Silvio e la lotta per la successione

Che il Popolo della libertà fosse un’aggregazione politica con spiccati caratteri monarchici non è un mistero per nessuno: lo stesso Silvio Berlusconi si è trovato a scherzarci sopra qualche giorno fa “il mio partito è una monarchia di cui io sono il Re” disse a margine di una conferenza stampa.

Nella presentazione del programma però si è potuta leggere tra le righe una sorta di promessa, non sbandierata, enfatizzata e non urlata a chiare lettere ma abbastanza chiara per gli addetti ai lavori: il leader di Arcore (71 anni) si impegnerà a non ricandidarsi più in futuro.

A questo punto, dopo le elezioni (sia in caso di vittoria, sia in caso di sconfitta), si apriranno numerosi scenari e, prevedibilmente, lotte interne per la successione, che però non sarà immediata ma con ogni probabilità sarà fatta nel corso della legislatura o addirittura alla fine. In quest’ottica, molti avevano letto il repentino cambio di strategia adottato dal lungimirante Gianfranco Fini all’indomani della caduta Prodi.

Erano passati poco più di due mesi dalla nascita del Pdl, che come tutti ricorderete era stato annunciato in piazza San Babila a Milano nella serata del 18 novembre 2007. All’indomani di quell’annuncio, tutti gli allora alleati si erano smarcati e Casini sembrava sulla stessa linea d’onda di Fini che aveva dichiarato all’Ansa: “con me Berlusconi ha chiuso, la frattura non è più sanabile, se Berlusconi si accorda con Veltroni, per quanto riguarda An il Cavaliere non tornerà più a Palazzo Chigi”.

L’accordo con Veltroni poi non ci fu, anche perché non si fece in tempo a cambiare la legge elettorale prima della caduta di Prodi (e successivamente non vi fu la volontà) ma fu solo quella la ragione di questo repentino cambio di idea? Certamente le condizioni erano variate: a novembre tutti si aspettavano una caduta del governo che invece non ci fu, mentre a febbraio si veleggiava già verso le elezioni.

Ma il clima elettorale può spiegare da solo il cambio di idea di AN e del suo leader? Certamente no, e l’età di Berlusconi non può non aver influito sulla decisione di entrare nel PdL di cui Fini già si vede come il futuro leader.

Nel frattempo gli scenari sono cambiati: Casini è rimasto al palo, Fini invece è salito sulla barca del Pdl prima degli altri, ma la sua strada dovrà fare i conti con chi sulla barca c’è già, e da molto tempo: Roberto Formigoni, governatore della Lombardia dal 1995, è visto dalla maggior parte dei cattolici come il naturale erede di Berlusconi e per lui si profila, in caso di vittoria alle elezioni di aprile, un importante incarico al governo.

Di acqua sotto i ponti ne dovrà passare, ma la corsa per la successione è già aperta. I pretendenti stanno già scaldando i motori e chissà che anche Casini non decida di cambiare strategia e di provare a parteciparvi.

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