Festival di Internazionale: Genova, dieci anni dopo

Andrea Coccia ci invia un pezzo dal Festival di Internazionale in corso a Ferrara.

Un certo esotismo ci spinge spesso a pensare che il punto di vista degli altri sul nostro paese possa essere più interessante e originale del nostro, che possa arricchire e approfondire la nostra analisi. Il bello è che spesso è anche vero, ma non sempre. Il dibattito che ha riunito qui a Ferrara Jeff Israely, Eric Jozsef e Serge Enderlin ha dimostrato che ci sono casi in cui è decisamente vero il contrario. Nonostante tutti e tre gli ospiti siano stati inviati speciali a Genova durante i giorni del G8, nessuno di loro infatti è riuscito a oltrepassare quel sottile, ma decisivo confine che separa il territorio della profondità da quello della superficialità.

Certo, si è discusso della violenza più o meno aspettata del potere, della travagliata esistenza del movimento altermondialista dopo quei drammatici giorni, della questione della mancanza di un racconto veritiero di quello che è successo per le strade di Genova, dell'annosa - ma forse di retroguardia - questione paracomplottistica dei black bloc infiltrati, ma non è bastato. Non è bastato probabilmente perché la ferita che si è aperta nelle calde ore di luglio del 2001 per le strade di Genova non si è ancora rimarginata. Neppure le sentenze - ancora poche - che sono state emesse ci sono riuscite.

Negli eventi festivalieri - in ogni festival - esiste c'è un ospite la cui presenza è tanto ovvia da venire spesso dimenticata o marginalizzata. E' il pubblico, e questa volta ha preso la parola e lo ha fatto al meglio. Grazie all'ottima mediazione di Riccardo Chartroux di Raitre, gli interventi si sono susseguiti rapidi e ficcanti riuscendo a mettere il dito nella piaga in cui gli ospiti stranieri - per motivazione intrinseche al loro essere per l'appunto "inviati", quindi completamente slegate dalla professionalità di ognuno - non avrebbero mai potuto.

E' un punto doloroso e sanguinolento ed è squisitamente italiano. Si tratta fondamentalmente della percezione della presenza di una strategia sotterranea, che guida in un modo sotterraneo ma decisivo la storia del nostro paese. Raccontare e raccontarsi questa storia spesso è un'operazione che corre il rischio di scivolare, è innegabile, in un certo inutile complottismo. Ma in ogni caso è una storia non ci si può permettere di mettere da parte. Alcuni degli episodi centrali più antichi di questa narrazione sono il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, le stragi di Bologna, di Milano, di Brescia. Altri, più recenti, sono proprio i fatti di Genova, quelli di Roma dell'anno scorso, quelli della val di Susa.

Chi in quei giorni del luglio del 2001 si trovava per le strade di Genova, sotto un caldo soffocante e una tensione spasmodica, ha quasi certamente provato sulla propria pelle i risultati di questa strategia  E' la strategia della tensione, invisibile ma percettibilissima, una strategia che ha guidato gli attacchi ai manifestanti a Genova e l'assalto alla scuola Diaz e che aveva probabilmente come scopo terrorizzare una generazione che proprio in quei giorni stava scendendo in piazza per la prima volta. Quei giovani, che allora avevano tra i 15 e i 20 anni, a Genova hanno vissuto un tragico battesimo del fuoco.

Ed era proprio questa generazione che ha preso la parola a Ferrara, che fremeva dalla voglia di parlare. Una generazione che si è trovata ad essere l'avanguardia di molte altre che le seguiranno e che dopo aver conosciuto la violenza fisica sul campo di battaglia genovese, dopo essere scappata impaurita davanti alle cariche lungo corso Italia, si è trovata a combattere una battaglia ancora più grande e violenta, senza sangue ed ematomi visibili, ma molto più difficile: la precarietà, un modello sociale che purtroppo non ha ancora finito di mietere le sue vittime.

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