Ore 12 - 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno: cancellare chi le cancella

altroSi estendono gli appelli, la protesta e la rivolta contro l’eliminazione delle feste del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno. Il “no” all’accorpamento è oramai trasversale agli schieramenti politici, tant’è che ieri in commissione Affari costituzionali al Senato c’è stata una prima e significativa convergenza per salvare le tre feste laiche da parte degli esponenti del Pd e del Pdl.

Insomma, sembra crescere la consapevolezza per fare saltare un provvedimento sbagliato, inutile e dannoso.

Sul piano economico è una norma di nessun peso positivo, non fa risparmiare, ma penalizza il turismo, che perderebbe ben 6 miliardi: una mazzata. Sul piano etico e civile: chi lavora non è bestia da soma, l'asino bendato che tirava la macina girando fino a stramazzare. Sul piano simbolico, il messaggio sarebbe disastroso. Una nazione senza memoria non ha futuro e un popolo senza radici non può far nascere nuovi frutti.

La riflessione di Pier Luigi Bersani è condivisibile: “Se vogliamo una riscossa civica dobbiamo avere le nostre solennità civili e tornare ai fondamentali di ciò che ci unisce e ci fa sentire nazione”.

E’ sempre più evidente che quella tentata dal Governo è solo una scelta strumentale, una forzatura politica che lacera oltremodo il tessuto politico e sociale: non può passare da lì il risanamento del Paese e la riscossa degli italiani.

Ma sbaglia chi dice, specie a sinistra e nel Pd: “Comunque vada, noi festeggeremo la conquista della libertà”. E’ come accettare una sconfitta senza combattere. Ed è come mettersi da parte, in un angolo, crogiolarsi nella zattera della nostalgia, felice minoranza (con la bandiera) fuori legge.

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