli investimenti.

Si chiede di puntare su formazione e ricerca, di costruire un welfare capillare e di qualità, adeguare il livello delle pensioni. Si punta alla difesa delle categorie più colpite dalla crisi: dai precari agli studenti, alle donne. Poi la richiesta di alzare il livello di democraticità interna dei luoghi di lavoro. Infine una nuova politica di accoglienza dei migranti e un federalismo equo. Tutto qui? No.

C’è sul tappeto la crisi del sindacato, che è diviso come non mai, perché, soprattutto, c’è una crisi della democrazia interna che investe tutte le organizzazioni, Cgil compresa. Il sindacato, Cgil in testa, hanno limiti e contraddizioni inaccettabili, dove settarismo, burocraticismo, pan sindacalismo, affarismo si mischiano a non finire. Così il sindacato è strumento di conservazione e non di innovazione.

Ma in Italia non può esserci una divisione di compiti fra partiti e sindacati, che riservi ai primi i temi di indirizzo generale e confini i secondi in un rivendicazionismo fine a se stesso.

E’ merito della particolarità del sindacato italiano, della Cgil-Cisl-Uil degli anni passati, aver posto problemi generali di sviluppo economico riformista, nel quadro di una politica di riforme e di programmazione. Bisogna ritrovare quella strada, per rimettere al centro il lavoro come volano di sviluppo e fare tornare protagonisti responsabili i lavoratori.

Mai come oggi l’Italia ha bisogno di riforme, di innovazione, di serietà, di severità e coerenza da parte di tutti: governo, istituzioni, partiti, padronato, imprenditori, sindacati, lavoratori. A parole, tutti concordano, ma poi mancano i fatti conseguenti. Il Paese non ha solo bisogno di un nuovo modo di governare: ha bisogno di un nuovo modo di vita, un modo nuovo di ripensare se stesso: va rivoltato come un calzino.

Lo sciopero generale non è il toccasana dei mali del Paese, anzi! Ma senza partecipazione democratica e senza consenso popolare non si va da nessuna parte. L’alternativa del “Ghe pensi mi” è la scorciatoia che sta portando l’Italia in un vicolo senza uscita.

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