Ore 12 - La patata bollente Penati e il "caos morale" del Pd

altroIl Partito Democratico torna a vacillare, dalla periferia al centro, sotto l’urto della questione Penati.

Nel Pd c’è chi si rifugia dietro lo slogan logorato e fasullo “Il Paese ha bisogno di un partito unito”, dimenticando una semplice verità: il Paese ha bisogno di un partito (e di partiti) vero, democratico, trasparente, fuori dalla tenaglia della commistione politica-affari.

Chi dice che nel Pd non c’è una “questione morale”, ma soli insignificanti casi personali, mente sapendo di mentire o vive sulla Luna. E chi dice che gli altri (Pdl in primis) sono peggiori, dice il vero ma ripete la vecchia litania dei tempi del Pci che in Urss non c’era libertà ma che in America i negri stavano peggio, per cui si stava con l’Urss.

Anche per il Pd la questione vera è la sua “classe dirigente”: chi sono, da dove vengono, cosa hanno fatto e fanno i dirigenti di questo partito (e delle istituzioni), chi paga le loro campagne elettorali e le varie primarie: in altre parole la selezione e la formazione della classe dirigente a tutti i livelli. Ha il Pd gli anticorpi per evitare la “degenerazione”?

Scrive Franco Astengo su Paneacqua: “Il Pd è cascato nella trappola modificandosi a uso dei desiderata dell'avversario: personalizzazione, competizione maggioritaria, prevalenza (a tutti i livelli centrali e periferici) dell'idea della governabilità in luogo dell'idea della rappresentanza politica, svilimento del radicamento sociale e del ruolo degli iscritti, costretti a recitare la parte dei replicanti nelle improbabili "primarie", nessun meccanismo di selezione dell'attività politica in base all'esperienza, alla cultura, alla capacità organizzativa. "Fidelizzazione" e "Personalismo" questa l'accoppiata perdente, dalla quale sono usciti entrambi i poli negativi d questa vicenda: da un lato l'emergere della "questione morale" e dell'altra il populismo (anche questo mutuato dall'avversario, in una logica di omologazione che è poi il tema dominante della crisi del PD) di facili "rottamatori" e di "affabulatori" di vario genere”.

Anche nel governo locale, persino nel quadrilatero “rosso” di Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, vengono al pettine i limiti di una gestione del potere sempre più personalistica e burocratizzata. Fra la gente passa la logica del “tanto sono tutti uguali”. La gente non vota (come potrebbe, vista la crisi degli avversari …) Pd perché ritiene che il Pd non la rappresenta, non è credibile, e quindi non c’è da fidarsi. Tutto qui.

Il retaggio di antiche “appartenenze” ideologiche, le nuove divisioni per spartirsi le restanti leve di potere, alimentano nel partito divisioni sempre più vistose e laceranti, creando ulteriore delusione e sconcerto nella base. Questo è il quadro. Non sarà facile ripartire, ricostruire una nuova classe dirigente, ridefinendo una nuova capacità di selezione e di rappresentanza. Può adesso fare la vittima chi è causa dei propri mali?

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