Precari: già dimenticati dopo le elezioni?

Già poco più che comprimario in campagna elettorale, il tema del lavoro precario è ancora una volta scomparso dai media, per far posto alle tematiche legate alla sicurezza e, tra poco, agli europei di calcio. Il ministro del Welfare Sacconi fino ad oggi brilla per l’assenza (vi ricordavate per caso il suo nome?), lasciando l’iniziativa al ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione Brunetta.

Chi non si ricorda le proposte matrimoniali e salariali di Berlusconi e Veltroni ai precari? O dell’agganciamento dei redditi all’inflazione (peraltro fortemente sconsigliata dal commissario europeo Almunia), meglio conosciuto come ‘scala mobile’?

Non essendo più in campagna elettorale né in un periodo turbolento dal punto di vista sindacale possiamo azzardarci a trattare il fenomeno con sistematicità, sfruttando il momentaneo silenzio per evitare facili suggestioni e mettere ordine.

La prima ed essenziale considerazione da fare è che, nonostante gli allarmismi sull’estensione del fenomeno, in Italia il lavoro atipico è relativamente contenuto. Come si vede dalla tabella nel link, infatti, le figure più evocate ed evocative, ossia i collaboratori a progetto e il ‘popolo delle partite IVA’ non rappresentano insieme più del 23% della forza lavoro precaria complessiva, la quale rappresenta.il 14,7% del totale.

Il vero problema, di cui avevamo già parlato, è il mancato aggancio di queste figure al sistema di tutele sul quale si basa il nostro sistema di tutele, prima fra tutti la pensione, che è rimasto sostanzialmente fermo agli anni Settanta. In terzo luogo va detto che è lo Stato Italiano, grazie ai vari blocchi delle assunzioni, il maggior creatore di precarietà italiano, anche se con le finanziarie per il 2007 e il 2008 ha tentato di concedere alcune ridicole forme di tutela, tra l’altro facilmente aggirabili, sia dalle Pubbliche Amministrazioni che dal settore privato.

Non è la prima volta che ne parliamo e forse vi sarete chiesti perché insistiamo ad attaccare il livello pensionistico e i privilegi della terza età: però – pensateci bene – quanto costerebbe allo Stato intervenire in maniera seria sul precariato (che, come abbiamo visto, non costituisce una fetta rilevante della popolazione), riducendo l’ammontare delle pensioni, soprattutto ad alcune categorie privilegiate?
E poi: perché il sindacato non si muove? Forse perché ormai la maggior parte dei suoi iscritti sono pensionati? O forse perché, come suggerisce una ricerca promossa dalla CGIL sulle partite IVA, i lavoratori precari, oltre che poco sindacalizzati, preferirebbero in buona parte vedersi riconosciuti come lavoratori autonomi a tutti gli effetti?

Foto: metaphotos, Flickr

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