La Rai - Prima si smantella, poi si privatizza?

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La privatizzazione della Rai è uno dei cavalli di battaglia più cavalcato da chiunque abbia qualcosa da dire su temi televisivi o politici, in particolare in questo periodo di crisi e di manovra finanziaria. Anche se, più che manovra, dovremmo parlare del solito pasticcio all'italiana. Vendere due reti. No, una. No tutte. Ma a chi? A Murdoch, dice Formigoni. A chi offre, dice implicitamente Montezemolo, visto che non fa nomi.

Insomma, tutti dicono la loro. Ma intanto ci sono dei fatti che riguardano la Rai, quella pubblica. Che sta perdendo lentamente i pezzi. E li sta perdendo, curiosamente, secondo un andamento stranamente politico. Michele Santoro fuori dai giochi, come noto, nonostante proclami e dichiarazioni di chi vorrebbe che continuasse a collaborare, magari in una seconda serata con Sandro Ruotolo (ipotesi che appare altamente improbabile). Certo, c'è chi dirà che Santoro se ne volesse andare da tempo: probabile, ma la Rai non ha fatto molto per fermarlo.

Paolo Ruffini che lascia RaiTre e migra verso La7. Imitato, è rumor di ieri in via di conferma, da Serena Dandini.

Il servizio pubblico non rinnova nemmeno l'accordo con Roberto Saviano, che se ne va a La7 pure lui e si porta dietro pure un pezzetto di Fabio Fazio con un programma, Vieni via con me che, piaccia o meno, in Rai aveva fatto un record d'ascolti con pochissimi precedenti.

Resiste, ma a fronte di un tira e molla inaudito e sfiancante - sia per i giornalisti che ci lavorano sia per i telespettatori -, l'approfondimento di Report con Milena Gabanelli.

Sul fronte intrattenimento, Simona Ventura approda a SKY con tanti saluti a RaiDue

Insomma. Se sotto Mauro Masi l'aggressività del d.g. era evidente a tutti ma certi risultati non si sono ottenuti, sotto la direzione pacata di Lorenza Lei una fetta importante di quella tv di sinistra, di certo sgradita a Silvio Berlusconi, è letteralmente sparita dal servizio pubblico.

Ed è una fetta che faceva anche buoni ascolti. Il che significa che una parte consistente di valore economico del servizio pubblico è stata in qualche modo dismessa. Senza capitalizzare, perché mica c'è una cosa come il calciomercato, quando un conduttore o un personaggio televisivo cambiano casacca.

Allora è lecito chiedersi se sia in atto un'operazione esclusivamente politica - la cosa sarebbe già grave di per sé, per quanto appaia estremamente probabile: il clima, sebbene di epurazione morbida sembra molto simile a quello che si misurava all'epoca dell'editto bulgaro, anche senza grandi proclami. Anzi. Proprio per l'assenza di grandi proclami gli eventi sembrano ancor più subdoli - o se, addirittura, ci sia di mezzo un fatto economico. Se la Rai perde valore, si può forse vendere più facilmente?

E ancora. In una realtà televisiva come quella italiana, fortemente drogata da un punto di vista politico, in un mercato televisivo come quello italiano, dove la concorrenza è un miraggio lontano, ha davvero senso parlare di privatizzazione del servizio pubblico? Personalmente, ne dubito.

Poi uno si ricorda che lo smantellamento del servizio pubblico si trovava in un certo piano di rinascita democratica. E finisce pure che pensa male.

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