Veritometro: Berlusconi, Repubblica e le 10 domande "diffamatorie"



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"Le dieci domande di Repubblica sono palesemente diffamatorie''


Silvio Berlusconi, 25 agosto 2009


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Le "dieci domande di Repubblica a Berlusconi" sono state senza dubbio una delle trovate giornalistiche degli ultimi anni. Il decalogo firmato dal recentemente scomparso Giuseppe D'Avanzo ha infatti tenuto banco per mesi sulla stampa nostrana e su quella internazionale.

Berlusconi e i suoi avvocati non l'avevano presa bene, considerata la risposta: una causa per diffamazione milionaria. Secondo la citazione:

"(si tratta di) domande retoriche che non mirano ad ottenere una risposta del destinatario, ma sono volte a insinuare nel lettore l'idea che la persona "interrogata" si rifiuti di rispondere. Sono palesemente diffamatorie perchè il lettore è indotto a pensare che la proposizione formulata non sia interrogativa, bensì affermativa ed è spinto a recepire come circostanze vere, realtà di fatto inesistenti"

La tesi di Ghedini & co. era apparsa abbastanza bizzarra già due anni fa. Il sito di informazione giuridica "Difesa dell'informazione" aveva ad esempio parlato di "una causa persa":

accusano Repubblica di insinuare, con le dieci domande, “nel lettore l’idea che la persona ‘interrogata’ si rifiuti di rispondere”. Come è noto, la diffamazione, di cui l’atto di citazione accusa Repubblica, consiste nella lesione della reputazione di un individuo. Si diffama uno dandogli del ladro, dell'assassino, del pedofilo, del truffatore, del maniaco, etc., non certo accusandolo di “rifiutarsi di rispondere” a delle domande. Dove sia qui la lesione della reputazione di Berlusconi rimarrà un mistero.

Poi, sempre secondo gli avvocati di Berlusconi, “il lettore è indotto a pensare che la proposizione formulata non sia interrogativa, bensì affermativa”. In effetti, l’unico modo per attribuire effetti diffamatori ad una domanda è trasformarla in risposta. Un paradosso bello e buono, che ci porta ad esplorare campi della logica finora sconosciuti. E’ un po’ come accusare di rapina chi si presenta allo sportello della propria banca per chiedere un mutuo, e di estorsione chi chiede l’elemosina agli angoli delle strade.

E' di oggi la notizia che Repubblica è stata assolta da ogni accusa e Berlusconi condannato a pagare le spese legali. La motivazione della sentenza definisce così le 10 domande:

"Poste in maniera civile, garbata e misurata, senza allusioni o insinuazioni malevoli, erano riflessioni critiche sintetiche di interpretazione dei fatti (che rientrano) nella lecita manifestazione del diritto di critica al potere politico e a chi ricopre posizioni di particolare responsabilità pubblica".

Comprensibile la soddisfazione del direttore del quotidiano romano Ezio Mauro, che oggi scrive:

Il tribunale ha stabilito che è legittimo anche in Italia - per un giornale che intenda farlo - svelare le menzogne del potere e chiederne conto, è legittimo incalzare un Premier su vicende poco chiare finché non si assuma la responsabilità di spiegarle davanti alla pubblica opinione. La pretesa di Berlusconi di soffocare un'inchiesta scomoda e di zittire un giornale è stata sconfitta. Ma è stato respinto anche il tentativo di delegittimare il ruolo della stampa, con il timbro della magistratura.

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