Statuto dei lavoratori e riforma del mercato del lavoro. L'attacco del Governo

Statuto dei lavoratori e riforma del mercato del lavoro

Anche lo statuto dei lavoratori e il mercato del lavoro sono nel mirino del Governo che - per rispondere alle richieste della Bce - si prepara a mettere mano a quella che dovrebbe essere una riforma radicale. E' il terzo dei quattro pilastri di Tremonti, insieme al pareggio di bilancio in Costituzione e alla manovra anticipata. Ed è un pilastro che rischia, senza mezzi termini, di ridurre al minimo i diritti garantiti per i lavoratori. E di smantellare e rimodellare in ottica neoliberista tutto il mercato del lavoro italiano. Idee che Tremonti & co. portano avanti da tempo. La crisi e le richieste dell Bce diventano occasione per applicarle. E' l'esasperazione del concetto di stato d'emergenza: si attuano tutte le misure d'urgenza possibili, derivanti dalle condizioni di urgenza - come se poi questa situazione non fosse davvero prevedibile - per limitare e ridurre diritti e imporre misure che, per approdare nell'ordinario, avrebbero richiesto molto tempo. O forse sarebbero fallite. Ma vediamo il dettaglio.

Lo statuto dei lavoratori

Con il termine statuto dei lavoratori, che ha superato i 40 anni d'età, ci si riferisce legge n. 300 del 20 maggio 1970. Una legge che, come tutto ciò che invecchia - anche la Costituzione subisce il medesimo attacco da tempo - dovrebbe essere rimaneggiata, secondo questo Governo. L'11 novembre 2010 il Ministro Sacconi inviò alle parti sociali una bozza per modificare lo Statuto dei lavoratori, che avrebbe dovuto chiamarsi Statuto dei lavori. Le parole sono importanti. Oggi la rilancerà.

Le modifiche: lo Statuto dei Lavori

Esattamente come nell'idea di qualche mese fa, ci saranno due principi fondamentali, nella riforma.
Che si riassumono così: licenziamenti più facili e maggior spazio alla contrattazione aziendale.

La bozza di Sacconi è composta di due articoli. Il primo contiene una delega al Governo, che dovrebbe poter "razionalizzare e semplificare" il diritto del lavoro e ridurre almeno del 50% la normativa vigente anche con abolizione delle norme risalenti nel tempo.
Questo, traducendo dal politichese, significa in particolare una cosa: meno diritti garantiti ai lavoratori. Perché se un nucleo fondamentale di diritti resta garantito (e ci mancherebbe altro) il resto è affidato alla contrattazione con le parti sociali. Quindi, alla fantasia e al vento politico del momento.
Nella seconda parte della bozza Ddl ci sono le politiche attuative della delega.

Con poteri alle aziende di imporre a tutti i sindacati la validità del contratto se firmato dalla maggioranza dei sindacati stessi. E con la possibilità per le aziende di modificare i contratti nazionali, gli orari, la prestazione lavorativa, l'organizzazione del lavoro, se ci sono situazioni di crisi (quindi, proprio adesso, per esempio) o se è necessario per lo sviluppo economico-occupazionale (quindi, sempre).

E poi, chissà. Magari si vorrà rimettere mano anche all'articolo 18, quello che prevede il licenziamento solo per giusta causa. Voci ne chiederebbero la sospensione, quantomeno.

Del resto, c'è la giustificazione, per chi ci governa, che tutto questo è quello che chiede la Bce per "salvarci".

[Foto | Kheel Center, Cornell University]

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