Prove INVALSI 2011: critiche e dubbi, le risposte punto per punto


Le Prove Invalsi 2011 per la scuola primaria, media e superiore si stanno effettuando proprio in questi giorni, accompagnate immancabilmente da un'intenso fiorire di polemiche e critiche. Sulla rete ad esempio hanno fatto molto rumore due post di madri di San Remo, preoccupate rispetto allo scopo e all’utilità della test (li trovate qui e qui).

Come abbiamo scritto in un post che spiega cosa sono le Prove Invalsi qualche giorno fa, il fronte del no alle prove è abbastanza trasversale, e coinvolge frange di genitori, docenti e dirigenti scolastici. Ma non solo: anche dal mondo politico, sindacale e giornalistico vengono sollevate perplessità.

Sul Fatto Quotidiano di ieri ad esempio, un articolo significativamente intitolato “Prove Invalsi: principio giusto, metodo errato” ha espresso opinioni molto critiche verso il test, accompagnato da un pezzo che ha raccontato le perplessità della CGIL e dell’Italia dei Valori. Tutte queste critiche denotano una positiva attenzione verso il mondo della scuola, troppo spesso chiamata agli onori delle cronache unicamente per episodi negativi. Tuttavia molti dei dubbi e delle paure che le alimentano sono fondate su informazioni errate.

Per questo motivo proviamo oggi su polisblog a rispondere punto per punto alle domande e alle critiche espresse sia dalle madri che dal Fatto Quotidiano negli articoli sopra citati, che sono un buon campione di quelle che circolano nel mondo della scuola in questi giorni:

"Le prove INVALSI costano troppo, proprio in un momento in cui alle scuole vengono tagliati i fondi!"

E’ vero: questo è un periodo di estremi tagli alla scuola. Che sarebbero secondo il ministro bilanciati da un surplus di risorse destinate alla valutazione. A ben guardare, però, gli 8 milioni destinati all’INVALSI sono poca cosa di fronte agli 8 miliardi di tagli. Tenendo conto del bilancio totale del MIUR, l’INVALSI occupa circa tra lo 0,01 e lo 0,02 del bilancio, come spiega l’ex-direttore dell’INVALSI, Piero Cipollone, ne l’Indice della scuola. Verosimilmente, risparmiando questi 8 milioni di euro non sarebbe stato assunto neanche un precario.

"Che bisogno c’è di “valutare” i nostri figli? Come si fa a pensare a un test unico per zone tanto diverse del paese, e per scuole tanto diverse (ad esempio licei e istituti professionali)?"

Il problema principale, come si è detto nel precedente post sulle Prove Invalsi 2011, è la polisemia del termine valutazione. Nel caso di questo test valutare significa “misurare”. Per misurare è imprescindibile che le varie misure ottenute nelle diverse scuole e diverse zone del paese siano in qualche modo comparabili. E non dovendo “valutare” gli alunni nel senso scolastico del termine, poco importa che lo stesso test sia dato a extracomunitari, licei, ragionerie, ecc. Anzi, proprio la disponibilità di un test standardizzato unico permette di operare confronti sincronici e diacronici per evidenziare falle, miglioramenti, disuguaglianze. Il voto scolastico lo dà il docente, che nel corso dell’anno segue l’alunno e la classe ben consapevole del contesto sociale e degli specifici problemi e possibilità di ognuno. Questo, è opportuno ricordarlo, il test non lo può fare e non intende farlo.

"I test contengono gravi violazioni della privacy, si informano sul background familiare dello studenti!"

In realtà non c’è pericolo: in nessun test si chiedono il nome e cognome degli studenti, che sono protetti tramite un codice numerico. Lo stesso avviene per la scuola e per la classe. Le norme sulla privacy a cui devono sottostare i test e il personale dell’INVALSI in caso di visione o pubblicazione dei dati sono molto stringenti. Per quanto riguarda la rilevazione del background familiare, si tratta di una variabile assolutamente fondamentale per chi studia la scuola. Perchè? E' molto semplice: una scuola che, ad esempio, portasse al successo scolastico solo i figli di laureati, bocciando tutti gli altri, non farebbe altro che riprodurre nella generazione successiva le disuguaglianze della precedente. E questo non è quello che una scuola democratica (che voglia dare le stesse possibilità a tutti) dovrebbe fare. I testi INVALSI si propongono di portare allo scoperto questi problemi, per cominciare a pensare a come risolverli. E' ben strano invece che la CGIL, l'IdV e Il Fatto Quotidiano, che dovrebbero tenere in grande considerazione il principio di uguaglianza tanto caro alla sinistra, mostrino scarsa conoscenza e sensibilità nei confronti di questi fatti basilari.

"Con i test standardizzati aumenterà ulteriormente il divario tra zone del paese e gruppi sociali: sappiamo già quali sono i mali della scuola italiana, senza il bisogno di test"

Non è chiaro come: avere dei test serve a possedere un’informazione scientifica sullo stato reale del paese senza ricorrere a informazioni impressionistiche derivanti da articoli di giornale più o meno parziali, da intenti politici o da mode del momento. Anche perchè le narrazioni sui mali esistenti sono molte, come si è visto in questi ultimi anni, e affidarsi a una o all’altra diventa una scelta ideologica e politica. Il male della scuola sono i tagli? Gli sprechi? La disciplina? La meritrocrazia? Ognuno ha la sua. Il possesso di dati, restituiti alle scuole sotto forma di medie (e non di risultati per studente), fornisce agli istituti informazioni preziose per conoscere lo stato di salute degli apprendimenti dei propri studenti in prospettiva comparata, senza far ricorso a generiche “impressioni” e poter meglio destinare le risorse. I test sono quindi un ottimo strumento di diagnostica, che permette confronti nel tempo e tra aree geografiche per poter evidenziare lacune, trend, lanciare allarmi, stornare finanziamenti dove è più alto il bisogno.

"E’ vero che negli altri paesi si fanno i test, ma la scuola italiana non è pronta: abbiamo già tanti problemi che conosciamo e, comunque, non abbiamo la cultura per farli"

Questa critica è curiosa e si può leggere anche così: dato che non siamo un popolo pronto ad accettare dei risultati, preferiamo rimanere nel nostro brodo dato che, in fondo, tutto sommato ci stiamo bene. Non è il primo anno che in Italia si fanno i test. E in ogni caso non si capisce quando dovremmo essere pronti ad allinearci ai “paesi civilizzati” che già li fanno. O cosa aspettare. Questa versione "culturalista" dell'inopportunità di fare dei test ci offre l’immagine di una scuola fatalista, immobile e immutabile nei suoi difetti con cui non siamo affatto d’accordo. Probabilmente è un atteggiamento come questo il primo risultato di diagnostica che hanno fatto emergere, in maniera indiretta, i test INVALSI.

Si ringrazia Giovanni Abbiati per la collaborazione all'articolo

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