L'ENI, Paolo Scaroni, l'Iraq, la Libia e il petrolio. Shock economy all'italiana


Paolo Scaroni, a.d. dell'ENI torna agli onori delle cronache per essere stato presente all'incontro fra Silvio Berlusconi e Mahmud Jibril. La cosa non stupisce. Per capire perché, bisogna studiare un po' di storia recente e andare a ripescare qualche documento e qualche articolo che riguardano l'Iraq. E l'Italia e l'ENI, per rispondere alla domanda: perché Scaroni era presente? E chi è Paolo Scaroni?

L'Iraq e Nasiriyya

Facciamo un salto indietro. Di sette anni. E cambiamo zona, spostandoci in Iraq. Nell'interrogazione parlamentare 3-01471 del 2004 (già 4-06246 qui il testo) del Senatore Antonio Falomi si fa riferimento a un contratto dell'ENI relativo allo sfruttamento di giacimenti petroliferi nella zona di Nasiriyya, ovvero proprio dove si era insediata la componente militare dell'intervento italiano in Iraq. Cosimo Ventucci (allora Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri) affermava, in risposta, che esisteva un accordo fra ENI e l'Iraq per lo sfruttamento dei campi petroliferi di Nasiriyya,

da parte italiana non vi è stato mai alcun tentativo di stabilire un collegamento di tipo condizionale tra la nostra azione in favore della stabilizzazione dell'Iraq e la partecipazione di imprese italiane alla ricostruzione economica del Paese [...] appare nel contempo comprensibile - con riferimento alla presenza economica italiana nel processo di ricostruzione - che il nostro Paese possa essere pienamente coinvolto, anche attraverso la partecipazione di imprese italiane, nelle attività che si stanno sviluppando in questo ambito. Il fatto che l'Italia sia fra i Paesi che hanno maggiormente contribuito all'assistenza umanitaria e al mantenimento della necessaria cornice di sicurezza, offrendo un generoso contributo in tali settori, rende del tutto naturale questo possibile coinvolgimento.

Il che però, secondo Ventucci, non significa nulla. Infatti prosegue così:

[...] voglio rimarcare in maniera netta che la scelta di dislocare un contingente militare italiano nella zona di Nasiriyya non è stata in alcun modo legata ad eventuali interessi ENI per i campi petroliferi esistenti in quel territorio.

Eppure, Il 30 maggio 2003 l'Ansa batte un'agenzia inequivocabile. Parla Vittorio Mincato, allora a.d. di ENI:

L'Eni segue con attenzione l'evoluzione della situazione in Iraq pronto a cogliere l'occasione per lavorare [...] il gruppo petrolifero conosce bene l'area di Nasiryya perché era già interessato.



Benito Li Vigni

, ex dirigente dell'ENI e autore di due libri dal titolo: «I predatori dell'oro nero e della finanza globale» e «In nome del petrolio. Da Mussolini a Berlusconi, gli affari italiani in Iraq». Alla domanda di Mega Chip “perché siamo a Nasiriyya”, risponde:

Io sono convinto che siamo lì per fare affari.

E Li Vigni, che è una specie di ex uomo del petrolio pentito, racconta:

Non lo dico io, ma lo dice un dossier del Ministero delle Attività Produttive del febbraio del 2003, che sei mesi prima dell'attacco americano all'Iraq è stato commmissionato al professor Giuseppe Cassano della facoltà di Economia dell'Università di Teramo. In quel documento di 20 pagine, 10 parlavano di petrolio: in parole povere, vi era scritto che se gli Usa avessero attaccato l'Iraq noi avevamo degli affari da difendere e si parlava chiaramente del petrolio di Nasiriyya. Nel 1996 Saddam Hussein aveva promesso all'italiana Eni, alla russa Lukoil e alla francese Total-Fina condizioni estremamente vantaggiose per lo sfruttamento del petrolio iracheno. Il dittatore chiedeva in cambio un sostegno anti-embargo in sede Onu. Lo dimostra un documento ufficiale Usa, il numero 35AS0713 del "Foreign Suitors for Iraqi Oilfield Contracts", datato 5 maggio 2001, che fa parte del rapporto Cheney sull'energia dello stesso anno.
Il giacimento di Nasiriyya è valutato attorno ai 3-4 miliardi di barili, il che porterebbe all'Eni circa 3,5 miliardi di dollari. Saddam aveva promesso all'Italia quella zona, e oggi il nostro contingente militare controlla proprio quell'area.

Il 7 marzo 2009, Giovanni Porzio scriveva su Panorama parlando dell'Iraq:

A sei anni alla caduta di Saddam Hussein non sono i soldati a rimettere piede in Mesopotamia, ma le aziende italiane interessate al gigantesco businness della ricostruzione e allo sfruttamento dei più ricchi giacimenti inesplorati di idrocarburi del pianeta.

Era il risultato del peacekeeping, quello. Un giro di affari che Panorama valutava in un miliardo di dollari. Da Fincantieri ad Astaldi, da Snam progetti a Saipem. Per arrivare all'Eni, con Paolo Scaroni che dichiarava, senza mezzi termini:

L'Iraq è la nuova frontiera, la mecca del greggio.

Paolo Scaroni, da Tangentopoli all'Eni all'ENEL

Scaroni, all'ENI, succede a Vittorio Mincato nel 2005. Ma la cronaca nostrana si occupa dell'a.d. dell'Ente Nazionale Idrocarburi ben prima: il 14 luglio 1992, quando era a.d. della Technit viene arrestato nell'ambito di tangentopoli. E confessa:

Dal 1985 a [1992, ndr] ho versato al Partito socialista circa 2 miliardi e mezzo, sempre su richiesta dell’onorevole Balzamo, consegnandogli denaro a volte in contanti e a volte su conti esteri.

Il 22 febbraio 1996 patteggia la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione: siamo sotto la soglia per la carcerazione. Le tangenti vengono pagate per appalti nelle centrali Enel. Il 24 maggio 2002 Scaroni diventa a.d. dell'Enel, nominato dal Governo Berlusconi.

Intervistato dal Financial Times il 3 ottobre 2002, Scaroni si autoassolve per l'episodio-tangentopoli:

In un paese in cui gli affari e il governo erano così strettamente intrecciati, dove le istituzioni erano controllate dai politici, era possibile comportarsi in modo diverso? La risposta semplice è: no, non era possibile.

A fine 2009 (lo scrive il Giornale) l'Eni è tra «i primi gruppi a entrare nel businness iracheno, prima ancora di colossi del calibro di Exxon e Shell». A Zubair, per la precisione. Un giacimento da 190 milioni di barili al giorno che in sette anni dovrebbero diventare 1,125 milioni.
Degli interessi dell'Eni in Libia abbiamo già detto.

La shock economy all'italiana (e non)

Così come abbiamo detto degli interessi internazionali.
Questo lungo excursus, al di là delle questioni che riguardano la politica interna, dovrebbe chiarire, una volta per tutte, perché sia vitale, per i paesi occidentali, partecipare attivamente alle operazioni di sostegno a ribellioni, peacekeeping e simili. Soprattutto in paesi dove c'è il petrolio. Come la Libia.

E' quella che Naomi Klein chiama la shock doctrine o shock economy o capitalismo dei disastri - ma che già chiara all'epoca di uno dei più gravi scandali d'Europa, l'Irpiniagate, ovvero la gestione della ricostruzione dopo il terremoto conosciuto come terremoto dell'Irpinia (1980).

Una catastrofe, sia essa naturale o causata dall'uomo, è una splendida occasione per il profitto.

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