Napolitano, Costituzione in mano, può mandare a casa Berlusconi

Giorgio Napolitano ha ieri precisato che il ricordo del governo Pella del 1953 (governo di “decantazione”) non ha riferimenti con l’attualità politica. Non si vuole qui essere irrispettosi, ma non sappiamo se al Capo dello Stato è cresciuto un po’… il naso alla Pinocchio.

Perché il rapporto fra allora e oggi esiste. Allora, di fronte alla sconfitta elettorale della Dc sulla legge Truffa, alla conseguente uscita dalla politica di Alcide De Gasperi e al contestuale caos politico-istituzionale, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, decise di intervenire drasticamente. Einaudi applicò alla lettera il dettame costituzionale, che recita: “Il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri”.

Come ricorda stamani su Repubblica Eugenio Scalfari: “Einaudi, nonostante la prassi (cioè le consultazioni del Colle con tutti i gruppi parlamentari, poi un incarico esplorativo, poi l’incarico formale, poi consultazioni dell’incaricato con i partiti di governo per i ministeri, infine la presentazione del nuovo governo al Parlamento ndr) fece esattamente così. Sentì i presidenti delle Camere, poi andò nella Villa di Caprarola e convocò Pella informandolo che aveva già scritto e firmato il decreto che lo nominava presidente del Consiglio. Voleva un governo di “decantazione” che preparasse una nuova legge elettorale”.

E così fu. Ciò dimostra, sempre citando Scalfari: “ … che la lettera della Costituzione consente al Capo dello Stato di saltare ogni prassi restando saldamente nei limiti che la Costituzione prevede”.

Molte cose sono cambiate dal 1953, ma non la Costituzione. Quindi quello di Pella non è un semplice “amarcord” di Napolitano, ma un messaggio chiaro per tutti. E forse di più: un monito pesante ai partiti e ai parlamentari, un quasi “ultimatum” al capo del governo.

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