Precari, il mea culpa della Cgil


Se oggi gran parte del lavoro è precario vuol dire che abbiamo sbagliato

Ne abbiamo parlato più volte su Polisblog, sulla precarietà i suoi effetti devastanti sulle generazioni presenti e future e sulla nullafacenza di partiti e sindacati nei confronti della 'classe' più sfruttata in assoluto oggi in Italia: i precari. Domenica sera ci è tornato su anche Presa Diretta di Riccardo Iacona (qui trovate la puntata integrale).

Le parole in alto sono quelle di Susanna Camusso, segretario del più grande sindacato italiano, la CGIL, che spesso come gli altri sindacati hanno agevolato, se non incentivato, la precarietà dilagante degli ultimi vent'anni, dal cosiddetto 'pacchetto Treu'. Parole pronunciate a Ferrara alla rassegna di Internazionale, che vanno non a giustificare gli evidenti errori di chi non si è curato di questo fenomeno pur prevedibile, ma a far perlomeno luce su un inquietante silenzio. Ha continuato la Camusso:

In Italia abbiamo 46 modalità di rapporto di lavoro il che equivale a non averne nessuno. Questa moltiplicazione permette di sfuggire alle regole a scapito dei diritti. Anche a sinistra abbiamo sbagliato nel credere che questo fenomeno fosse transitorio.

Già. Il prezzo lo stiamo pagando tutti oggi, e sempre di più. Il segretario della Cgil ha però escluso il fenomeno del salario minimo garantito - qui spiegato in uno speciale di Micromega di sei anni fa - portando invece avanti l'istanza del contratto nazionale a stagisti, borsisti e praticanti ed altre categorie del lavoro professionale. Un'idea che non convince e sembra decisamente poco europea.

Il grande errore dei sindacati e dei partiti -soprattutto quelli di sinistra che dovrebbero riconoscersi nella difesa del lavoro- è stato pensare che la precarietà fosse un incidente di percorso verso il tempo indeterminato. Era prevedibile non fosse così, non è stato così.

I dati ormai fanno paura: in Lombardia, nell'ultimo anno il 9,7 % dei laureati ha trovato un lavoro stabile, il 16% ha lavorato gratis nei cosiddetti stage e il 74% è stato assunto con contratti che lo rendono precario a tutti gli effetti. La flessibilità del mercato del lavoro è una cosa, la piaga dilagante della precarietà a vita che si sta sviluppando in Italia un altro.

Questo anche grazie allo spaventoso vuoto legislativo e di garanzie avutosi negli ultimi vent'anni quando parlare di precarietà era come parlare di mafia un po' di tempo prima: non esisteva, e quindi non valeva la pena discuterne.

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