Di Pietro o Vendola, la dura scelta del Pd


Che Berlusconi sia in crisi è assodato, che il cosiddetto berlusconismo sia finito, ancora da vedere. Quel che è chiaro però è che il partito faro del centrosinistra non può più permettersi di rimanere seduto su un'opposizione da niet tanto comoda quanto inconcludente.

Ha ragione da vendere Di Pietro quando incalza il Pd e gli chiede una presa di posizione, o perlomeno uno straccio di visione strategica per un futuro che molto probabilmente vedrà il centrosinistra al governo.

Vendola o Di Pietro, questo l'interrogativo da sciogliere e che Bersani, nella sua ottica non-decisionista ha rinviato sine die. Ma va detto che prendere posizione non è affatto semplice e per due buone ragioni. La prima, fondamentale, è che se non si riesce a ficcare nella stessa coalizione entrambi allo stato delle cose con ottime probabilità si perde.

La seconda si biforca in due scenari, uno di opportunità, l'altro di deriva estremista. Il primo riguarda il futuro post-berlusconiano dell'Idv. Che senso ha questo partito una volta scomparso dalle scene il Cavaliere? Intanto non è una forza politica di sinistra, e già questo è un bel problema. Poi potrebbe dissolversi nel nulla, e dunque perché i vertici del Pd dovrebbero tenerlo in vita artificialmente facendogli un secondo regalo dopo quella della ben nota alleanza di qualche anno fa che impedì all'ex-magistrato di scomparire sotto la soglia di un quorum quasi impossibile da raggiungere?

Capitolo Vendola. Non è un mistero che Nichi ambisca a diventare il leader maximo del centrosinistra, e questo ai vertici del Pd fa una paura fottuta. Ma il problema principale è rappresentato dallo spostamento estremista dell'asse ideologico dell'alleanza. E' vero, a Milano la cosa ha pagato, ma in chiave nazionale davvero da Bolzano a Palermo l'elettorato accetterà un polo così sbilanciato?

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