Israele - La protesta degli indignati. 300 mila in piazza. Perché?

Israele protesta contro la politica neoliberista del Governo

Terzo sabato consecutivo di proteste in Israele, terzo sabato di manifestazioni di piazza sempre più numerose. Secondo il Jerusalem Post, 200mila erano a manifestare a Telaviv, 20mila a Gerusalemme. E' una situazione che ha dell'epocale: si tratta, probabilmente, della più grande manifestazione e del movimento popolare più organizzato nella storia del Paese. Gli scettici che pensavano che ben presto la protesta si sarebbe sgonfiata sono stati decisamente sconfessati: il numero dei manifestanti è raddoppiato rispetto a sabato scorso. E Haaretz prevede che si andrà aumentando. Il 3 settembre è prevista una nuova, grande manifestazione.

Gli organizzatori puntano al milione di persone. Ma l'altra notizia è ancor più significativa: il primo ministro Binyamin Netanyahu, oggetto di contestazioni, ha dovuto cedere alla pressione sociale e incontrerà i leader del movimento. Vediamo, esattamente, di che tipo di movimento si tratta.

Alternative News (l'immagine è tratta da un loro video) spiega: il movimento consiste di studenti universitari, giovani, membri della cosiddetta middle class che non possono far fronte alla situazione economica, madri single, residenti di zone socioeconomicamente sottosviluppate.

Come accade anche a casa nostra, il movimento è già stato accusato di essere "politicizzato".

Itzik Shmuli, leader del National Union of Israeli Students ha chiarito come stiano realmente le cose.

E ha specificato:

Non stiamo chiedendo un cambio ai vertici nel governo o un cambio nella coalizione parlamentare che è stata eletta dal popolo. Siamo giovani che stanno chiedendo un cambiamento in una politica economica cruele. Stiamo chiedendo una politica economica che prenda in considerazione le sofferenze delle persone e non i nudi numeri

In sostanza, la protesta, per banalizzare, è contro la sfrenata politica neoliberista dello stato di Israele, contro il costo della vita, contro le politiche sociali.

Chiediamo un bilancio più corretto fra il libero mercato e l'economia con al centro le persone. Chiediamo attenzione ai gap fra le classi sociali e risposte concrete per garantire la soddisfazione dei bisogni primari ai cittadini più poveri.

Il Rabbino Benny Lau, che partecipa al movimento di protesta, allarga - era inevitabile - la questione dal palco notturno della grande manifestazione:

Questa è una chiamata a tutti, nella nostra società. Ebrei e non ebrei. Vogliamo fondare uno stato basato sulla giustizia sociale. Non deve riguardare un solo settore della nazione. Vogliamo tutti giustizia sociale.

Ammesso che ci sia, il riferimento alla questione Palestinese è molto nascosto. Ma si avverte, in lontananza. Ed è probabile che il Governo accetti di incontrare i leader del movimento anche per contenere un'apertura verso questo argomento: qualunque movimento "politico" (perché di questo si tratta. "Politico", non "politicizzato", non può, in Israele, evitare di fare i conti con la questione).

E allora, da lontano, una provocazione: che il taglio del costo della vita, i tagli sociali che chiedono gli israeliani possa implicare anche un radicale cambiamento nella situazione israelo-palestinese è un'osservazione inevitabile. Perché il costo sociale (ed economico) del mantenimento dello status quo è sicuramente enorme.

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